The Goddess Tarot – parte 5

Dopo una quattro giorni energeticamente intensissima (domenica Luna Nuova, per le spiegazioni leggete il post relativo Luna Vulcano, lunedì Portale 11/1 con Suono Rosso e LuceStasi Energy, martedì compleanno di Elena con un regalo anche per me nelle quattro letture, e per finire ieri sera il potentissimo Rituale di Apertura dei Sette Sigilli) eccomi di nuovo con le Dee e i loro Arcani. Le prime due vengono da siti in inglese, perché vengono da posti lontani e in italiano non ho trovato nulla. Se volete copiare o riportare le informazioni, siete pregati di citare come fonte anche il mio blog, dato che la traduzione l’ho fatta io e non qualche traduttore automatico di Internet. Come sempre potete avere una lettura gratuita in inglese sul sito Tarot Goddess.

Arcano XV – Tentazione: Nyai Loro Kidul

Nyai Loro Kidul (scritto anche Nyi Roro Kidul) è uno spirito o divinità femminile leggendario Indonesiano, conosciuto come la Regina del Mare del Sud di Giava (Oceano Indiano o Samudra Kidul a sud dell’isola di Giava) nella mitologia Giavanese e Sundanese.
Secondo le credenze Giavanesi, lei è anche la mitica consorte spirituale dei Sultani di Mataram e Yogyakarta, iniziando con Senopati e continuando fino ai nostri giorni.
Lo spirito Nyai Roro Kidul ha molti nomi diversi, che riflettono le diverse storie della sua origine in una miriade di saghe, leggende, miti e folklore tradizionale. Gli altri nomi includono Ratu Laut Selatan (“Regina del Mare del Sud” intendendo l’Oceano Indiano) e Gusti Kanjeng Ratu Kidul. La casa reale di Keraton Surakarta la riveriva come Kanjeng Ratu Ayu Kencono Sari. Molti Giavanesi credono che sia importante usare vari titoli onorifici quando ci si riferisce a lei, come Nyai, Kanjeng, and Gusti. Le persone che la invocano la chiamano anche Eyang (nonna). In forma di sirena ci si riferisce a lei come Nyai Blorong.
La parola Giavanese “loro” significa letteralmente due – 2 e si fuse nel nome del mito riguardo all Spirito-Regina nato come una bellissima ragazza o fanciulla, in Giavanese Antico “rara”, scritto come rårå, (usato anche come roro). Il Giavanese Antico “rara” evolse nel Giavanese Moderno “lara”, scritto come lårå, (che significa malato, e anche morto di crepacuore, o cuore spezzato).
L’ortografia Olandese cambiò “lara” in “loro” (usato qui in Nyai Loro Kidul) così il gioco di parole cambiò da ragazza bellissima a ammalata – Giavanese Antico Nyi Rara e Giavanese Moderno Nyai Lara.

Descrizione
Nyai Loro Kidul è spesso illustrata come una sirena con la coda, sia con la parte inferiore di serpente che di pesce. Si dice che la creatura mitica prenda l’anima di chi desidera. Secondo le leggende popolari dei villaggi sulla costa sud di Giava, la Regina spesso reclama le vite dei pescatori o dei visitatori che fanno il bagno sulla spiaggia, e di solito preferisce giovani uomini di bell’aspetto.
A volte si parla di Nyai Loro Kidul come di un “naga”, o serpente mitico. Questa idea può essere derivata da alcuni miti riguardanti una principessa di Pajajaran che soffriva di lebbra. La malattia della pelle menzionata in molti dei miti riguardanti Nyai Loro Kidul poteva forse riferirsi alla muta della pelle di un serpente.
Il ruolo di Nyai Loro Kidul come Spirito-Regina Giavanese divenne un motivo popolare nel folklore Giavanese tradizionale e nei miti di palazzo, così come l’essere legata alla bellezza delle principesse Sundanesi e Giavanesi. Un altro aspetto del suo mito era la sua abilità di cambiare forma parecchie volte al giorno. Il Sultano Hamengkubuwono IX di Yogyakarta descrisse la sua esperienza riguardante incontri spirituali con lo spirito Regina nelle sue memorie; la regina poteva cambiare forma e aspetto, come una giovane donna bellissima di solito durante la luna piena, e apparire come una donna anziana in altri momenti.
Nyai Loro Kidul in una significativa quantità di folklore che lo circonda controlla le violente onde dell’Oceano Indiano dal posto dove vive nel cuore dell’oceano.
A volte ci si riferisce a lei come una delle regine o mogli spirituali del Susuhunan di Solo o Surakarta e del Sultano di Yogyakarta. La sua posizione letterale viene considerata corrispondere agli assi Merapi-Kraton-Mare del Sud nei Sultanati di Solo e Yogyakarta.
Un’altra diffusa parte del folklore che lo circonda è il color verde acqua, gadhung m’lathi in Giavanese, che è il suo preferito e si riferisce a lei, e quindi lungo la costa sud di Giava è proibito indossarlo. Spesso viene descritta indossando abiti o selendang (fasce di seta) di questo colore.

