The Goddess Tarot – parte 2

Ecco altre Dee del bellissimo mazzo The Goddess Tarot. Nella prima parte ho inserito in calce ad ogni Dea il significato esoterico dell’Arcano preso dal sito.

Ricordo che è possibile fare delle letture gratuite in inglese sul sito ufficiale Tarot Goddess

Arcano III – Fertilità: Estsanatlehi

Estsanatlehi è una divinità della natura, appartenente al culto religioso Apache e Navajo. Il nome della Dea significa: “Donna che si rinnova”, “Donna della conchiglia”. La Dea ha contribuito, secondo la mitologia Navajo, alla creazione del cielo e della terra.

Aspetto, forme e attributi
Nella mitologia dei Navajo, Estsanatlehi rappresenta la “Madre di tutti”, che si rinnova quattro volte l’anno, creando in tal modo le stagioni. In armonia con i cicli della natura e della donna, fiorisce in primavera, va in letargo d’inverno, invecchia con l’arrivo dell’autunno, matura con l’estate.
La divinità trasmise al popolo Navajo le chiavi per aprire le porte della conoscenza e della saggezza, insegnò la pratica del canto e delle celebrazioni, regolamentò i cicli lunari e quelli mestruali.
Insegnò agli antenati, dopo averli creati, quali regole dovessero rispettare per vivere in armonia con la natura.
Durante il cerimoniale, i suoi fedeli le offrono dono e anche cibi, inneggiano i canti specifici, e narrano racconti sacri. Il rito più importante celebrato in suo onore è quello della pubertà.

Narrazioni mitologiche
In base ai racconti mitologici, fu rintracciata dal Primo Uomo e dalla Prima Donna, che l’adottarono e la educarono. Quando si stava avvicinando il periodo della maturazione sessuale, la riportarono nel luogo dove l’avevano trovata e celebrarono, per la prima volta nella storia, il rito della pubertà.

Rituale della pubertà
Il rito dura quattro giorni, durante i quali si alternano racconti, danze, festeggiamenti, riti magici.
Lo sciamano prega e invoca l’assistenza della divinità per rendere feconda la ragazza; se le invocazioni sono efficaci, allora lo spirito della divinità si impossessa della donna che, per il periodo della festa, diventa l’incarnazione della Dea.
Uno dei rituali più significativi consiste nella preparazione di un amuleto magico, che dovrebbe raccogliere tutti i poteri della divinità, e che deve essere custodito dalla ragazza, per poterlo utilizzare in caso di bisogno.
La ragazza che, simbolicamente, consente alla divinità di ricongiungersi con il sole, al termine dei quattro giorni assurge ad un simbolo di pace e di prosperità.

Altri nomi
Asdząą Nádleehé
Etsanatlehi
Adząą Nádlene
Fonte: Wikipedia Italia

Arcano IV – Potere: Freyja

Freyja è una divinità della mitologia norrena, chiamata anche Gefn, Hörn, Mardöll, Sýr, Valfreyja e Vanadís. Dapprima della stirpe dei Vanir, ma dopo la pace che concluse il conflitto fra le due stirpi divine, viene mandata dagli Æsir come ostaggio e diviene una di loro.

Manifestazioni e caratteristiche di Freyja
Freyja ha molte manifestazioni ed è considerata la dea dell’amore, della seduzione, della fertilità, della guerra e delle virtù profetiche. È figlia di Njörðr e di Skaði, sorella di Freyr e moglie di Óðr, a causa del quale soffre le pene d’amore, dato che la lascia per intraprendere lunghi viaggi, costringendola ad infruttuosi inseguimenti, durante i quali si lascia andare a pianti di lacrime d’oro. Assieme al consorte, mette al mondo due splendide fanciulle, dai nomi emblematici: Görsimi e Hnoss, sinonimi di “tesoro”.
Loki la definisce una ninfomane, sempre pronta a saziare le sue voglie con qualunque tipo di partner, dai giganti agli elfi, ed in effetti il suo irrefrenabile desiderio è cantato nelle Mansöngr, letteralmente canzoni per uomini, liriche amorose, ufficialmente vietate, ma diffusissime nelle alcove.
Tra le sue numerose peculiarità, Freyja annovera quella di esperta nelle arti magiche seiðr, con cui poteva realizzare divinazioni e incantesimi a distanza.
Possiede la collana Brísingamen, forgiata dai nani che gliela donarono a patto che giacesse con loro.
Il suo giorno sacro è il venerdì e ne rimane traccia nel termine inglese Friday e in quello tedesco Freitag.
Il suo nome, Freyja in norreno, dal significato di Signora, si trova a volte scritto in altre forme (Freia, Freya). Freyja, nella mitologia norrena, viene a volte confusa con Frigga, dea Æsir moglie di Odino, con la quale condivide la salvaguardia della fertilità e della fecondità e il ruolo di protettrice delle partorienti.

