The Goddess Tarot – parte 6

Ed eccoci arrivati alla fine del nostro viaggio. Anche la Dea dell’Arcano XIX non ha materiale in italiano, se non qualche accenno generico qua e là. Se volete copiare per favore inserite anche il mio blog nei crediti insieme al link originale in inglese, dato che la traduzione l’ho fatta io e non qualche programma automatico. Come sempre vi ricordo che potete avere una lettura gratuita in inglese sul sito Tarot Goddess. Ho lasciato le note nell’ultima Dea perché mi sembravano interessanti al fine della comprensione del Mito.
PS: Mi ero dimenticata dell’Arcano XVIII, scusate… Approfitto della Luna Piena per inserirlo

Arcano XVIII: La Luna – Diana

Diana è una dea italica, latina e romana, signora delle selve, protettrice degli animali selvatici, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice delle donne, cui assicurava parti non dolorosi, e dispensatrice della sovranità. Nella mitologia greca questa dea romana assomigliava alla dea Artemide (dea della caccia, della verginità, del tiro con l’arco, dei boschi e della Luna).
Secondo la leggenda, Diana – giovane vergine abile nella caccia, irascibile quanto vendicativa – era amante della solitudine e nemica dei banchetti; era solita aggirarsi in luoghi isolati. In nome di Amore aveva fatto voto di castità e per questo motivo si mostrava affabile, se non addirittura protettiva, solo verso chi – come Ippolito e le ninfe che promettevano di mantenere la verginità – si affidava a lei. Diana è gemella di Apollo o Febo ed è figlia di Giove e Latona.

Etimologia
La radice si trova nel termine latino dius (“della luce”, da dies, “[la luce del] giorno”), arcaico divios per cui il nome originario sarebbe stato Diviana. La luce a cui si riferisce il nome sarebbe quella che filtra dalle fronde degli alberi nelle radure boschive, mentre viene respinta quella della Luna perché tale associazione con la dea fu molto tarda.

Simboli associati alla dea
La simbologia della dea è legata al mondo delle selve: già in molte gemme la si vede portare una fronda in una mano e una coppa ricolma di frutti nell’altra, in piedi accanto ad un altare, dietro al quale si intravede un cervo.
Su un candelabro d’argento conservato nei Musei Vaticani la dea non viene raffigurata in forma umana ma una serie di simboli ne richiamano alla mente il numen, in parte identificato con la dea greca Artemide: un albero di lauro (sacro ad Apollo) al quale sono appese le armi da caccia della dea (l’arco, la faretra e la lancia), un palo conico al quale sono applicate le corna di un cervo, un altare ricolmo di offerte tra le quali si scorge una pigna, una fiaccola accesa (a ricordare la sua accezione originaria di dea della luce) appoggiata all’altare e un cervo accanto ad esso.
Infine su un rilievo di Porta Maggiore a Roma si vede l’immagine di una colonna che regge un vaso e un albero dalle lunghe fronde, circondati da un recinto semicircolare a costituire un locus saeptus, cioè una forma arcaica di sacello all’aperto.

Santuari
Il principale luogo di culto di Diana si trovava presso il piccolo lago laziale di Nemi, sui colli Albani, e il bosco che lo circondava era detto nemus aricinum per la vicinanza con la città di Ariccia. Il santuario di Ariccia potrebbe essere stato il nuovo santuario federale dei latini dopo la caduta di Alba Longa. Ciò è desumibile da quanto riportato da Catone il Censore nelle Origines, cioè che il dittatore tusculano Manio Egerio Bebio officiò una cerimonia comunitaria nel nemus aricinum insieme ai rappresentanti delle altre principali comunità latine dell’epoca (Ariccia, Lanuvio, Laurentum, Cora, Tibur, Pometia, Ardea e i Rutuli): Lucum Dianium in nemore Aricino Egerius Baebius Tusculanus dedicavit dictator Latinus. Hi populi communiter: Tusculanus, Aricinus, Lanuvinus, Laurens, Coranus, Tiburtis, Pometinus, Ardeatis, Rutulus.
In seguito Servio Tullio fonda il nuovo tempio di Diana sull’Aventino e lì sposta il centro del culto federale con il consenso dell’aristocrazia latina.
Altri santuari erano situati nei territori del Lazio antico e della Campania: il colle di Corne, presso Tusculum, dove è chiamata con il nome latino arcaico di deva Cornisca e dove esisteva un collegio di cultori della dea come attesta un’iscrizione ritrovata presso Tuscolo e dedicata ai Mani di Giulio Severino patrono del collegio; il monte Algido, sempre presso Tuscolo; a Lanuvio, dove è festeggiata alle idi (13) di agosto dal Collegio Salutare di Diana e Antinoo; a Tivoli, dove è chiamata Diana Opifera Nemorense; un bosco sacro citato da Tito Livio ad compitum Anagninum, cioè all’incrocio fra la via Labicana e la via Latina, presso Anagni, e del quale nel settembre 2007 si è parlato del possibile ritrovamento dei suoi resti; il monte Tifata, presso Caserta.
Di recente scoperta è un santuario dedicato a Diana Umbronensis all’interno del Parco Regionale della Maremma.

