The Goddess Tarot

Buon anno a tutti! Dovevo scrivere questo articolo nei giorni di Natale, ma per vari motivi non l’avevo ancora fatto. Il 23 dicembre durante la festa del Solstizio d’Inverno ho utilizzato per la lettura un mazzo molto bello, i Tarocchi della Dea, in inglese The Goddess Tarot. Purtroppo la versione italiana è nata senza il manuale di istruzioni, o meglio, ne ha uno piccolo ma molto generico, che potrebbe essere utilizzato per un mazzo classico ma non per questo. Per ovviare in qualche modo ho fatto ricerche in Internet sulle 22 Dee degli Arcani maggiori, e posterò qui il materiale trovato un po’ per volta. Esiste però un sito in inglese dove è possibile fare letture gratuite con questo bellissimo mazzo, quindi se capite la lingua vi invito a sperimentarlo. Link: Sito Tarot Goddess

Il percorso parte dall’Arcano 0 (zero) e arriva fino al XXI (ventuno), ma in realtà non è lineare, bensì circolare, quindi lo Zero diventa 22. Nei mazzi classici la Lama 0 equivale al Matto o Folle, l’Iniziato, che compie un percorso esperienziale fino a diventare l’Illuminato, e quindi il 22. Ma il mio scopo non è illustrarvi il percorso classico, che potete trovare in qualsiasi mazzo o sito di Tarocchi, sebbene prima o poi posterò qualcosa anche qui… Iniziamo quindi il nostro viaggio con una Dea poco conosciuta ma attualmente incarnata.

Arcano 0 – Origini: Tara

Tārā (letteralmente in sanscrito: Stella) o Arya Tārā, nota in tibetano come Dölma (sGrol-ma) o Jetsun Dölma (in cinese come Duo Luo 多羅 o come Du Mu 度母), è un Bodhisattva trascendente femminile del Buddhismo tibetano. Rappresenta l’attività compassionevole (sanscrito: karuna) e la conoscenza dell’intrinseca vacuità di ogni dualismo (prajñāpāramitā).

Gli aspetti di Tārā
Con Tārā in effetti si intendono numerose diverse emanazioni e forme, come diversi aspetti di un bodhisattva trascendente, preso cioè metaforicamente per incarnare una particolare qualità. Tārā stessa potrebbe essere considerata una emanazione di Avalokiteśvara o addirittura la sua variante femminile nel Buddhismo tibetano e nel Buddhismo Mahayana indiano. Infatti Avalokiteśvara stesso nel Buddhismo estremo orientale (in Corea, Cina, Giappone e Vietnam) è rappresentato come una donna (Guanyin) o come un essere sessualmente ambiguo.
Il mantra (“Che domina la mente”) a lei connesso è: Om tare tuttare ture swaha (Svaha è generalmente pronunciato SOHA in tibetano). “Om, Liberatrice, che elimini ogni paura, e che concedi ogni successo, possano le tue benedizioni radicarsi nel nostro cuore”. Esiste anche una serie di 108 lodi a Tārā che possono essere recitate accompagnandosi dal rosario buddhista di appunto 108 grani.

Genesi del culto di Tārā
Introdotta nel culto buddhista mahayanico verso il VI secolo, Tārā era una divinità del pantheon induista associata a Sarasvati, Lakshmi, Parvati, e Shakti. Quindi un’espressione archetipa del principio femminile.
La sua introduzione è posteriore alla diffusione del Sutra della Prajñāpāramitā: naturale quindi che divenisse inizialmente la Madre della Perfezione della Conoscenza (la Prajñāpāramitā stessa), cioè l’applicazione del principio femminile al senso di non-dualità trasmesso dal testo, e che solo in seguito, come Usnisavijaya, sia divenuta madre di tutti i Buddha, ovvero origine della loro illuminazione.
Con l’associare a Tārā del concetto di madre si produsse l’ulteriore associazione con le qualità materne di compassione e pietà. Per i fedeli comuni nell’India del VI secolo fu più facile riuscire a visualizzare come oggetto di culto una madre o una ragazza piene di energia caritatevole e disinteressata, che il suo effettivo ruolo di manifestazione della conoscenza (prajña) dell’intrinseco vuoto che permanea ogni dualismo, ovvero la consapevolezza, sulle prime piuttosto inquietante, che non esiste affatto distinzione tra Saṃsāra e Nirvāṇa.

