The Goddess Tarot – parte 6

Ed eccoci arrivati alla fine del nostro viaggio. Anche la Dea dell’Arcano XIX non ha materiale in italiano, se non qualche accenno generico qua e là. Se volete copiare per favore inserite anche il mio blog nei crediti insieme al link originale in inglese, dato che la traduzione l’ho fatta io e non qualche programma automatico. Come sempre vi ricordo che potete avere una lettura gratuita in inglese sul sito Tarot Goddess. Ho lasciato le note nell’ultima Dea perché mi sembravano interessanti al fine della comprensione del Mito.
PS: Mi ero dimenticata dell’Arcano XVIII, scusate… Approfitto della Luna Piena per inserirlo

Arcano XVIII: La Luna – Diana

Diana è una dea italica, latina e romana, signora delle selve, protettrice degli animali selvatici, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice delle donne, cui assicurava parti non dolorosi, e dispensatrice della sovranità. Nella mitologia greca questa dea romana assomigliava alla dea Artemide (dea della caccia, della verginità, del tiro con l’arco, dei boschi e della Luna).
Secondo la leggenda, Diana – giovane vergine abile nella caccia, irascibile quanto vendicativa – era amante della solitudine e nemica dei banchetti; era solita aggirarsi in luoghi isolati. In nome di Amore aveva fatto voto di castità e per questo motivo si mostrava affabile, se non addirittura protettiva, solo verso chi – come Ippolito e le ninfe che promettevano di mantenere la verginità – si affidava a lei. Diana è gemella di Apollo o Febo ed è figlia di Giove e Latona.

Etimologia
La radice si trova nel termine latino dius (“della luce”, da dies, “[la luce del] giorno”), arcaico divios per cui il nome originario sarebbe stato Diviana. La luce a cui si riferisce il nome sarebbe quella che filtra dalle fronde degli alberi nelle radure boschive, mentre viene respinta quella della Luna perché tale associazione con la dea fu molto tarda.

Simboli associati alla dea
La simbologia della dea è legata al mondo delle selve: già in molte gemme la si vede portare una fronda in una mano e una coppa ricolma di frutti nell’altra, in piedi accanto ad un altare, dietro al quale si intravede un cervo.
Su un candelabro d’argento conservato nei Musei Vaticani la dea non viene raffigurata in forma umana ma una serie di simboli ne richiamano alla mente il numen, in parte identificato con la dea greca Artemide: un albero di lauro (sacro ad Apollo) al quale sono appese le armi da caccia della dea (l’arco, la faretra e la lancia), un palo conico al quale sono applicate le corna di un cervo, un altare ricolmo di offerte tra le quali si scorge una pigna, una fiaccola accesa (a ricordare la sua accezione originaria di dea della luce) appoggiata all’altare e un cervo accanto ad esso.
Infine su un rilievo di Porta Maggiore a Roma si vede l’immagine di una colonna che regge un vaso e un albero dalle lunghe fronde, circondati da un recinto semicircolare a costituire un locus saeptus, cioè una forma arcaica di sacello all’aperto.