Rapporto con la sovranità
Come già in altre culture, anche in quella latina appare la connessione tra il simbolismo delle corna e la divinità, in questo caso la dea Diana. Tito Livio infatti ricorda un episodio in cui era stato predetto che chi avesse sacrificato una certa vacca di grande bellezza avrebbe dato al suo popolo l’egemonia sull’intera regione del Lazio antico. Il sabino proprietario della vacca si recò al tempio di Diana a Roma per sacrificarla, ma il sacerdote del tempio riuscì con uno stratagemma a distrarre il sabino e sacrificò lui la vacca alla dea garantendo alla città di Roma l’egemonia; le corna stesse furono affisse all’entrata del tempio come ricordo della vicenda e come pegno tangibile della sovranità sul Lazio.
Il legame con la sovranità e la regalità è esplicitato anche dal rapporto tra la dea e il Rex Nemorensis, il sacerdote di Diana che viveva nel bosco sacro sulle rive del Lago di Nemi.

Identificazione con la dea greca Artemide
Diana assomiglia ad un’altra divinità, la dea Artemide della mitologia greca, anche se la somiglianza tra le due non è così marcata, tanto che si può anche definirle due entità distinte. In Diana il suo carattere di protettrice della partorienti è molto più accentuato. In Artemide prevale il carattere di protettrice dei boschi e degli animali.
Fin dal XV secolo a.C. a Creta veniva venerata una dea protettrice dei boschi e delle montagne; ugualmente, a Efeso, fu a lungo praticato il culto di una similare divinità i cui connotati conducono però alla dea frigia Cibele e, contestualmente, alla dea che in tutto il bacino dell’Egeo rappresentava la Madre Terra, vale a dire Rea. Facile comprendere, quindi, come – in base alle diverse epoche e civiltà – siano possibili diverse interpretazioni di una medesima divinità. Ed in questo contesto è possibile vedere anche una associazione della figura di Diana con quella della divinità lunare Selene: in molti riti dei romani, inoltre, Diana viene venerata come divinità trina, punto di congiunzione della Terra e della Luna per personificare il Cielo (in contrasto a Ecate cui era riservato il Regno dei Morti).

Diana e la stregoneria
La dea Diana, identificata nella sua manifestazione lunare, è stata oggetto di culto nella stregheria della tradizione italiana. Come riporta Charles Leland nel Vangelo delle streghe Diana è adorata come dea dei poveri, degli oppressi e dei perseguitati dalla Chiesa cattolica. Per far sì che il culto della stregoneria andasse avanti mandò sua figlia Aradia per liberare dagli oppressori gli schiavi e per divulgare il culto della dea.

Diana nell’arte
In molte rappresentazioni pittoriche e in letteratura, Diana cacciatrice – la cui grazia femminile del corpo contrasta decisamente con l’aspetto fiero e quasi virile del viso – viene spesso raffigurata con arco e frecce. Di figura atletica e longilinea, ha i capelli raccolti dietro il capo e indossa vesti semplici quasi a sottolineare una natura dinamica se non addirittura androgina.
Fonte: Wikipedia Italia

Arcano XIX – Il Sole: Le Dee Zorya

Zorya
Nella mitologia Slava, le Zorja (altri nomi: Zora, Zarja, Zory, Zore = “Alba”; Zvezda, Zwezda, Danica = “Stella”) sono le due Dee guardiane, conosciute come le Aurore. Esse guardano e controllano il segugio del giudizio universale, Simargl, che è incatenato alla stella Polaris nella costellazione Orsa Minore o Piccolo Carro. Se la catena si spezzasse, il segugio divorerebbe la costellazione e l’Universo finirebbe. Le Zorja rappresentano la Stella del Mattino (Lucifero) e la Stella della Sera (Vespero).
Le Zorja servono il Dio Sole Dažbog, che in alcuni miti viene descritto come il loro padre. Zorja Utrennjaja, la Stella del Mattino, apre i cancelli del suo palazzo ogni mattina per la partenza del carro del sole. Al tramonto, Zorja Vechernjaja—la Stella della Sera—chiude di nuovo i cancelli del palazzo dopo il suo ritorno.
A volte si è detto che la casa delle Zorja fosse su Bouyan (or Buyan), un’isola paradiso oceanica dove il Sole dimorava insieme ai suoi assistenti, i venti del Nord, dell’Ovest e dell’Est.