Origine e storia
Sebbene la maggior parte delle sue leggende siano connesse al Sultanato Mataram di Giava del XVI secolo, i manoscritti più antichi rintracciano la sua origine leggendaria all’era del Regno Sundanese di Pajajaran, la leggenda della sfortunata principessa Kadita. Tuttavia, gli studi culturali e antropologici Giavanesi e Sundanesi suggeriscono che il mito della Regina dei Mari del Sud di Giava probabilmente ha avuto origine da una credenza animistica preistorica, la divinità femminile dell’oceano meridionale pre Hindu e Buddista. Le potenti onde dell’Oceano Indiano della costa sud di Giava, le sue tempeste e a volte tsunami, probabilmente accrebbero la reverenza e la paura dei nativi dei poteri della natura, attribuendoli al reame spirituale di Dei e Demoni che abitavano the i mari del sud governati dalla loro regina, una Divinità femminile, più tardi identificata come “Ratu Kidul”.
Le leggende del XVI secolo Giavanesi connettono la Regina dei Mari del Sud come protettore e consorte spirituale dei Re del Sultanato di Mataram. Panembahan Senopati (1586-1601 AD), fondatore del Sultanato di Mataram, e il suo nipote Sultano Agung (1613-1645 AD) che nominarono la Kanjeng Ratu Kidul come loro sposa, sono menzionati nel Babad Tanah Jawi.
Secondo alcune leggende Giavanesi risalenti al XVI secolo, il principe Panembahan Senopati aspirava a stabilire un nuovo regno Sultanato di Mataram contro il predominio del regno di Pajang. Egli eseguì pratiche ascetiche meditando sulla spiaggia di Parang Kusumo, a sud di casa sua nella città di Kota Gede. La sua meditazione causò un potente e disturbante fenomeno sovrannaturale nel regno spirituale del Mare del Sud. La Regina venne sulla spiaggia per vedere chi aveva causato questa minaccia al suo regno. Non appena vide l’affascinante principe, la regina si innamorò immediatamente e chiese al principe di interrompere la sua meditazione. In cambio la dea regina, che governava il regno spirituale dei mari del sud, si accordò per aiutare Panembahan Senopati nel suo sforzo politico per stabilire un nuovo regno. Per poter diventare il protettore spirituale del regno, la Regina chiese di essere presa in moglie dal principe, come consorte spirituale di Panembahan Senopati e di tutti i suoi successori, i re di Mataram.
Una leggenda popolare Sundanese narra di Dewi Kadita, la bellissima principessa del Regno di Pajajaran, nella Giava Occidentale, che fuggì disperata nel Mare del Sud dopo essere stata colpita dalla magia nera. L’incantesimo oscuro fu lanciato da una strega per ordine di una rivale gelosa nel palazzo, e causò alla bellissima principessa una malattia della pelle disgustosa. Ella saltò nelle violenti onde dell’oceano dove fu finalmente curata e riguadagnò la sua bellezza, e gli spiriti e i demoni incoronarono la ragazza come la leggendaria Regina-Spirito del Mare del Sud.
Una versione simile della storia sopra narra che il re (di quel tempo), avendo lei come unica figlia, pensando di ritirarsi dal trono, si risposa. Avere una regina (al posto di un re) era proibito. La nuova moglie del re finalmente rimane incinta, ma, a causa della gelosia, forza il re a scegliere fra sua moglie e sua figlia. Era un ultimatum. Se avesse scelto sua figlia, la moglie avrebbe lasciato il palazzo e il trono sarebbe stato dato a colei che più tardi sarebbe diventata la regina. Se avesse scelto la moglie, la figlia sarebbe stata esiliata dal palazzo, e il bambino che non era ancora nato sarebbe diventato re. Il re risolve ordinando a una strega di far soffrire a sua figlia di una malattia della pelle. La figlia, ora esiliata dal palazzo, sente una voce che le dice di andare al mare a mezzanotte per curare la sua malattia. Così fece, e svanì, per non essere mai più vista.
Un’altra leggenda Sundanese parla di Banyoe Bening (che significa acqua limpida) che diventa Regina del Regno di Djojo Koelon, e, soffrendo di lebbra, viaggia verso Sud dove viene presa da un’onda gigante e scompare nell’Oceano.
Un’altra leggenda popolare di Giava Occidentale riguarda Ajar Cemara Tunggal (Adjar Tjemara Toenggal) sulla montagna di Kombang nel Regno di Pajajara. È un veggente maschio che in realtà era la bellissima prozia di Raden Jaka Susuruh. Ella si travestì da profeta e disse a Raden Jaka Susuruh di andare a est di Giava per fondare un regno in un luogo dove un albero di bael (maja) dava un solo frutto; il frutto era amaro, “pait” in Giavanese, e il regno prese il nome di Majapahit. La veggente Cemara Tunggal avrebbe sposato il fondatore di Majapahit e qualsiasi discendente di primo grado, per aiutarli in ogni faccenda. Però lo spirito della veggente sarebbe trasmigrato nello “spirito-regina del sud” che avrebbe regnato sugli spiriti, demoni e tutte le creature oscure.
Fonte: Wikipedia Inglese