Il culto di Tārā nel Buddhismo tibetano
Deità della Compassione nel Mahayana e nel Vajrayana assume un ruolo rilevante in Tibet dal VII-VIII secolo. Secondo le Cronache Tibetane, la prima comparsa di Tara in Tibet è dovuta alla principessa Nepalese Tritsun, figlia di Amsurvarman e moglie del re Songtsen Gampo (569-650), che ne porta una statua in legno di sandalo con sé. A quell’epoca, però, Tara non è oggetto di particolare venerazione : solo più tardi, quando i Tibetani considereranno il re Songtsen Gampo come un’emanazione di Avalokitesvara, le sue due mogli principali ( la principessa Nepalese Tritsun e la Cinese Wengcen) verranno ritenute rispettivamente delle emanazioni della Tara Bianca e della Tara Verde, oppure di Tara e Bhrkuti. Di Tara si fa menzione più volte nei Mandala del Manjusrimulakalpa. Nel Mahavairocanasutra figura quale emanazione di Avalokitesvara, mentre diventa la Deità centrale del Tantra a lei dedicato, il Sarvatathagatamatr-Taravisvakarmabhavatantranama ( Tib. De-bzhin gshegs-pa thams-cad-kyi yum sgrol-ma las snat-shogs ‘byung zhes.bya-ba’i rgyud ), ” Il Tantra detto all’origine di tutti i riti di Tara, Madre di tutti i Tathagata “, in cui si trova la celebre Bhagavatyaryataradevya namaskaraikavimsati ( Tib. Sgrol-ma-la phyag-tshal nyi-shu rtsa-gcig-gi bstod-pa ), ” Lode a Tara in ventun’omaggi ” . Sotto la forma di Kurukulla, le è dedicato il Tantra dell’Aryatarakurukulletantra ( Tib. ‘Phags-ma-sgrol-ma Kurukulle’i rtog-pa ). Questi testi e altri sono stati tradotti in Tibetano nell’XI secolo e figurano nel Kanjur. Fra i Commentari, si trova quello di Taranatha, ” Il Rosario d’oro ” ( Tib. gSer-gyi’phren ba ). Gli inni e le lodi a Tara sono numerosi e fra i più celebri si trovano il Muktikamalanama ( Tib. Mu-tig’phreng-ba ) ” Il Rosario di perle “, di Candragomin, l’Astabhayatrana ( Tib. ‘Jigs-pa brgyad-las skyod-pa ), ” La Protezione dalle otto grandi paure “, di Atisa, e gli inni di lode di Nagarjuna, Matrceta, Sarvajnamitra e Suryagupta .