Santuari
Il principale luogo di culto di Diana si trovava presso il piccolo lago laziale di Nemi, sui colli Albani, e il bosco che lo circondava era detto nemus aricinum per la vicinanza con la città di Ariccia. Il santuario di Ariccia potrebbe essere stato il nuovo santuario federale dei latini dopo la caduta di Alba Longa. Ciò è desumibile da quanto riportato da Catone il Censore nelle Origines, cioè che il dittatore tusculano Manio Egerio Bebio officiò una cerimonia comunitaria nel nemus aricinum insieme ai rappresentanti delle altre principali comunità latine dell’epoca (Ariccia, Lanuvio, Laurentum, Cora, Tibur, Pometia, Ardea e i Rutuli): Lucum Dianium in nemore Aricino Egerius Baebius Tusculanus dedicavit dictator Latinus. Hi populi communiter: Tusculanus, Aricinus, Lanuvinus, Laurens, Coranus, Tiburtis, Pometinus, Ardeatis, Rutulus.
In seguito Servio Tullio fonda il nuovo tempio di Diana sull’Aventino e lì sposta il centro del culto federale con il consenso dell’aristocrazia latina.
Altri santuari erano situati nei territori del Lazio antico e della Campania: il colle di Corne, presso Tusculum, dove è chiamata con il nome latino arcaico di deva Cornisca e dove esisteva un collegio di cultori della dea come attesta un’iscrizione ritrovata presso Tuscolo e dedicata ai Mani di Giulio Severino patrono del collegio; il monte Algido, sempre presso Tuscolo; a Lanuvio, dove è festeggiata alle idi (13) di agosto dal Collegio Salutare di Diana e Antinoo; a Tivoli, dove è chiamata Diana Opifera Nemorense; un bosco sacro citato da Tito Livio ad compitum Anagninum, cioè all’incrocio fra la via Labicana e la via Latina, presso Anagni, e del quale nel settembre 2007 si è parlato del possibile ritrovamento dei suoi resti; il monte Tifata, presso Caserta.
Di recente scoperta è un santuario dedicato a Diana Umbronensis all’interno del Parco Regionale della Maremma.

Rapporto con la sovranità
Come già in altre culture, anche in quella latina appare la connessione tra il simbolismo delle corna e la divinità, in questo caso la dea Diana. Tito Livio infatti ricorda un episodio in cui era stato predetto che chi avesse sacrificato una certa vacca di grande bellezza avrebbe dato al suo popolo l’egemonia sull’intera regione del Lazio antico. Il sabino proprietario della vacca si recò al tempio di Diana a Roma per sacrificarla, ma il sacerdote del tempio riuscì con uno stratagemma a distrarre il sabino e sacrificò lui la vacca alla dea garantendo alla città di Roma l’egemonia; le corna stesse furono affisse all’entrata del tempio come ricordo della vicenda e come pegno tangibile della sovranità sul Lazio.
Il legame con la sovranità e la regalità è esplicitato anche dal rapporto tra la dea e il Rex Nemorensis, il sacerdote di Diana che viveva nel bosco sacro sulle rive del Lago di Nemi.

Identificazione con la dea greca Artemide
Diana assomiglia ad un’altra divinità, la dea Artemide della mitologia greca, anche se la somiglianza tra le due non è così marcata, tanto che si può anche definirle due entità distinte. In Diana il suo carattere di protettrice della partorienti è molto più accentuato. In Artemide prevale il carattere di protettrice dei boschi e degli animali.
Fin dal XV secolo a.C. a Creta veniva venerata una dea protettrice dei boschi e delle montagne; ugualmente, a Efeso, fu a lungo praticato il culto di una similare divinità i cui connotati conducono però alla dea frigia Cibele e, contestualmente, alla dea che in tutto il bacino dell’Egeo rappresentava la Madre Terra, vale a dire Rea. Facile comprendere, quindi, come – in base alle diverse epoche e civiltà – siano possibili diverse interpretazioni di una medesima divinità. Ed in questo contesto è possibile vedere anche una associazione della figura di Diana con quella della divinità lunare Selene: in molti riti dei romani, inoltre, Diana viene venerata come divinità trina, punto di congiunzione della Terra e della Luna per personificare il Cielo (in contrasto a Ecate cui era riservato il Regno dei Morti).

Diana e la stregoneria
La dea Diana, identificata nella sua manifestazione lunare, è stata oggetto di culto nella stregheria della tradizione italiana. Come riporta Charles Leland nel Vangelo delle streghe Diana è adorata come dea dei poveri, degli oppressi e dei perseguitati dalla Chiesa cattolica. Per far sì che il culto della stregoneria andasse avanti mandò sua figlia Aradia per liberare dagli oppressori gli schiavi e per divulgare il culto della dea.