Arcano XVI – Oppressione: Le Dee Wawalak

Il Mito Australiano delle Wawalak
Le tribù Accent dell’Australia hanno un mito meraviglioso che io penso descriva adeguatamente il potere straordinario dell’amore materno. È la storia di due Dee gemelle chiamate le Wawalak.
Molti degli Aborigeni Australiani credono che il mondo sia nato quando gli antichi Dei e Dee si svegliarono dal loro sonno profondo sottoterra e decisero di esplorare il territorio soprastante. Questi esseri erano così potenti che letteralmente crearono il mondo mentre vagavano attraverso la terra. Questo viene riferito come il “Tempo di Sogno”.
I passi di questi grandi esseri divennero le valli, con le dorsali di accompagnamento formanti le soffici colline rotolanti. Il loro gentile tocco formò piante e alberi. Il loro respiro causò il soffiare dei venti gentili che propagarono ulteriormente la terra. Le loro lacrime crearono la pioggia, che era necessaria per riempire i laghi e le pozze, così come per nutrire ogni forma di vita.
La loro immaginazione creò la vita selvaggia dagli insetti ai coccodrilli e oltre. Ma sentendo che il mondo non era ancora completo del tutto, essi portarono fuori pure un’altra razza di Dei e Dee minori che furono alla fine responsabili per la creazione del genere umano. Essi passarono del tempo con loro ma alla fine ritornarono a dormire sottoterra.
Una delle più rinomate e rispettate Dee era chiamata il Grande Serpente Arcobaleno. È quella accreditata per aver creato la maggior parte della vita sulla terra, così come per aver riempito i laghi e le pozze con l’acqua.
Le Dee Gemelle conosciute come le Wawalak erano fra quelle create durante il Tempo di Sogno. Esse viaggiarono insieme con i loro neonati, esplorando la bellezza del mondo. Erano molto felici della compagnia reciproca e di quella dei loro amati bambini. Questo fu, naturalmente, finché non fecero un errore fatale.
Mentre viaggiavano, si accamparono vicino alla pozza del Grande Serpente Arcobaleno. Ma non compresero che l’acqua era considerata sacra al serpente e accidentalmente la inquinarono.
Il Grande Serpente Arcobaleno era così arrabbiata che esse avessero osato inquinare la sua acqua, che si svegliò dal suo sonno profondo e fece in modo che la pioggia inondasse l’area. Quasi spazzò via le donne, ma esse si aggrapparono disperatamente a qualsiasi cosa potevano trovare. Le madri tenevano pure strettamente i loro bambini, coprendoli e proteggendoli con i loro propri corpi.
Le sorelle pregarono e cantarono tentando di calmare la dea, ma niente sembrava funzionare. Semplicemente essa diventava sempre più arrabbiata, finché, in un impeto di rabbia incontrollata, essa inghiottì intere le due sorelle e i loro bambini.
Quasi immediatamente, comunque, il serpente si vergognò di aver fatto un’azione così drastica. Così apri la bocca e rilasciò le sorelle dal suo stomaco. Quello che fece non poté aiutarle, ma notò il fatto che le madri tenevano ancora strettamente ad esse i loro bambini. La loro determinazione di proteggere i loro piccoli a tutti i costi toccò profondamente la Dea.
Dopo che le Wawalak furono resuscitate dal Grande Serpente Arcobaleno, il luogo di tale evento divenne sacro per gli Aborigeni. Alcune delle più importanti cerimonie religiose furono tenute nel luogo dove si credeva che il Grande Serpente Arcobaleno rigurgitò le Dee gemelle.
Le Wawalak divennero un potente simbolo non solo della forza della maternità, ma pure della forza infinita della vita all’interno di ogni donna. Esse sono ancora onorate da molte tribù Aborigene oggigiorno.
Le Wawalak, come la maggior parte delle madri, furono disponibili a dare la loro propria vita per proteggere i loro bambini. È un legame che è difficile da spiegare e persino da comunicare. Semplicemente esiste, in un modo così forte che continua ad affascinare e ipnotizzare gli uomini persino oggigiorno.
Alcuni aborigeni credono anche che le donne nacquero con la conoscenza di tutti i segreti del mondo. Ma l’uomo sentì che non era giusto che le donne possedessero sia un legame indistruttibile con i loro bambini e pure tutti i segreti del mondo. Così essi ordirono un complotto per rubarglieli; lasciando le loro controparti femminili senza la conoscenza essi avevano bisogno di comandare; o così pensavano… Forse non avevano mai sentito il detto “la mano che culla è quella che governa il mondo” (“the hand that rocks the cradle, rules the world”). Ovviamente, è una lezione che le Wawalak compresero bene.
Fonte: Wet Pig – Blog Australiano

