The Goddess Tarot – parte 4

Nuovo gruppo di Dee con i relativi Arcani. Sito per letture gratuite in inglese: Tarot Goddess.

Arcano XII – Sacrificio: Kwan Yin

Avalokiteśvara (sanscrito, devanagari अवलोकितेश्वर, anche Lokeśvara; cinese 觀音 Guānyīn Wade-Giles Kuan-yin anche 觀世音 Guānshìyīn, Wade-Giles Kuan-shih-yin; giapponese 観音 Kannon, Kwannon, anche 観世音 Kanzeon; coreano 관음 Gwan-eum anche 관세음 Gwan-se-eum; vietnamita Quan Âm (da Quán Thế Âm); tibetano སྤྱན་རས་གཟིགས། (pr.: “Chenrezig Wangchug“); mongolo Nidubarüsheckchi ) è, nel Buddhismo Mahāyāna, il bodhisattva della grande compassione.

Origini
Se è indubbio che la figura del bodhisattva Avalokiteśvara, il bodhisattva della compassione, sia al centro di numerose pratiche religiose, meditative e di studio dell’intera Asia buddhista mahāyāna e non solo, l’origine di questa figura religiosa e del suo stesso nome è tutt’oggi controversa.
La maggioranza degli studiosi ritiene oggi che questa figura origini dalle comunità buddhiste collocate ai confini nordoccidentali dell’India. Precedenti illustri sono rappresentati dalla studiosa Marie-Thérèse de Mallmann che collegò questo bodhisattva buddhista persino alla tradizione religiosa iranica, mentre Giuseppe Tucci lo ritenne una personificazione della qualità compassionevole del Buddha Śākyamuni.
Ma, più semplicemente, secondo Raoul Birnaum nelle tradizioni mahāyāna Avalokiteśvara è:
«uno tra i molti esseri con una storia umana che furono guidati dalla dedizione e dallo sviluppo spirituale alla completa realizzazione come bodhisattva.»

Il nome e gli epiteti nelle varie tradizioni
Sono numerosi i nomi e gli epiteti con cui viene indicato Avalokiteśvara nelle varie lingue asiatiche:
-sanscrito: Avalokiteśvara, da Avalokita (colui che guarda) iśvara (signore): “Signore che guarda”. Reso da Xuánzàng (玄奘, 602-664), il famoso pellegrino e traduttore cinese, come 觀自在 (Guānzìzài, giapp. Kanjizai) ovvero come “Signore che guarda”.
Avalokitasvara è invece una diversa grafia sanscrita già presente in alcuni manoscritti risalenti al V secolo ed è all’origine di un’altra resa in cinese come 觀音 (Guānyīn, giapp. Kannon) ovvero come “Colui che ascolta il suono”.
Lokeśvara, da loka (mondo) e iśvara (signore): “Signore del mondo”.
Padmapāṇi: ” Colui che tiene in mano il loto”.
-cinese: Oltre i termini già riportati di 觀自在 (Guānzìzài) e 觀音 (Guānyīn, questo è oggi il più diffuso) vanno ricordati i termini 觀世音 (Guānshìyīn utilizzato per la prima volta da Saṃghavarman nel 252 e ripreso da Kumārajīva nel 404, vedi più oltre) e 光世音 (Guāngshìyīn, utilizzato da Dharmarakṣa nel III secolo). Da questi termini derivano termini analoghi in lingua giapponese, coreana e vietnamita.
-tibetano: sPyan-ras-gzigs dbang-phyug (pr.: “Chenrezig Wangchug”): “Signore dallo sguardo compassionevole.
-mongolo: Nidubarüĵekči (pr.:Nidubarüsheckchi): “Colui che guarda con gli occhi”.