Diana nell’arte
In molte rappresentazioni pittoriche e in letteratura, Diana cacciatrice – la cui grazia femminile del corpo contrasta decisamente con l’aspetto fiero e quasi virile del viso – viene spesso raffigurata con arco e frecce. Di figura atletica e longilinea, ha i capelli raccolti dietro il capo e indossa vesti semplici quasi a sottolineare una natura dinamica se non addirittura androgina.
Fonte: Wikipedia Italia

Arcano XIX – Il Sole: Le Dee Zorya

Zorya
Nella mitologia Slava, le Zorja (altri nomi: Zora, Zarja, Zory, Zore = “Alba”; Zvezda, Zwezda, Danica = “Stella”) sono le due Dee guardiane, conosciute come le Aurore. Esse guardano e controllano il segugio del giudizio universale, Simargl, che è incatenato alla stella Polaris nella costellazione Orsa Minore o Piccolo Carro. Se la catena si spezzasse, il segugio divorerebbe la costellazione e l’Universo finirebbe. Le Zorja rappresentano la Stella del Mattino (Lucifero) e la Stella della Sera (Vespero).
Le Zorja servono il Dio Sole Dažbog, che in alcuni miti viene descritto come il loro padre. Zorja Utrennjaja, la Stella del Mattino, apre i cancelli del suo palazzo ogni mattina per la partenza del carro del sole. Al tramonto, Zorja Vechernjaja—la Stella della Sera—chiude di nuovo i cancelli del palazzo dopo il suo ritorno.
A volte si è detto che la casa delle Zorja fosse su Bouyan (or Buyan), un’isola paradiso oceanica dove il Sole dimorava insieme ai suoi assistenti, i venti del Nord, dell’Ovest e dell’Est.

Stella del Mattino (Lucifero)
La Stella del Mattino è Zorja Utrennjaja (dal Russo utro, che significa “mattino”; conosciuta anche come Zvijezda Danica, Zvezda Danica, Zvezda Dennitsa, Zwezda Dnieca, Zvezda Zornitsa, Gwiazda Poranna, Rannia Zoria, Zornica, Zornička), che apre i cancelli del palazzo di Dažbog ogni mattina in modo che il Sole possa iniziare il suo viaggio. È patrona dei cavalli, della protezione, degli esorcismi e del pianeta Venere, e gli Slavi la pregavano ogni mattina quando il sole sorgeva.
Esistono disaccordi sulla sua situazione matrimoniale. In alcuni miti viene descritta come la sposa di Perun (il Dio supremo della Mitologia Slava, rappresenta la Luce) e accompagnerebbe il marito in battaglia. In questo ruolo era conosciuta per proteggere i guerrieri preferiti dalla morte nascondendoli sotto il suo velo. In altre storie, sia lei che Zorja Vechernjaja erano le spose di Myesyats, il Dio della Luna, e attraverso di lui bucavano tutte le stelle. Tuttavia, altre storie danno entrambe le Zorya come Dee vergini, e descrivono Myesyats come una Dea della Luna non collegata a loro.

Stella della Sera (Vespero)
La Stella della Sera è Zorja Vechernjaja (dal Russo vecher, che significa “sera”; conosciuta anche come Večernja Zvijezda, Večernja Zvezda, Zvezda Vechernaya, Zwezda Wieczoniaia, Zwezda Wieczernica, Zvezda Vechernitsa, Gwiazda Wieczorna, Vechirnia Zoria, Večernjača, Večernica), che chiude i cancelli del palazzo al crepuscolo, dopo il tramonto e il ritorno di Dažbog. Era associata al pianeta Venere o al pianeta Mercurio. Alcuni miti descrivono sia lei che sua sorella Zorya Utrennyaya come le spose del Dio lunare Myesyats e le madri delle stelle, ma altri racconti danno entrambe le Zorya come Dee vergini.

Arte e Letteratura
Le Zorja appaiono nel racconto American Gods dell’autore Inglese Neil Gaiman. Nella storia Gaiman introduce una terza sorella, Zorja Polunochnaya, la Stella di Mezzanotte. Una terza sorella viene descritta anche in alcune versioni del mito, ma Gaiman sostiene di averla inventata per il suo lavoro.
Fonte: Wikipedia Inglese

Dal Sito Tarot Goddess

– XIX Il Sole – DEA: Le Zoryja

Nella Mitologia Russa, le tre Zorya sono Dee Assistenti del Dio Sole. Oltre a portare calore e luce al mondo, il Sole rappresenta la brillantezza dell’intelletto, la creatività e la fertilità.