Freyja nella letteratura norrena
Ne parla l’Edda di Snorri che afferma che la Dea ama i canti d’amore e incita gli innamorati ad invocarla; aggiunge anche che Freyja cavalca nei campi di battaglia ed ha diritto alla metà dei caduti che guiderà in battaglia durante il Ragnarök, mentre l’altra metà è del Dio Odino.
Alla fine della guerra fra i Vanir e gli Æsir va a vivere con il fratello fra questi ultimi. Dimora nel palazzo Sessrumnir, che significa “dalle tante sedie”, che si trova in Folkvang, “campo di battaglia”; ne esce ogni giorno viaggiando su un carro scintillante tirato da due gatti (si presume di razza delle foreste norvegesi).
Nell’Edda poetica, Freyja è citata e compare nei poemi Völuspá Grímnismál, Lokasenna, Þrymskviða, Oddrúnargrátr e Hyndluljóð.
Völuspá contiene una stanza nella quale si riferisce a lei come “giovane Óð’s”, essendo Freyja la moglie di Óðr. In questa stanza si narra che Freyja fu una volta promessa ad un innominato costruttore, poi rivelatosi uno jötunn e quindi ucciso da Thor (narrato in dettaglio Gylfaginning, capitolo 42). Nel poema Grímnismál, Odino, travestito da Grímnir, dice al giovane Agnar, che tutti i giorni Freyja distribuisce seggi a metà di coloro che sono uccisi nel suo Fólkvangr, mentre Odino possiede l’altra metà.
Fonte: Wikipedia Italia

Arcano V – Tradizione: Giunone

Giunone è una divinità della mitologia romana, legata al ciclo lunare dei primitivi popoli italici. Era l’antica divinità del matrimonio e del parto, spesso rappresentata nell’atto di allattare, la quale assunse, in seguito, le funzioni di protettrice dello Stato: dagli antichi Romani, infatti, fu gradualmente sovrapposta a Era della mitologia greca, divenendo la moglie di Giove, quindi la più importante divinità femminile. Figlia, come Giove, di Saturno e Opi, corrispondenti nella mitologia greca a Crono e Rea. Giunone era anche la protettrice degli animali, in particolare era a lei sacro il pavone.

Epiteti
Regina.
Moneta. In suo onore erano stati eretti templi, nei quali veniva venerata come Moneta (“colei che ammonisce”, a cui era dedicato il tempio di Giunone Moneta sul Campidoglio), e in questo ruolo si sarebbe distinta salvando i romani durante l’assalto portato dai Galli nel IV secolo a.C.
Lucina. Giunone Lucina proteggeva le nascite e i bambini: in suo onore venivano celebrate le Matronalia e le feste Caprotine il 7 luglio.
Sospita.
Curiti.
Viriplaca.

Nemica di Troia
Si narra che Giunone fosse nemica giurata dei Troiani per tre motivi mitici:
– Il torto subito da Paride perché aveva dato la mela della bellezza a Venere anziché a lei.
– Il rapimento di Ganimede da parte di Giove, che ne fece il suo amante e il coppiere degli dèi.
– La profezia che si racconta nell’Eneide, secondo la quale la sua città prediletta, cioè Cartagine, sarà distrutta dai discendenti di Troia e quindi i Romani.
Fonte: Wikipedia Italia

Arcano VI – Amore: Venere

Venere (in latino Venus, Venĕris) è una delle maggiori dee romane principalmente associata all’amore, alla bellezza e alla fertilità, l’equivalente della dea greca Afrodite. Sono molte le ipotesi sulla nascita della dea. C’è chi sostiene che essa scaturì dal seme di Urano, dio del cielo quando i suoi genitali caddero in mare dalla castrazione subita dal figlio Saturno, per vendicare Gea, sua madre e sposa di Urano. Un’altra ipotesi è che essa sia nata da una conchiglia uscita dal mare. Venere è la consorte di Vulcano. Veniva considerata l’antenata del popolo romano per via del suo leggendario fondatore, Enea, svolgendo un ruolo chiave in molte festività e miti della religione romana.