I sūtra di riferimento
I principali e più antichi sūtra mahāyāna che trattano questa figura sono sostanzialmente tre:
Sukhāvatīvyūhasūtra (Sutra degli ornamenti della terra beata): sūtra dedicato al buddha Amitābha conservato nel Canone buddhista cinese con il titolo di 無量壽經 (Wúliángshòu jīng, giapp. Muryōju kyō) al T.D. 360 (sezione Bǎojībù); e conservato nel Canone tibetano con il titolo di Od-dpag-med-kyi bkod-pa’i mdo nella raccolta bKa’-‘gyur (Kanjur), sezione dKon-br-tegs (n.5).
Amitāyurdhyānasūtra (Sutra sulla contemplazione della vita infinita): sūtra dedicato al buddha Amitābha conservato nel Canone buddhista cinese con il titolo di 觀無量壽經 (Guān wúliángshòu jīng, giapp. Kammuryōju kyō) al T.D. 365 (sezione Bǎojībù); non esiste una sua traduzione in lingua tibetana.
-ma soprattutto, per la sua larghissima diffusione in Asia, il Saddharmapundarīka-sūtra (Sutra del Loto della buona legge): conservato nel Canone buddhista cinese con il titolo di 妙法蓮華經 (Miàofǎ liánhuā jīng, giapp. Myōhō renge kyō) al T.D. 262,263,264 (sezione Fǎhuābù); e conservato nel Canone tibetano con il titolo Dam-pa’i chos padma-dkar-po’i mdo nella raccolta bKa’-‘gyur (Kanjur), sezione mDo-sde.

Il mantra delle sei sillabe
Alla figura di Avalokiteśvara è collegato, in numerose tradizioni mahāyāna quale quella relativa al Buddhismo tibetano, il mantra composto di sei sillabe Oṃ Maṇi Padme Hūṃ avente la funzione di proteggere gli esseri senzienti.