Significato della carta
Un’energia espansiva, che afferma la vita. Creatività e ispirazione. Relezioni con i bambini. Procreazione. Amore e sessualità.

Arcano XX – Giudizio: Gwenhwyfar

Ginevra (ciclo arturiano) – (Reindirizzamento da Gwenhwyfar)
Ginevra era la leggendaria regina consorte di re Artù. Nei racconti e nel folklore, si narra spesso della sua infelice storia d’amore con Lancillotto. Questa storia appare per la prima volta nell’opera di Chrétien de Troyes, Lancillotto o il cavaliere della carretta, e riappare come motivo ricorrente in numerose opere che trattano il ciclo arturiano, a partire dai primi del secolo 13°, fino ad arrivare al romanzo di Thomas Malory, “La morte di Artù”. Molto spesso, il tradimento della regina di Camelot e del cavaliere della Tavola Rotonda sono stati considerati come la rovina stessa del regno.

Origine del nome
La forma gallese del nome Gwenhwyfar, che sembra essere affine con il nome Findabair irlandese, può essere tradotto come “l’incantatrice bianca”, o in alternativa “la fata bianca/il fantasma bianco”, e non si esclude un collegamento con il mondo celtico. Alcuni hanno suggerito che il nome potrebbe derivare da “Gwenhwy-fawr” o “Gwenhwy la Grande”, che contrasta il carattere di “Gwenhwy-fach”, “Gwenhwy la piccola”; Gwenhwyfach appare nella letteratura gallese come sorella di Ginevra, ma nella sua edizione delle “Triadi gallesi”, Rachel Bromwich afferma che questa è un’etimologia poco probabile. Goffredo di Monmouth, che per primo conia il nome Merlino, rende il suo nome in latino (anche se ci sono variazioni ortografiche, di cui molte si trovano nei suoi vari manoscritti, tra cui quelli della Historia Regum Britanniae). Giraldus Cambrensis la chiama “Wenneuereia”. Il nome così come lo leggiamo oggi entra in gioco solo nel XV secolo. Il nome in inglese moderno è scritto Jennifer, dal linguaggio della Cornovaglia.

Il personaggio
Ginevra è una fanciulla di straordinaria bellezza, citata in diverse opere del ciclo arturiano, con lineamenti leggeri, capelli scuri, occhi verdi e ben proporzionata. Costei, figlia di re, aveva affascinato Artù, che l’aveva chiesta in sposa, ma, contemporaneamente, lei era rimasta affascinata dal cavaliere Lancillotto.
L’illecito e tragico amore tra Lancillotto e Ginevra, che rompe l’equilibrio di Camelot (diventando una delle cause della sua caduta), fu uno dei simboli dell’amor cortese medioevale. È celebre, per esempio, la citazione dantesca di “Lancilotto e Ginevra” nel canto di Paolo e Francesca della Divina Commedia.
Ne “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley è uno dei personaggi principali e, come da tradizione, è moglie di Artù e amante di Lancillotto.
Nella serie televisiva Merlin della BBC è la serva personale di Morgana, è grande amica di Merlino ed è innamorata di Artù, pur provando qualcosa per Lancillotto.
Nel film King Arthur del 2004, versione insolita delle leggenda di Artù, Ginevra è innamorata di Artù, ma si sposa con lui solo dopo la morte di Lancillotto (lo stesso nella serie TV Camelot, andata in onda su Sky Atlantic alcuni mesi fa).
Ginevra è un personaggio che compare anche nell’Orlando furioso. Innamorata di Ariodante, tramite un inganno dell’infimo re di Albania, viene punita per adulterio. Rinaldo, il valoroso guerriero, però la salva, uccidendo il re d’Albania e liberandola dalla falsa accusa.