Amori della dea
In quanto dea, Venere amò numerosi dèi o mortali, dai quali ebbe figli. Dalla sua unione con Anchise sarebbe nato Enea, il padre di Ascanio e il capostipite della futura Roma. Si dice che dagli amori di Venere e Marte nacquero invece Eros (detto anche Cupido), Deimo e Fobo.

Culto
A Roma venivano celebrati i Veneralia in onore di Venere Verticordia, “che apre i cuori”, e del suo compagno, Fortuna Virile (o Fortuna Vergine, una dea, come risulta da studi recenti).
Sempre a Roma fu eretto un tempio, il Tempio di Venere e Roma, dedicato alla dea e alla città.
Venere si distingue per il carattere capriccioso, vanitoso e volitivo.
Esistono diversi racconti della nascita di Afrodite, ma i più noti sono quelli che risalgono a Esiodo e Omero. Secondo il primo, quando il Titano Crono recise i genitali del padre Urano e li gettò in mare, il sangue e il seme in essi contenuti divennero schiuma dalla quale, presso l’isola di Cipro, emerse Afrodite (aphròs in greco significa proprio schiuma). Secondo il secondo, invece, Afrodite sarebbe figlia di Zeus e della ninfa degli oceani Dione.
A causa della sua immensa bellezza, Zeus temeva che Afrodite sarebbe stata causa di disputa tra gli altri dei e la diede quindi in sposa a Efesto, il dio del fuoco, fabbro degli dei, di brutto aspetto, ma caratterizzato da un carattere fermo e costante e sempre dedito al lavoro. Il matrimonio non soddisfò, però, la dea, che intrecciò molte relazioni amorose, sia con umani che con dei. In particolare, è nota la relazione con il dio della guerra Ares. I due furono scoperti da Efesto e, imprigionati in una rete metallica da lui stesso lavorata, furono esposti al ludibrio degli altri dei. L’unico in grado di resistere al fascino di Venere fu Narciso, un giovane di tale bellezza che chiunque lo vedesse, uomo o donna, giovane o vecchio, si innamorava di lui, ma Narciso, orgogliosamente, li respingeva tutti, inclusa la dea dell’amore. Offesa Venere lo condannò a soffrire per un amore non corrisposto. Il ragazzo, mentre era nel bosco, si imbatté in una pozza profonda e si accucciò su di essa per bere. Non appena vide la sua immagine riflessa, si innamorò perdutamente del bel ragazzo che stava fissando, senza rendersi conto che era lui stesso. Solo dopo un po’ si accorse che l’immagine riflessa apparteneva a lui; comprendendo che non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore, si lasciò morire struggendosi inutilmente e si trasformò nel fiore che da lui prende il nome.
Dalle relazioni di Afrodite nacquero diversi figli. Uno dei più famosi è certamente il dio dell’amore Eros (Cupido, nella tradizione romana), di cui non si conosce con sicurezza il padre (Ares? Efesto? Ermes?), probabilmente ignoto anche alla dea, vista la grande promiscuità che la caratterizza. Eros collaborò sempre con la madre, tranne in un caso. Gelosa della bellezza di una donna mortale di nome Psiche, Afrodite chiese al figlio di farla innamorare del più brutto degli umani. Eros dapprima accettò l’incarico ma poi si innamorò egli stesso della donna. Psiche superò tutte le prove richieste da Afrodite e alla fine fu ricompensata da Zeus che benedisse l’unione con Eros.
Un altro figlio della dea è Enea, uno dei protagonisti della guerra di Troia scaturita dalla rivalità fra Era, Atena e Afrodite. Le tre divinità volevano aggiudicarsi la mela destinata da Eris, dea della discordia, alla più bella tra le dee. Zeus, interpellato sulla questione, scelse il principe troiano Paride come giudice. Era cercò di corrompere Paride offrendogli l’Asia Minore, mentre Atena gli offrì fama, saggezza e gloria in battaglia, ma Afrodite promise a Paride la più bella delle donne mortali, ed egli scelse quest’ultima. Questa donna era Elena, figlia di Zeus e Leda e moglie del re di Sparta Menelao. Sotto l’influsso di Afrodite Paride rapì Elena e la condusse a Troia. Menelao, insieme al fratello Agamennone, radunò un imponente esercito e mosse guerra a Troia. L’assedio della città durò molti anni e gli dei si schierarono a fianco dell’una o dell’altra fazione. Successivamente Zeus ordinò agli dei di cessare qualsiasi interferenza nella guerra troiana. Fu l’astuto Odisseo, re di Itaca, ad escogitare lo stratagemma del cavallo per far penetrare soldati greci all’interno delle mura troiane. Fu così che i greci vinsero la guerra ed Enea, insieme a pochi altri superstiti, lasciò per sempre Troia e, approdato sulle coste Italiche, fondò una nuova città, da cui viene generalmente fatta discendere la civiltà romana. I romani adottarono il pantheon greco, modificando i nomi e spesso i caratteri degli dei. Afrodite fu da allora conosciuta con il nome di Venere.