Avalokiteśvara nella tradizione del Canone buddhista cinese
Origine del nome Guānyīn (觀音)
In tutte le lingue, che derivano questo termine dal Canone buddhista cinese, Guānyīn (觀音, primo termine) è un’abbreviazione di Guānshìyīn (觀世音, secondo termine), quindi nel suo significato di:
guān (觀): termine cinese che rende il sanscrito vipaśyanā nel significato meditativo di osservare, ascoltare, comprendere;
shì (世): termine cinese che rende il sanscrito loka quindi la “Terra”, ma originariamente riportava anche il significato di yuga (ciclo cosmico) e quindi rende anche il termine saṃsāra, il ciclo sofferente delle nascite e la “mondanità” che provoca questo ciclo;
yīn (音): termine cinese che rende numerosi termini sanscriti (come ghoṣa, ruta, śabda, svara, udāhāra) che significano suono, voce, melodia, rumore e termini simili. Accanto a shì (世), il doloroso saṃsāra, yīn (音) acquisisce il significato di “suono del doloroso saṃsāra” quindi di lamento, espressione della sofferenza.
Quindi Guānshìyīn (觀世音) : “Colei che ascolta i lamenti del mondo”, il bodhisattva della misericordia.
Guānshìyīn è infatti indicata come 菩薩 (púsà, giapp. bosatsu) quindi nella resa del termine sanscrito di bodhisattva.
Questo nome appare per la prima volta nella traduzione dal sanscrito al cinese del Sukhāvatī-vyūha-sūtra (無量壽經 Wúliángshòu jīng, giapp. Muryōju kyō, T.D. 360.12.265c-279a) operata da Saṃghavarman nel 252.
Deve tuttavia la sua popolarità alla larga diffusione della traduzione del Sutra del Loto, operata da Kumārajīva (344-413) nel 406 con il titolo Miàofǎ Liánhuā Jīng (妙法蓮華經, giapp. Myōhō Renge Kyō, T.D. 262, 9.1c-62b), dove compare sempre come resa del nome sanscrito del bodhisattva Avalokiteśvara.
Il capitolo Guānshìyīn Púsà pǔmén pǐn (觀世音菩薩普門品, T.D. 262.9.56c2, La porta universale del bodhisattva Guānshìyīn) venticinquesimo capitolo del Sutra del Loto spiega così il nome di Guānshìyīn (sanscrito Avalokiteśvara):
«In seguito il bodhisattva Wújìnyì (無盡意, sanscrito Akṣayamati, Mente indistruttibile) si alzò dal suo seggio, scoprì la spalla destra e giungendo le mani rivolto al Buddha disse:
“Per quale ragione, o Beato, il bodhisattva Guānshìyīn è chiamato Guānshìyīn?”
Il Buddha rispose a Wújìnyì:
“Uomo devoto, se l’insieme delle numerose infinite miriadi di esseri che in questo momento stanno soffrendo udisse il nome del bodhisattva Guānshìyīn e invocasse il suo nome sarebbero liberi da ogni sofferenza”»
(Guānshìyīn Púsà pǔmén pǐn (觀世音菩薩普門品, T.D. 262.9.56c2)
L’adozione del nome Guānyīn (觀音) al posto di Guānshìyīn (觀世音) fu imposta dall’imperatore Gāozōng (高宗, conosciuto anche come Lǐzhì, 李治, regno: 649-83) che emise un editto in base alla normativa sui nomi proibiti (避諱 bìhuì) ordinando di omettere il carattere 世 (shì) dal nome della bodhisattva. Tuttavia le altre forme continuarono ad essere comunque utilizzate.
Rappresentazione
Guānshìyīn è la resa in lingua cinese del termine sanscrito Avalokiteśvara, nome del bodhisattva mahāyāna della misericordia.
Nella sua evoluzione di significati, tuttavia, Guānyīn ha acquisito delle peculiarità tradizionali tipiche del popolo cinese e degli altri popoli dell’Estremo Oriente in cui il culto di questo bodhisattva si è diffuso. Se, ad esempio, Avalokiteśvara veniva prevalentemente rappresentato in India nelle sembianze maschili, in Cina esso è stato progressivamente raffigurato come una donna.
Sempre in Estremo Oriente, Guānyīn è rappresentato in trentatré differenti forme seguendo in questo l’elenco presentato nel venticinquesimo capitolo Sutra del Loto.
In una di queste forme, Guānyīn viene raffigurata con una lunga veste bianca (in sanscrito, questa forma viene denominata Pāṇḍaravāsinī-Avalokitêśvara, Avalokitêśvara vestito di bianco, in cinese 白衣觀音 Báiyī Guānyīn), sostenuta da un loto dello stesso colore. Spesso con una collana delle famiglie reali indocinesi.
Nella mano destra può reggere un vaso o una brocca (kalaśa) contenente il nettare dell’immortalità (amṛta cin. 甘露 gānlòu) che rappresenta il nirvāṇa.