Stella del Mattino (Lucifero)
La Stella del Mattino è Zorja Utrennjaja (dal Russo utro, che significa “mattino”; conosciuta anche come Zvijezda Danica, Zvezda Danica, Zvezda Dennitsa, Zwezda Dnieca, Zvezda Zornitsa, Gwiazda Poranna, Rannia Zoria, Zornica, Zornička), che apre i cancelli del palazzo di Dažbog ogni mattina in modo che il Sole possa iniziare il suo viaggio. È patrona dei cavalli, della protezione, degli esorcismi e del pianeta Venere, e gli Slavi la pregavano ogni mattina quando il sole sorgeva.
Esistono disaccordi sulla sua situazione matrimoniale. In alcuni miti viene descritta come la sposa di Perun (il Dio supremo della Mitologia Slava, rappresenta la Luce) e accompagnerebbe il marito in battaglia. In questo ruolo era conosciuta per proteggere i guerrieri preferiti dalla morte nascondendoli sotto il suo velo. In altre storie, sia lei che Zorja Vechernjaja erano le spose di Myesyats, il Dio della Luna, e attraverso di lui bucavano tutte le stelle. Tuttavia, altre storie danno entrambe le Zorya come Dee vergini, e descrivono Myesyats come una Dea della Luna non collegata a loro.

Stella della Sera (Vespero)
La Stella della Sera è Zorja Vechernjaja (dal Russo vecher, che significa “sera”; conosciuta anche come Večernja Zvijezda, Večernja Zvezda, Zvezda Vechernaya, Zwezda Wieczoniaia, Zwezda Wieczernica, Zvezda Vechernitsa, Gwiazda Wieczorna, Vechirnia Zoria, Večernjača, Večernica), che chiude i cancelli del palazzo al crepuscolo, dopo il tramonto e il ritorno di Dažbog. Era associata al pianeta Venere o al pianeta Mercurio. Alcuni miti descrivono sia lei che sua sorella Zorya Utrennyaya come le spose del Dio lunare Myesyats e le madri delle stelle, ma altri racconti danno entrambe le Zorya come Dee vergini.

Arte e Letteratura
Le Zorja appaiono nel racconto American Gods dell’autore Inglese Neil Gaiman. Nella storia Gaiman introduce una terza sorella, Zorja Polunochnaya, la Stella di Mezzanotte. Una terza sorella viene descritta anche in alcune versioni del mito, ma Gaiman sostiene di averla inventata per il suo lavoro.
Fonte: Wikipedia Inglese

Dal Sito Tarot Goddess

– XIX Il Sole – DEA: Le Zoryja

Nella Mitologia Russa, le tre Zorya sono Dee Assistenti del Dio Sole. Oltre a portare calore e luce al mondo, il Sole rappresenta la brillantezza dell’intelletto, la creatività e la fertilità.

Significato della carta
Un’energia espansiva, che afferma la vita. Creatività e ispirazione. Relezioni con i bambini. Procreazione. Amore e sessualità.

Arcano XX – Giudizio: Gwenhwyfar

Ginevra (ciclo arturiano) – (Reindirizzamento da Gwenhwyfar)
Ginevra era la leggendaria regina consorte di re Artù. Nei racconti e nel folklore, si narra spesso della sua infelice storia d’amore con Lancillotto. Questa storia appare per la prima volta nell’opera di Chrétien de Troyes, Lancillotto o il cavaliere della carretta, e riappare come motivo ricorrente in numerose opere che trattano il ciclo arturiano, a partire dai primi del secolo 13°, fino ad arrivare al romanzo di Thomas Malory, “La morte di Artù”. Molto spesso, il tradimento della regina di Camelot e del cavaliere della Tavola Rotonda sono stati considerati come la rovina stessa del regno.

Origine del nome
La forma gallese del nome Gwenhwyfar, che sembra essere affine con il nome Findabair irlandese, può essere tradotto come “l’incantatrice bianca”, o in alternativa “la fata bianca/il fantasma bianco”, e non si esclude un collegamento con il mondo celtico. Alcuni hanno suggerito che il nome potrebbe derivare da “Gwenhwy-fawr” o “Gwenhwy la Grande”, che contrasta il carattere di “Gwenhwy-fach”, “Gwenhwy la piccola”; Gwenhwyfach appare nella letteratura gallese come sorella di Ginevra, ma nella sua edizione delle “Triadi gallesi”, Rachel Bromwich afferma che questa è un’etimologia poco probabile. Goffredo di Monmouth, che per primo conia il nome Merlino, rende il suo nome in latino (anche se ci sono variazioni ortografiche, di cui molte si trovano nei suoi vari manoscritti, tra cui quelli della Historia Regum Britanniae). Giraldus Cambrensis la chiama “Wenneuereia”. Il nome così come lo leggiamo oggi entra in gioco solo nel XV secolo. Il nome in inglese moderno è scritto Jennifer, dal linguaggio della Cornovaglia.