I sette difetti
si possono identificare sette tratti definiti del corpo della dea Venere, qualificati come “difetti” ma dette anche “buchi” o “ali”:
-capelli biondi con colore differente all’attaccatura;
-dito medio della mano più lungo del palmo;
-rughe a circonferenza sul collo;
-il piede alla greca (ovvero col secondo dito più lungo dell’alluce);
-lo strabismo di Venere;
-linee addominali oblique;
-le fossette di Venere (i 2 piccoli incavi simmetrici sul fondoschiena).

Fonte: Wikipedia Italia

Le Tre Grazie.
Le Grazie (in latino Gratiae) sono Dee nella Religione romana (mitologia romana), le quali sono tuttavia solamente una replica latina delle Cariti greche (in greco antico Χάριτες). Questi nomi fanno riferimento alle tre divinità della grazia ed erano, probabilmente sin dall’origine, alle forze legate al culto della natura e della vegetazione. Sono anche le Dee della gioia di vivere infatti sono proprio queste fanciulle divine ad infondere la gioia della Natura nel cuore degli Dèi e dei mortali.

Origini
Queste Dee benefiche sono ritenute figlie di Zeus e di Eurinome e sorelle del dio Fluviale Asopo [Esiodo, Teogonia]; secondo altri la madre sarebbe Era [Nonno di Panopoli, Dionysiaca]. Secondo altri autori, le Dee greche Cariti sono nate dal Dio Sole (Elios) e dall’Oceanina Egle [Pausania]. Altrettanto accettata è la versione che vede come madre delle Grazie proprio la Dea della bellezza e fertilità, sia sessuale (Afrodite è anche la Dea della “vita” sessuale) sia vegetale (non a caso dove camminava spuntavano fiori), Afrodite la quale le avrebbe generate insieme a Dioniso, Dio della vite, e non solo.
Le versioni che riguardano il numero delle Grazie sono ancor più diverse; secondo Esiodo, esse sono tre:
– Aglaia l’Ornamento ovvero lo Splendore
– Eufrosine la Gioia o la Letizia
– Talia la Pienezza ovvero la Prosperità e Portatrice di fiori
Si veneravano solo due Cariti a Sparta: Cleta (l’Invocata) e Faenna (la Lucente) ed ad Atene Auxo (la Crescente) ed Egemone (Colei che procede).

Nell’immaginario poetico, letterario e culturale, sia ellenico-romano che successivamente nei secoli fino ad oggi, sono rappresentate quasi sempre come tre giovani nude, di cui una voltata verso le altre, le quali incarnano la perfezione a cui l’essere umano dovrebbe tendere, nonché, secondo alcuni autori, le tre qualità essenziali della donna in prospettiva classica. Lo studioso Edgar Wind (1900-1971) scrive nel suo libro “Pagan Mysteries in the Renaissance” di come Seneca nel “De beneficiis” spiega come le tre Dee, che il filosofo romano voleva vestite, siano il triplice ritmo della generosità (l’offrire, l’accettare ed il restituire), simboleggiato dall’intreccio delle mani delle Grazie. Infatti già i Romani usavano l’espressione gratias agere ovvero “rendere grazie”. Nel medesimo libro E. Wind dedica un intero capitolo sulla “Nascita di Venere”, dilungandosi nell’analisi della celeberrima “Primavera” di Sandro Botticelli. In questa analisi, Wind dà per certo che Botticelli sia “fiancheggiatore” o accolito del Neoplatonismo, segnatamente di Marsilio Ficino. Nella “Primavera” Botticelli avrebbe reso manifesta la visione neoplatonica dell’unità dell’Amore (Venere-Afrodite) con la triade, anzi “trinità delle Grazie” (Pico della Mirandola). In breve le tre Dee sarebbero le tre forme dell’Amore: Castitas (la Castità, colei a cui è rivolta la freccia di Cupido e la più sobria nella veste nonché disadorna), Voluptas (la Voluttà) e Pulchritudo (la Bellezza).

Fonte: Wikipedia Italia

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