Adattamenti
-Film
Lancillotto e Ginevra, diretto da Robert Bresson, 1974
Excalibur, regia di John Boorman, 1981
Il grande amore di Ginevra, diretto da Jud Taylor, 1994
Il primo cavaliere, regia di Jerry Zucker, 1995
Le nebbie di Avalon, regia di Uli Edel, 2001
King Arthur, regia di Antoine Fuqua, 2004
Merlin, serie televisiva del 2008
Camelot, serie televisiva del 2011
-Romanzi
Le nebbie di Avalon (The Mists of Avalon), Marion Zimmer Bradley, 1983
Il romanzo di Excalibur (The Warlord Chronicles), Bernard Cornwell, 1995
La caduta di Artu’ (The fall of Arthur), J.R.R. Tolkien, 2013
Fonte: Wikipedia Italia

Dal Sito Tarot Goddess

– XX Giudizio – DEA: Gwenhywfar

Gwenhwyfar, la Gallese prima signora (first lady) delle isole e del mare, si crede che sia esistita finché ci fu schiuma delle onde che colpiva contro la riva rocciosa. Apprezzata per il suo giudizio e la sua saggezza, si credeva che nessun uomo potesse governare il Galles senza di lei al suo fianco.

Significato della carta
Decisioni o notizie importanti. Movimento nella fase successiva della vita. Tempo per un grande e necessario cambiamento nella propria vita – spesso benvenuto, ma terrorizzante a causa della sua imponenza.

Arcano XXI – Il Mondo: Gaia

Gea
Gea (in greco antico: Γῆ) o Gaia (in greco ionico e quindi in omerico: Γαῖα) è, nella religione e nella mitologia greca, la dea primordiale, quindi la potenza divina, della Terra.

Gaia (Gea) nella Teogonia di Esiodo
La Teogonia di Esiodo[1] racconta come, dopo Chaos (Χάος), sorse l’immortale Gaia (Γαῖα), progenitrice dei titani e degli dei dell’Olimpo.
Da sola, e senza congiungersi con nessuno, Gaia genera Urano (Οὐρανός, Cielo stellante) pari alla Terra[2], generò quindi, sempre per partenogenesi, i monti, le Ninfe (Νύμφη nymphē) dei monti[3] e Ponto (Πόντος, il Mare)[4].
Unendosi a Urano, Gaia genera i Titani (Τιτάνες): Oceano (Ὠκεανός)[5], Coio ( Κοῖος, anche Ceo), Creio (Κριός, anche Crio), Iperione (Ύπέριον), Iapeto (Ιαπετός, anche Giapeto), Theia (Θεία, anche Teia o Tia)[6], Rea (Ῥέα), Themis (Θέμις, anche Temi), Mnemosyne (Μνημοσύνη, anche Menmosine), Phoibe (Φοίϐη, anche Febe), Tethys (Τηθύς, anche Teti) e Kronos (Κρόνος, anche Crono).
Dopo i Titani, l’unione tra Gaia e Urano genera i tre Ciclopi (Κύκλωπες: Brontes, Steropes e Arges[7])[8]; e i Centimani (Ἑκατόγχειρες , Ecatonchiri): Cotto, Briareo e Gige dalle cento mani e dalla forza terribile[9].
Urano, tuttavia, impedisce che i figli da lui generati con Gaia, i dodici Titani, i tre Ciclopi e i tre Centimani, vengano alla luce. La ragione di questo rifiuto risiederebbe, per Cassanmagnago[10], nella loro “mostruosità”. Ecco che la madre di costoro, Gaia, costruisce dapprima una falce e poi invita i figli a disfarsi del padre che li costringe nel suo ventre. Solo l’ultimo dei Titani, Kronos, risponde all’appello della madre: appena Urano si stende nuovamente su Gaia, Kronos, nascosto[11] lo evira. Il sangue versato dal membro evirato di Urano goccia su Gaia producendo altre divinità: le Erinni (Ἐρινύες: Aletto, Tesifone e Megera[12]), le dee della vendetta[13], i terribili Giganti (Γίγαντες)[14] e le Ninfe Melie (Μελίαι)[15][16].
Ponto (Πόντος, il Mare) genera[17] Nereo (Νηρεύς) detto il “vecchio”, divinità marina sincera ed equilibrata; poi, sempre Ponto ma unitosi a Gaia, genera Taumante (Θαῦμας)[18], quindi Forco (Φόρκυς)[19], Ceto (Κητώ)[20] dalle belle guance, ed Euribia (Εὐρύβια)[21].
Infine Gaia e Tartaro[22] generano Typheo (υφωεύς, anche Tifeo) “a causa dell’aurea” di Afrodite. Questo essere gigantesco, mostruoso, terribile e potente viene sconfitto dal re degli dèi, Zeus, e relegato nel Tartaro insieme ai Titani, da dove spira i venti dannosi per gli uomini.