Leggende popolari su Tārā
La nascita di Tārā è usualmente associata ad Avalokiteśvara, il Bodhisattva della compassione. Questi, visualizzati i mondi più bassi in cui il ciclo delle rinascite porta gli esseri, mosso a compassione e deciso di dedicarsi alla salvezza di tutti, versò delle lacrime. Da queste si formò un lago in cui nacque un fiore di loto. Allo sbocciare del fiore al centro si trovava Tārā.
In un’altra leggenda si narra che Tārā, in una sua antichissima manifestazione come Yeshe Dawa (Luna della Consapevolezza Primordiale), dedicasse offerte al Buddha Tonyo Drupa per milioni di anni e da questi l’abbia istruita sul concetto di bodhicitta.
In seguito, avvicinata da dei monaci, si sentì dire che avrebbe dovuto mirare a una rinascita come maschio, per poi raggiunge l’illuminazione. Ella prontamente ribatté che l’essere di sesso femminile era una barriera per raggiungere l’illuminazione solo per gli ottusi che ancora illuminati non erano. Prese quindi la decisione di rinascere come bodhisattva femminile fino a che il Saṃsāra non si fosse svuotato. Dopo decine di milioni di anni di meditazione Yeshe Dawa manifestò la sua illuminazione suprema come Tārā.
Riguardo a questa storia così si espresse il XIV Dalai Lama:
“C’è un vero movimento femminista nel buddhismo che è collegato alla deità Tārā. Perseguendo la sua educazione alla bodhicitta, ovvero la motivazione del bodhisattva, lei pose lo sguardo su quanti si sforzavano di conseguire il pieno risveglio, e si rese conto che erano troppo pochi quanti raggiungevano la buddhità come donne. Così fece un voto: “Io in quanto donna ho sviluppato la bodhicitta. Per tutte le mie vite lungo il percorso faccio il voto di rinascere donna e, nella mia ultima vita quando conseguirò la buddhità, anche allora sarò una donna.” Questo è vero femminismo.”
Fonte: Wikipedia Italia

Dal Sito Goddess Tarot

– 0 Origini – DEA: Tara

I Tibetani credono che la Dea Tara abbia il potere di guarire tutti i dispiaceri e realizzare ogni desiderio. Tara è onorata come la protettrice contro le molte paure che bloccano uomini e donne impedendogli di vivere in felicità e armonia.

Significato della carta
Tempo per una nuova partenza di un grande viaggio. Innocenza che ci permette di essere aperti alle benedizioni. Nuovi inizi. Ottimismo e fiducia.

Arcano I – Magia: Iside

Iside, o Isis o Isi, in lingua egizia Aset (traslitterato 3s.t) ossia sede, è la dea della maternità, della fertilità e della magia nella mitologia egizia, originaria di Behbet el-Hagar nel Delta. Divinità in origine celeste, associata alla regalità per essere stata primariamente la personificazione del trono come dimostra il suo cartiglio che include il geroglifico “trono”, faceva parte dell’Enneade. È chiamata anche Isis, Aset, Is, Iset.

Mito
Figlia di Nut e Geb, sorella di Nefti, Seth ed Osiride, di cui fu anche sposa e dal quale ebbe Horus. Fu colei che grazie alla sua astuzia e alle sue abilità magiche scoprì il nome segreto di Ra. Secondo il mito, raccontato nei Testi delle Piramidi e da Plutarco nel suo Iside ed Osiride, con l’aiuto della sorella Nefti recuperò e assemblò le parti del corpo di Osiride, riportandolo alla vita. Per questo era considerata una divinità associata alla magia ed all’oltretomba. Aiutò a civilizzare il mondo, istituì il matrimonio ed insegnò alle donne le arti domestiche.

Iconografia
Solitamente viene raffigurata come una donna vestita con una lunga tunica, che reca sul capo il simbolo del trono, mentre tiene in mano l’ankh o l’uadj. Più tardi, in associazione con Hathor, è stata raffigurata con le corna bovine, tra le quali è racchiuso il sole. Nell’iconografia, per sincretismo, è rappresentata spesso come un falco o come una donna con ali di uccello e simboleggia il vento. In forma alata è anche dipinta sui sarcofagi nell’atto di prendere l’anima tra le ali per condurla a nuova vita. Frequenti anche le rappresentazioni della dea mentre allatta il figlio Horus. Il suo simbolo è il tiet, chiamato anche nodo isiaco.