In un’altra forma, nella mano sinistra regge un ramo di salice (in quest’ultimo caso viene denominata 楊柳觀音 Yángliǔ Guānyīn) simbolo della sua volontà di ‘piegarsi’ alle richieste degli esseri viventi.
La corona generalmente riporta un’immagine del buddha cosmico Amitābha (阿彌陀 Āmítuó, giapp. Amida) il maestro spirituale di Guānyīn prima che divenisse un bodhisattva oppure ritenendo Guānyīn una emanazione compassionevole e diretta del potere di Amitābha.
A volte Guānyīn è accompagnata dai suoi due discepoli: Lóngnǚ (龍女, sanscrito Nāgakanyā, principessa dei Nāga) e Shàncái (善財, sanscrito Sudhana).
Il bodhisattva dalle mille braccia e dagli undici volti
Una delle forme più diffuse, non solo in Cina, del bodhisattva Avalokiteśvara-Guānyīn è nella sua forma di Sahasrabujia (sanscrito, cin. 千手觀音Qiānshǒu Guānyīn, giapp. Senshu Kannon) ovvero con mille braccia (quattro in evidenza e miriadi di braccia sullo sfondo) le cui mani contengono un occhio. Ci sono diversi sutra che trattano di questa figura tra cui il Nīlakaṇṭha-dhāraṇī (tra le versioni il 千手千眼觀世音菩薩大悲心陀羅尼, Qiānshǒu qiānyǎn guānshìyīn púsà dàbēixīn tuóluóní) per lo più conservati nel Mìjiàobù (T.D. dal 1057 al 1064). Il singnificato di questa rappresentazione (molteplicità degli occhi e delle braccia) inerisce al ruolo di mahākaruṇā (sanscrito, cin. 大悲 dàbēi, Grande compassione) rappresentato da questo bodhisattva pronto a raccogliere le richieste di aiuto di tutti gli esseri.
Questa rappresentazione è accompagnata ad un’altra che vuole Guānyīn con undici volti (sans. Ekādaśa-mukha Avalokiteśvara, cin. 十一面觀音 Shíyī miàn Guānyīn ). Anche in questo caso vi sono molti sutra dedicati come il Avalokitêśvara-ekadaśamukha-dhāraṇī (十一面觀世音神呪經 Shíyīmiàn guānshìyīn shénzhòu jīng, T.D. 1070.20.149-152). Il significato di questa rappresentazione appartiene per lo più al Buddhismo esoterico, ma alcune leggende vogliono che alla vista delle sofferenze degli esseri confinati negli inferni, Guānyīn si spaccò la testa dal dolore in undici parti. Amithāba tramutò questi frammenti in singole teste di cui la decima è demoniaca (per spaventare i demòni) mentre l’undicesima è il volto dello stesso Amithāba di cui Guānyīn è una emanazione. Una interpretazione simbolica meno leggendaria vuole che i dieci volti collocati insieme al volto di Guānyīn indichino i dieci stadi (sans. daśa-bhūmi, cin. 十住 shízhù) del percorso del bodhisattva che si concludono con lo stadio della buddhità (indicato come 灌頂住 guàndǐng zhù).
Storia
Insieme al Buddhismo, il culto di Guānyīn fu introdotto in Cina agli inizi del I secolo d.C., e raggiunse il Giappone attraverso la Corea subito dopo essersi stabilito nel Paese alla metà del VII secolo. Le rappresentazioni del bodhisattva in Cina prima della dinastia Song erano maschili; immagini successive mostravano attributi di entrambi i sessi e ciò in accordo con il venticinquesimo capitolo del Sutra del Loto dove Avalokiteśvara ha il potere di assumere ogni forma o sesso al fine di alleviare le sofferenze degli esseri senzienti:
«Se essi [gli esseri viventi] hanno bisogno di un monaco o di una monaca, di un credente laico o di una credente laica per essere salvati, egli [Guānshìyīn] diviene immediatamente un monaco o una monaca, un credente laico o una credente laica e predica la dottrina.»
(Guānshìyīn Púsà pǔmén pǐn 觀世音菩薩普門品)
e può essere invocato/a per ottenere dei figli:
«Se una donna desidera generare un figlio maschio, dovrebbe tributare rispetto e offerte a Guānshìyīn; potrà così dare alla luce un figlio dotato di meriti, virtù e saggezza. Se invece desidera generare una figlia, darà alla luce una bambina dotata di grazia e avvenenza, una fanciulla che in passato ha piantato radici di virtù ed è amata e rispettata da tutti.»
(Guānshìyīn Púsà pǔmén pǐn 觀世音菩薩普門品)
per questo il bodhisattva è considerato la personificazione di compassione e bontà, un bodhisattva-madre e patrona delle madri e dei marinai.
Le rappresentazioni in Cina divennero tutte femminili intorno al XII secolo.
In età moderna, Guānyīn è spesso rappresentata come una donna bellissima con una veste bianca.