Immagine: Discendenza di Gea

Altri miti riguardanti Gea
Apollodoro (Biblioteca I,1) sostiene che Gea abbia dapprima partorito i Centimani (Ecatonchiri) e poi i Ciclopi, Urano, loro padre, gettò questi ultimi nel Tartaro; allora Gea gli partorì i sei Titani (Oceano, Ceo, Iperione, Crio, Giapeto e, per ultimo, Crono) e le sette Titanidi (Tethys, Rea, Temi, Mnemosyne, Febe, Dione e Tia). Irata con Urano che aveva gettato nel Tartaro i precedenti figli, Gea incita i Titani a sopraffare il padre: tutti accolgono l’invito di Gea tranne Oceano. Aggredito il padre, Crono lo evira.
Apollodoro (Biblioteca I,6), ci dice che Gea partorì i Giganti, in quanto adirata per la sorte subita dai Titani; sapendo Gea che nessuno degli dèi dell’Olimpo poteva ucciderli ma solo un mortale andò alla ricerca di una pianta magica che impedisse loro di morire anche per mano degli uomini. Saputo ciò, Zeus colse per primo la pianta.
Eratostene (Catasterismi XIII), ci dice che Museo raccontò che Gea nascose in un antro la spaventosa capra, figlia del dio Elios, affidandola poi alla ninfa Amaltea (Ἀμάλθεια)[23] la quale con il suo latte nutrì Zeus infante.
Zeus celò Elara, una delle sue amanti, dalla vista di Hera nascondendola sotto terra. Talvolta viene quindi riportato che il gigante Tizio, il figlio che Zeus ebbe da Elara, sia stato in realtà figlio di Elara e di Gea.
Gea concesse l’immortalità ad Aristeo.
Alcuni studiosi credono che Gea fosse la divinità che originariamente parlava per bocca dell’Oracolo di Delfi. Ella passò i suoi poteri, a seconda delle versioni, a Poseidone, Apollo o Temi. Apollo è il dio a cui più di ogni altro è collegato l’Oracolo di Delfi, esistente da lungo tempo già all’epoca di Omero, perché in quel luogo aveva ucciso il figlio di Gea Pitone, impossessandosi dei suoi poteri ctonii. Hera punì Apollo per questo gesto costringendolo a servire per nove anni come pastore presso il re Admeto.
Nell’antica Grecia i giuramenti fatti in nome di Gea erano considerati quelli maggiormente vincolanti.

Gea nell’arte
Nell’arte classica Gea poteva essere rappresentata in due modi diversi:
Nelle decorazioni vasali ateniesi veniva ritratta come una donna dall’aspetto matronale che emergeva dalla terra soltanto per metà, spesso mentre porgeva ad Atena il piccolo Erittonio (futuro re di Atene) perché lo allevasse.
Nei mosaici di epoca successiva appare come una donna che si sta stendendo a terra, circondata da un gruppo di Carpi, divinità infantili che simboleggiano i frutti della terra.