Culto
Iside, la cui originaria associazione con Osiride fu sostituita dalla Dinastia tolemaica con quella al dio Serapide, fu una delle divinità più famose di tutto il bacino del Mediterraneo come attestato dal tempio di Deir el-Shelwit del periodo greco-romano, dedicato esclusivamente alla dea mentre un altro si trova a Maharraqa nella bassa Nubia e risalente ad epoca greco-romana.
Dall’epoca tolemaica la venerazione per la dea, simbolo di sposa, madre e protettrice dei naviganti, si diffuse nel mondo ellenistico, fino a Roma. Il suo culto, diventato misterico per i legami della dea con il mondo ultraterreno e nonostante all’inizio fosse ostacolato, dilagò in tutto l’Impero romano. Gli imperatori augustei si opposero sempre all’introduzione del suo culto e nel 19 a.C. Tiberio fece distruggere il tempio di Iside, gettare nel fiume Tevere la sua statua e crocifiggere i suoi sacerdoti, a causa di uno scandalo, come riportato da Giuseppe Flavio nelle Antichità giudaiche. Ciononostante, il culto della divinità femminile si diffuse nei circoli colti della città, in particolare tra le ricche matrone.
Successivamente Iside venne assimilata con molte divinità femminili locali, quali Cibele, Demetra e Cerere, e molti templi furono innalzati in suo onore in Europa, Africa ed Asia. Il più famoso fu quello di Philae, l’ultimo tempio pagano a essere chiuso nel VI secolo per ordine dell’imperatore Giustiniano I.
Durante il suo sviluppo nell’Impero il culto di Iside si contraddistinse per processioni e feste in onore della dea molto festose e ricche.
La dea Iside era venerata anche nell’antica Benevento, dove l’imperatore Domiziano fece erigere un tempio in suo onore. Molti studiosi ricollegano il culto della dea egizia della magia alla leggenda delle Janare, che fa di Benevento la città delle streghe. All’interno del Museo del Sannio, un’intera sala è dedicata alla dea, Signora di Benevento.
Le sacerdotesse della dea vestivano solitamente in bianco e si adornavano di fiori; a Roma, probabilmente a frutto dell’influenza del culto autoctono di Vesta, dedicavano talvolta la loro castità alla dea Iside.
La decadenza nel Mediterraneo del culto di Iside fu per lo più determinata dall’avvento di nuove religioni quali lo stesso Cristianesimo.

Sincretismo con altre figure
Iside era una dea dai molti nomi e fu assimilata con Afrodite e Demetra, la dea della fecondità.
Esistono tratti comuni nell’iconografia relativa a Iside e quella posteriore della Vergine Maria, tanto che alcuni hanno supposto che l’arte paleocristiana si sia ispirata alla raffigurazione classica di Iside per rappresentare la figura di Maria: comune è ad esempio l’atto di tenere entrambe in braccio un infante, che è Gesù nel caso della Madonna mentre è Horus per Iside, o gli appellativi di Madre di Dio, Regina del Cielo, Immacolata concezione, Consolatrice degli afflitti.
Ancora, con il primo vero affermarsi del Cristianesimo nell’Impero romano, sotto imperatori come Costantino I e Teodosio I e con il conseguente rifiuto delle altre religioni a Roma e nei suoi domini, alcuni templi consacrati a Iside furono riadattati e consacrati come basiliche, come la Basilica di S. Stefano a Bologna.
Fonte: Wikipedia Italia

Dal Sito Goddess Tarot

– I Magia – DEA: Iside

La grande Dea Egiziana della fertilità Iside è un potente simbolo della trasformazione alchemica suggerita da questa carta. Ella soltanto era il possessore del nome segreto di Ra, il Dio Egiziano governante, il che le dava poteri magici illimitati.

Significato della carta
Una brama di crescere al di là dei limiti percepiti. La capacità di trasformare la propria vita attraverso la forza dell’originalità e del potere personale. Rinnovata creatività e vigore. Una nuova consapevolezza del proprio potere non appena si entra in contatto con uno scopo superiore.

Arcano II – Saggezza: Sarasvati

Sarasvatī (sanscrito सरस्वती, “colei che scorre”) è la prima delle tre grandi dee dell’induismo, insieme a Lakshmi e Durga, e la consorte (o shakti) di Shri Brahmā, il Creatore.