Dal sito Tarot Goddess

– XVI Oppressione – DEA: Le Wawalak

Durante il Tempo di Dogno, le Sorelle Dee Aborigene Australiane, le Wawalak, furono inghiottite intere da Yurlungur, il Grande Serpente Arcobaleno. Oppresse dall’oscurità nella pancia del serpente, le Wawalak piansero finché furono di nuovo rinate alla luce da Yurlungur.

Significato della carta
Sentirsi sopraffatto o oppresso da circostanze o emozioni. Depressione. Un nuovo inizio dopo una fine dolorosa che può aver frantumato la vostra visione del mondo.

Arcano XVII – La Stella: Inanna

La stella a otto punte, che indica il pianeta Venere, è il simbolo della dea mesopotamica Inanna/Ištar.
Inanna (anche Inana; cuneiforme sumerico: NIN.AN.NA, forse con il significato di “Signora Cielo”, anche MÚŠ con il significato di “Splendente”; in dialetto emesal: gašan.an.na) è la dea sumera della fecondità, della bellezza e dell’amore, inteso come relazione erotica (con l’epiteto di nu.gig, inteso come “ierodula”) piuttosto che coniugale (per gli studiosi «Inana non è una Dea del matrimonio, e nemmeno una Dea Madre»); successivamente assimilata alla dea accadica, quindi babilonese e assira, Ištar (anche Eštar). Inanna/Ištar è la più importante divinità femminile mesopotamica.
Il segno MÚŠ che rappresenta il suo nome deriva da un arcaico pittogramma che indica lo stelo arrotolato di una canna.

Origini
La più antica attestazione del nome di questa divinità è riscontrabile nelle tavole di argilla rinvenute nell’antico complesso templare dell’Eanna (Uruk), e risalenti ai periodi tardo Uruk-Gemdet Nasr, quindi intorno al 3400-3000 a.C., risultando i segni più antichi come pittogrammi, mentre i più recenti sono riportati in modo più astratto.
La Lista degli dèi di Fara riporta il suo nome dopo quello di An e di Enlil e prima di quello di Enki, comunque sia, le fonti pre-sargoniche non sembrano prestare particolare attenzione a questa divinità.

Genealogia
La principale tradizione sumerica (città di Uruk) la vuole figlia del dio Cielo An (in questo contesto assume il titolo di nu.gig.an.na (“ierodula di An”). Un’altra tradizione (città di Isin) la vuole invece figlia del dio Luna Nanna e sorella gemella del dio del Sole Utu.

Particolarità
Bellissime sono le poesie d’amore scritte da Inanna e rivolte al proprio amore e promesso sposo Dumuzi. Ella dona agli abitanti di Uruk, la città di cui è protettrice, i Me sottratti ad Enki con un inganno (lo fece ubriacare dopo averlo sedotto con la sua bellezza), in modo che gli uomini possano vivere in prosperità e benessere. Dopo la perdita del suo innamorato divenne una seduttrice di uomini e di Dei: nella saga di Gilgamesh, questi rifiuta le sue profferte di sesso, rinfacciandole che nessun uomo è rimasto vivo fino all’indomani mattina, dopo avere giaciuto con lei nella notte.