Avalokiteśvara nella tradizione del Canone buddhista tibetano
Il culto di Avalokiteśvara, nel suo aspetto maschile, si diffonde sia in Nepal che in Tibet a partire dal VII secolo.
In Tibet, Avalokiteśvara diventa rapidamente il protettore del paese e il re Songtsen Gampo verrà considerato una sua emanazione. Le storie leggendarie del Mani bka’-‘bum (“Le centomila parole del gioiello”), un’opera “terma” (tib. gTer-ma; opera a carattere esoterico) che racconta le origini del popolo tibetano nato dall’amore fra una demonessa e una scimmia (che altri non è che un’emanazione di Avalokiteśvara), sono in parte all’origine di tanto fervore. In seguito numerosi maestri, in Tibet, verranno considerati sue emanazioni.
Avalokiteśvara è considerato il bodhisattva che agisce per il bene degli esseri senzienti nel periodo compreso tra il parinirvāṇa del Buddha Sakyamuni e l’avvento del Buddha Maitreya.
Fonte: Wikipedia Italia

Arcano XIII – Trasformazione: Ukemochi

Uke Mochi (保食神 Giapponese; Italiano: “Dea che possiede cibo”) è una dea del cibo nella religione shintoista del Giappone.
Quando Uke Mochi invitò Tsukuyomi (dio della luna) ad un banchetto in rappresentanza della sorella Amaterasu (dea del sole), la dea del cibo preparò la festa. Voltandosi verso l’oceano sputò un pesce, voltandosi verso la foresta fece uscire dal suo ano la selvaggina, infine, rivolgendo lo sguardo ad una risaia tossì una ciotola di riso; Tsukuyomi fu totalmente disgustato dal cibo, nonostante le pietanze fossero squisite, quindi uccise Uke-Mochi. Anche il suo corpo dopo che fu uccisa produsse cibo: miglio, riso, fagioli saltarono dal suo corpo. Le sue sopracciglia divennero anche bachi da seta.
La dea è talvolta chiamata anche Ōgetsuhime-no-kami (大宜都比売神).
Uke Mochi è anche la moglie di Inari (dio del riso) in alcune leggende, e in altre è lei stessa Inari.
Fonte: Wikipedia Italia

Inari
Inari (稲荷?), o anche Oinari, è il kami (“divinità”) giapponese della fertilità, del riso, dell’agricoltura, delle volpi, dell’industria e del successo terreno. Inari è rappresentato come maschio, femmina o androgino e alle volte considerato come costituito da un collettivo di tre o cinque kami individuali, ed è una figura popolare sia nelle credenze shintoiste, che in quelle buddiste giapponesi. Le volpi di Inari o kitsune sono di un bianco candido e agiscono come sue messaggere.
Rappresentazione
Inari è stato ritratto sia in forma maschile che femminile. Secondo la studiosa Karen Ann Smyers, le rappresentazioni più popolari sono quella di un uomo anziano che porta del riso, di una giovane dea del cibo e di un bodhisattva androgino. Non esiste un punto di vista teologico ortodosso, il genere sessuale delle sue rappresentazioni varia secondo le credenze personali. A causa della sua stretta associazione con le kitsune, Inari viene a volte ritratto come volpe, comunque sebbene questa credenza sia diffusa sia i sacerdoti shintoisti, che quelli buddisti, la scoraggiano. Inari può apparire anche in forma di serpente o drago e in un racconto della tradizione popolare appare a un uomo malvagio nella forma di un ragno mostruoso per insegnarli una lezione.
Inari viene a volte identificato con altre figure mitologiche. Alcuni studiosi suggeriscono che Inari sia la figura conosciuta nella mitologia giapponese come Uganomitama o l’Ōgetsu-Hime del Kojiki. Altri suggeriscono che Inari coincida con Toyouke. Alcuni ritengono Inari identico a ogni kami del grano.
L’aspetto femminile di Inari viene spesso identificato con Dakiniten, una divinità buddista, che deriva dalla trasformazione della divinità indiana dakini o con Benzaiten delle Sette Divinità della Fortuna. Dakiniten viene rappresentato come un boddhisatva maschile o androgino che cavalca una volpe bianca volante.
Inari viene spesso venerato come un collettivo di tre kami (Inari sanza); a volte nel periodo Kamakura questo numero veniva incrementato a cinque (Inari goza). Comunque l’identificazione di questi kami è variata nel tempo, secondo le registrazioni di Fushimi Inari, il più antico e forse principale santuario dedicato a Inari questi kami hanno incluso Izanagi, Izanami, Ninigi e Wakumusubi, in aggiunta alle divinità del cibo precedentemente menzionate. Presso la Fushimi Inari i cinque kami identificati oggigiorno sono Uganomitama, Sadahiko, Omiyanome, Tanaka e Shi. Comunque alla Takekoma Inari, il secondo più antico santuario di Inari, i tre kami sono Uganomitama, Ukemochi e Wakumusubi.
I principali simboli di Inari sono la volpe e il gioiello che esaudisce i desideri. Altri elementi associati a lui, e a volte alle sue kitsune, includono la falce, un fascio di steli o sacco di riso e una spada.
Fonte: Wikipedia Italia