Origine e contesto nell’induismo
Sarasvatī è venerata sin dall’epoca vedica come dea della conoscenza e delle arti, della letteratura, musica, pittura e poesia, ma anche della verità, del perdono, delle guarigioni e delle nascite; è spesso menzionata nel Rig Veda e nei Purana come divinità fluviale.
Nei Vedānta viene invece citata come energia femminile e aspetto (shakti) di Brahma, in particolare come personificazione della sua conoscenza; come nei testi più antichi, è venerata anche come dea delle arti. I fedeli che seguono l’insegnamento dei Vedānta credono che solo attraverso l’acquisizione della conoscenza è possibile intraprendere il cammino che porta al moksha, liberazione dal Saṃsāra, e quindi solo pregando Sarasvatī di concedere la vera conoscenza è possibile raggiungere l’illuminazione necessaria per il moksha.

Il fiume Sarasvatī
Gli inni del Rig Veda dedicati a Sarasvatī la citano come un possente fiume dalle acque creatrici, purificanti e nutrienti; la teoria più accreditata al riguardo è che questo antico fiume fosse costituito dal vecchio percorso dell’attuale fiume Yamuna, che scorreva per un tratto parallelamente al fiume Indo sul letto dell’attuale fiume Ghaggar-Hakra, per andare a sfociare nel Rann di Kutch, che all’epoca era parte integrante del Mar Arabico.
Lungo il corso del Sarasvatī sarebbero quindi nate e sviluppate le civiltà di Harappa e Saraswati-Sindhu; le più antiche tracce di scrittura note in India sono state proprio trovate nelle rovine delle città che costeggiavano l’antica via fluviale. È stato ipotizzato che proprio il ruolo svolto dal fiume nello sviluppo della lingua scritta abbia ispirato l’associazione della dea come personificazione della conoscenza e delle arti della comunicazione.
Tra il XX e il XVII secolo a.C., il fiume cambiò il suo corso a causa dell’attività sismica sul suo percorso, e lo Yamuna divenne un affluente del Gange, mentre alcuni suoi affluenti confluirono nell’Indo, riducendo notevolmente la portata d’acqua del fiume; seguendo lo spostamento del fiume, gran parte della popolazione che abitava le sue rive si spostò nella valle del Gange. I testi vedici più tardi parlano del fiume che sparisce al Vinasana (letteralmente, “la sparizione”), e confluisce nel Gange come fiume invisibile; secondo alcune interpretazioni la moderna sacralità del Gange gli deriva anche dalla presenza in esso delle acque dell’antico fiume Sarasvatī, donatore di vita.

Epoca Post-Vedica
Come divinità fluviale Sarasvatī è sempre stata associata alla fertilità e alla prosperità, ma anche alla purezza e alla creatività. Nell’epoca post-vedica, avendo perso il suo status di divinità fluviale, il suo nome “colei che scorre” fu applicato al pensiero e alla parola, associandola alle arti letterarie e figurative; divenne Madre Divina e consorte di Brahmā il Creatore, elevando ulteriormente la sua simbologia, come personificazione di creatività e conoscenza, venerata non solo per la conoscenza del mondo, ma anche e soprattutto per quella del divino, chiave di volta del moksha.
Il Sarasvatī Stuti dichiara che la dea è l’unica ad essere venerata da tutti i tre elementi della trimurti, Brahmā, Viṣṇu, e Śiva, così come da tutti i deva, gli asura, i gandharva e i naga.