Note
1^ Esiodo, Teogonia 116 e sgg.
2^ Si riferisce all’estensione, il Cielo stellante, semisferico, finisce là dove finisce Gaia, la linea di orizzonte indica sia la fine del Cielo stellante che della Terra (Arrighetti, p.326; Cassanmagnago p.929)
3^ Quindi le Oreadi (Ὀρεάδες)
4^ Distinto quindi da Oceano (Ὠκεανός)
5^ In Iliade, XIV 201, Oceano è detto «padre degli dèi». Aristotele, in Metafisica I (A) 3,983 intende questo, «Oceano e Teti genitori del divenire», come anticipazione delle teorie di Talete.
6^ Pindaro Istmica V la canta; da intendere come divinità della luce (cfr. Colonna p.83)
7^ Dèi con un “occhio solo”, i loro nomi richiamano rispettivamente il “Tonante”, il “Fulminante” e lo “Splendente”.
8^ Da notare la differenza con l’Odissea, IX 187, dove i Ciclopi risultano dei giganteschi e selvaggi pastori e in cui, uno di questi, Polifemo, è figlio di Posidone. Qui, nella Teogonia esiodea, sono invece tre, dèì figli di Urano e Gaia, costruttori di fulmini che poi consegneranno a Zeus; in Callimaco, Inno ad Artemide, sono gli aiutanti di Efesto, costruttori delle fortificazioni delle città dell’Argolide, ma lo scoliaste (Esiodo Theog., 139) indica questi ultimi come una “terza” categoria di Ciclopi: «perché di Ciclopi ci sono tre stirpi: i Ciclopi che costruirono le mura di Micene, quelli attorno a Polifemo e gli dèi stessi.»
9^ Così lo scoliaste (148): «Costoro sono detti venti che prorompono dalle nubi, e sono di sicuro devastatori. Per questo miticamente sono provvisti anche di cento braccia perché hanno pulsionalità guerresche. Cotto, Briareo e Gige sono i tre momenti (dell’anno): Cotto è la canicola, cioè il momento dell’estate, Briareo è la primavera in rapporto con il fiorire (‘bryein’) e crescere le piante; Gige è il tempo invernale.» (Trad. Cassanmagnago, p. 503).
10^ Cassanmagnago Op.cit. p.929
11^ Nella vagina della madre, locheòs, ( così legge Shawn O’Bryhim, Hesiod and the Cretan Cave in “Rheinisches Museum fuer Philologie” 140: 95-96, 1997.)
12^ Questi nomi sono tuttavia di origine ellenistica, mentre la loro presenza è ternaria a partire da Euripide; nell’Iliade il nome è plurale (ad es. XIX, 418) che singolare (ad es. XIX, 87).
13^ Queste dee rappresentano lo spirito della vendetta nei confronti di chi colpisce i parenti o i membri del proprio clan. Sono anche le divinità che sorvegliano il rispetto degli impegni presi sotto giuramento e che impongono il rispetto del corso “naturale” degli eventi (in quest’ultima accezione cfr. Iliade XIX, 418 ed Eraclito fr. 94 Diels-Kranz).
14^ Nell’Odissea (VII, 59) sono una tribù selvaggia che perisce insieme al loro capo Eurimedonte.
15^ Le Ninfe dell’albero di frassino. Anche queste divinità sono strettamente connesse con la guerra essendo il frassino l’albero con cui si costruivano le lance.
16^ Lo scoliaste (187) sostiene che da queste Ninfe viene la prima generazione degli uomini.
17^ Non è chiaro se per partenogenesi, o come gli altri successivi a lui, per mezzo dell’unione con Gaia, cf. Arrighetti p.294, Cassanmagnago p.931 (46).
18^ L’aspetto meraviglioso del mare, cfr. Arrighetti p.294.
19^ L’aspetto mostruoso del mare, cfr. Arrighetti p.294.
20^ Anch’esso aspetto mostruoso del mare, cfr. Arrighetti p.294.
21^ L’aspetto violento del mare, cfr. Arrighetti p.294.
22^ Cfr. vv. 820-885.
23^ Amaltea è invece il nome stesso della capra in Apollodoro I, 1, 6-7; Callimaco Inno a Zeus 46-9; Diodoro Siculo V, 70,3
Fonte: Wikipedia Italia

Fine

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