Dal Sito Tarot Goddess

– XIII Trasformazione – DEA: Ukemochi

Dopo la sua morte, il corpo della Dea del cibo Giapponese Ukemochi si  trasformò per fornire il cibo all’umanità. La sua testa divenne mucche; il grano spuntò dalla sua fronte; piante di riso spuntarono dal ventre della Dea – e così,  la vita fu trasformata dalla morte.

Significato della carta
Trasformazioni. Il bisogno di permettere che qualcosa muoia in modo da poter creare spazio per il nuovo. Un cambiamento che può essere molto doloroso all’inizio, ma è necessario.

Arcano XIV – Equilibrio: Yemana

Nella mitologia yoruba, e nei culti correlati afroamericani come il Candomblé e il Vodun, Yemaja è la madre di tutti gli Orisha. A seconda della tradizione, viene indicata anche come Imanja, Jemanja, Yemalla, Yemana, Yemanja, Yemaya, Yemayah, Yemoja, Ymoja e in altre varianti. È la regina del mare; si invoca per protezione (in particolar modo delle donne incinte), purificazione e aiuto in generale, chiedendone la manifestazione nel suo aspetto più materno; un altro aspetto di Yemaja, quello distruttore, è simboleggiato dal mare in tempesta.

Aspetto, forme e attributi
La tradizione narra che Yemaja sia nata dalla spuma del mare (come Venere); la sua figura si può far corrispondere a quella generale della “Grande Madre”, propria di numerose tradizioni.
Ha insegnato l’amore a tutti gli Orisha, è sposata con Babalú Ayé. Tra le caratteristiche che la contraddistinguono vi sono la passione per la caccia, l’astuzia, l’indomabilità, la collera, la severità, l’allegria. Le sono associati i colori bianco e blu e il sabato; nei sincretismi viene identificata con la Vergine della Regola. I suoi fedeli, prima di pronunciare il suo nome, devono toccare con i polpastrelli la polvere della terra.
Tra i suoi attributi vi sono la luna e il sole, l’ancora, il salvagente, le scialuppe. Veste abitualmente con una lunga veste azzurra con serpentine simboleggianti il mare e la spuma e regge un ventaglio adornato con conchiglie.
Dea madre e patrona delle donne, specialmente di quelle in gravidanza, è patrona anche del fiume Ogun, le cui acque si dice che riescano a curare l’infertilità. I suoi genitori sono Oduduwa e Obatala. Suo figlio Orungan la violentò una volta e ci riprovò una seconda; per impedire questa violenza, Yemaja esplose dal proprio ventre quindici Orisha, inclusi Ogun, Olokun, Shopona e Shango.
Tra gli Umbandisti, Yemaja è la dea dell’Oceano e dea patrona dei sopravvissuti ai naufragi.
Fonte: Wikipedia Italia

Iemanjá
Iemanjá è una divinità orisha, originaria della mitologia Yoruba; appartiene al mare, di cui è la regina, ed è spesso rappresentata come un’entità metà donna e metà pesce dai lunghi capelli bruni e dalle forme sensuali; predilige l’azzurro, il bianco ed il blu.
La sua festa si celebra nei primi giorni di febbraio e protegge anche dai naufragi.
Fonte: Wikipedia Italia

Dal Sito Tarot Goddess

– XIV Equilibrio – DEA: Yemana –

Yemana, la Dea dell’Oceano della Santeria, viene spesso evocata per mandare la pioggia: l’acqua che porta la vita e nutre la terra, come le acque del grembo materno. Ella simbolizza il divino equilibrio fra il cielo e la terra.

Significato della carta
Temperanza. Equilibrio fra lo spirituale e il fisico. Integrazione e moderazione. Unione fra le forze consce e le forze inconsce della vita.

segue

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