Raffigurazione
Sarasvatī è spesso rappresentata come una bella donna vestita di bianco, spesso seduta su un loto bianco o sul suo veicolo (vaahan), un cigno; è associata al bianco in quanto colore della purezza della vera conoscenza, ma occasionalmente anche al giallo, colore dei fiori di senape, che fioriscono nel periodo delle sue festività. Non è generalmente adornata da gioielli e preziosi come Lakshmi, ed anzi è spesso in abiti austeri.
Spesso ha quattro braccia che rappresentano la mente, l’intelletto, la coscienza e l’ego, i quattro aspetti della persona coinvolti nell’apprendimento. Le mani in questi casi reggono:
I Veda, che rappresentano l’universale, divina, eterna e vera conoscenza.
Un mālā di perle bianche, che rappresentano il potere della meditazione e della spiritualità.
Un’ampolla di acqua sacra, che rappresenta la forza creatrice e purificatrice.
Una vina, che rappresenta le arti.
Il suo veicolo, un cigno bianco, simboleggia il discernimento tra bene e male e tra l’eterno e l’effimero: si dice che se gli si offre una mistura di acqua e latte egli riesca a bere solo il latte.
È spesso rappresentata accanto a un fiume, in relazione alle sue origini di divinità fluviale ed al suo stesso nome; anche il cigno potrebbe essere collegato alle sue origini.
Talvolta è seduta su un pavone, che rappresenta l’arroganza e la vanità; sedendo su di esso dimostra si essere superiore a queste qualità, e simboleggia il distacco dalle apparenze esteriori.

Festività
La festa principale in onore di Sarasvatī cade durante il Navaratri; in particolare nel Sud dell’India, il Sarasvatī Puja è una cerimonia molto sentita; gli ultimi tre giorni del Navaratri, a partire dal Mahalaya Amavasya (il giorno di luna nuova) sono dedicati alla dea; nel nono giorno di Navaratri (Mahanavami), tutti i libri e gli strumenti musicali sono raccolti vicino alle statue della dea all’alba e venerati con preghiere speciali, e non è permesso studiare né praticare le arti, perché la dea lasci la sua benedizione sui libri e sugli strumenti. Il puja si conclude nel decimo giorno di Navaratri (Vijaya Dashami) e la dea è nuovamente venerata prima che si proceda a portar via libri e strumenti; è tradizione che questo giorno sia speso studiando e praticando le arti, ed esso è noto come Vidya-aarambham (inizio della conoscenza).
Durante il Basant Panchmi, che cade alla fine di gennaio o all’inizio di febbraio, le si rivolgono preghiere e puja, specialmente da parte di artisti, scienziati, dottori e avvocati.
A Pushkar, nel Rajasthan, c’è un tempio a lei dedicato su una montagna più alta di quella del tempio di Brahmā.

Sarasvatī al di fuori dell’induismo
Come già per Tara, anche il culto di Sarasvatī fu assorbito nel pantheon buddhista e in particolare nel Sutra della Luce Dorata, che ha una sezione a lei dedicata; attraverso le prime traduzioni in cinese si diffuse in Cina, dove oggi è per lo più scomparso, e da qui in Giappone dove la dea è tuttora venerata col nome Benzaiten.
Tra gli altri nomi con cui è nota citiamo:
Arya
Bharati: “Colei che irradia conoscenza e saggezza”
Brāhmī o Brāhmani: “Sposa di Brahmā”
Hamsavahini: “Colei che cavalca un cigno (hamsa)”
Shāradā
Shonapunya
Vagishvari: “Dea della parola”
Vānī
Vinidra: “Colei che è sempre sveglia”
La dakini del buddhismo tibetano Yeshey Tsogyel è talvolta considerata manifestazione di Sarasvatī.
Sarasvatī è venerata in Myanmar come Thuyathati, ed è rappresentata come una vergine seduta su uno hintha (hamsa); è molto venerata nel buddhismo burmese, soprattutto prima di prove ed esami.
Fonte: Wikipedia Italia

Dal sito Goddess Tarot

– II Saggezza – DEA: Sarasvati

Sarasvati, la Dea Indù della conoscenza e della cultura, è l’incarnazione della vera saggezza. Seduta sul suo trono di loto, simbolizza la conoscenza spirituale, così come la raffinatezza delle arti.

Significato della carta
Un interesse nella conoscenza spirituale. Un insegnante che condividerà con te quello che stai cercando, o forse sei tu quell’insegnante. Saggezza ottenuta in modo aggraziato.

segue

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