La discesa di Inanna agli inferi
Il testo più lungo e complesso su Inanna giunto fino a noi è il poema La discesa di Inanna, conosciuto per la maggior parte da tavolette rinvenute negli scavi archeologici eseguiti tra il 1889 e il 1900 sulle rovine della città di Nippur, nel sud della Mesopotamia (attuale Iraq).
Il mito narra come Inanna scenda nell’oltretomba (ma il testo superstite non fornisce la ragione del viaggio). Prende con sé sette Me (personificati come accessori e capi di vestiario della dea), parte con la fida ancella Ninshubur e bussa alle porte della “Terra” (termine con cui comunemente viene identificato l’oltretomba). Le viene chiesto da parte di Neti, il custode, il motivo di un tale viaggio. Inanna spiega che è venuta per rendere omaggio a sua sorella Ereshkigal, signora dell’oltretomba, e a portarle le sue condoglianze per la morte di Gugalanna, suo marito, il “toro del cielo” (ucciso da Gilgameš nell’epopea legata all’eroe). Viene fatta entrare sola e passa attraverso sette porte, ove le vengono sottratti progressivamente i Me. Infine, nuda, viene introdotta davanti ad Ereshkigal e agli Anunnaki (i giudici degli inferi in questa versione del mito), che la condannano e la mettono a morte. Ninshubur va a chiedere aiuto per la padrona e la sua supplica trova ascolto presso Enki. Il dio modella con lo “sporco” tratto da sotto le sue unghie due creature “né femmina né maschio” (che non potendo generare, non sono soggette al potere della morte): Kurgarra e Galatur. Costoro volano nell’oltretomba e circuiscono Ereshkigal con le loro lusinghe fino a che ella non promette loro come premio qualunque cosa vogliano. I due chiedono il cadavere di Inanna e, avutolo, fanno risorgere la dea aspergendola del cibo e dell’acqua della vita.
Inanna però non può tornare dagli inferi senza fornire qualcuno che la sostituisca. I Galla (demoni del destino) le propongono diversi sostituti: Ninshubur, i suoi due figli Shara e Lulal, ma la dea rifiuta di condannare a morte queste persone rimastele fedeli anche nel periodo della sua morte. Per ultimo, la conducono dal suo sposo Dumuzi. Dumuzi viene sorpreso mentre siede soddisfatto sul suo trono, sfoggiando ricche vesti, senza portare il lutto per Inanna. Presa dall’ira, Inanna lo consegna ai Galla. Dumuzi riesce a fuggire per opera del dio Utu, ma viene ripreso dopo un lungo inseguimento e condotto agli inferi. La sorella di Dumuzi, Geshtinanna, va alla sua ricerca e le sue lacrime impietosiscono Inanna, che decide di accompagnarla. La dea e la mortale vagano a lungo, finché una “mosca sacra” (sorta di deus ex machina) dice loro dove si trova Dumuzi: in Arali, luogo di confine tra il mondo degli uomini e gli inferi, dove viene raggiunto infine da Inanna e Geshtinanna. Tuttavia, per la legge dell’oltretomba, Dumuzi e Geshtinanna devono risiedere a turno per metà dell’anno nel regno di Ereshkigal.
Il mito è generalmente interpretato come una raffigurazione del ciclo della vegetazione. Dumuzi (divinità della fertilità), giace per sei mesi con Inanna (che rappresenta la potenza della generazione) e per sei mesi con la sorella “oscura” di lei, Ereshkigal (il letargo invernale, rappresentato simbolicamente dalla morte). Il dualismo Dumuzi-Geshtinanna viene messo in relazione con l’alternarsi stagionale dei frutti della terra (le messi per Dumuzi e la vite per Geshtinanna).
Non mancano peraltro le interpretazioni del mito in chiave psicoanalitica. In questa accezione, la discesa di Inanna è spiegata con la necessità per la psiche di confrontarsi con il proprio “lato oscuro” (Ereshkigal), connesso all’istintualità cieca e alla distruttività (la “pulsione di morte” di Freud), per raggiungere l’equilibrio e la completezza.
Fonte: Wikipedia Italia

segue

 

 

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