Il personaggio
Ginevra è una fanciulla di straordinaria bellezza, citata in diverse opere del ciclo arturiano, con lineamenti leggeri, capelli scuri, occhi verdi e ben proporzionata. Costei, figlia di re, aveva affascinato Artù, che l’aveva chiesta in sposa, ma, contemporaneamente, lei era rimasta affascinata dal cavaliere Lancillotto.
L’illecito e tragico amore tra Lancillotto e Ginevra, che rompe l’equilibrio di Camelot (diventando una delle cause della sua caduta), fu uno dei simboli dell’amor cortese medioevale. È celebre, per esempio, la citazione dantesca di “Lancilotto e Ginevra” nel canto di Paolo e Francesca della Divina Commedia.
Ne “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley è uno dei personaggi principali e, come da tradizione, è moglie di Artù e amante di Lancillotto.
Nella serie televisiva Merlin della BBC è la serva personale di Morgana, è grande amica di Merlino ed è innamorata di Artù, pur provando qualcosa per Lancillotto.
Nel film King Arthur del 2004, versione insolita delle leggenda di Artù, Ginevra è innamorata di Artù, ma si sposa con lui solo dopo la morte di Lancillotto (lo stesso nella serie TV Camelot, andata in onda su Sky Atlantic alcuni mesi fa).
Ginevra è un personaggio che compare anche nell’Orlando furioso. Innamorata di Ariodante, tramite un inganno dell’infimo re di Albania, viene punita per adulterio. Rinaldo, il valoroso guerriero, però la salva, uccidendo il re d’Albania e liberandola dalla falsa accusa.

Adattamenti
-Film
Lancillotto e Ginevra, diretto da Robert Bresson, 1974
Excalibur, regia di John Boorman, 1981
Il grande amore di Ginevra, diretto da Jud Taylor, 1994
Il primo cavaliere, regia di Jerry Zucker, 1995
Le nebbie di Avalon, regia di Uli Edel, 2001
King Arthur, regia di Antoine Fuqua, 2004
Merlin, serie televisiva del 2008
Camelot, serie televisiva del 2011
-Romanzi
Le nebbie di Avalon (The Mists of Avalon), Marion Zimmer Bradley, 1983
Il romanzo di Excalibur (The Warlord Chronicles), Bernard Cornwell, 1995
La caduta di Artu’ (The fall of Arthur), J.R.R. Tolkien, 2013
Fonte: Wikipedia Italia

Dal Sito Tarot Goddess

– XX Giudizio – DEA: Gwenhywfar

Gwenhwyfar, la Gallese prima signora (first lady) delle isole e del mare, si crede che sia esistita finché ci fu schiuma delle onde che colpiva contro la riva rocciosa. Apprezzata per il suo giudizio e la sua saggezza, si credeva che nessun uomo potesse governare il Galles senza di lei al suo fianco.

Significato della carta
Decisioni o notizie importanti. Movimento nella fase successiva della vita. Tempo per un grande e necessario cambiamento nella propria vita – spesso benvenuto, ma terrorizzante a causa della sua imponenza.

Arcano XXI – Il Mondo: Gaia

Gea
Gea (in greco antico: Γῆ) o Gaia (in greco ionico e quindi in omerico: Γαῖα) è, nella religione e nella mitologia greca, la dea primordiale, quindi la potenza divina, della Terra.

Gaia (Gea) nella Teogonia di Esiodo
La Teogonia di Esiodo[1] racconta come, dopo Chaos (Χάος), sorse l’immortale Gaia (Γαῖα), progenitrice dei titani e degli dei dell’Olimpo.
Da sola, e senza congiungersi con nessuno, Gaia genera Urano (Οὐρανός, Cielo stellante) pari alla Terra[2], generò quindi, sempre per partenogenesi, i monti, le Ninfe (Νύμφη nymphē) dei monti[3] e Ponto (Πόντος, il Mare)[4].
Unendosi a Urano, Gaia genera i Titani (Τιτάνες): Oceano (Ὠκεανός)[5], Coio ( Κοῖος, anche Ceo), Creio (Κριός, anche Crio), Iperione (Ύπέριον), Iapeto (Ιαπετός, anche Giapeto), Theia (Θεία, anche Teia o Tia)[6], Rea (Ῥέα), Themis (Θέμις, anche Temi), Mnemosyne (Μνημοσύνη, anche Menmosine), Phoibe (Φοίϐη, anche Febe), Tethys (Τηθύς, anche Teti) e Kronos (Κρόνος, anche Crono).
Dopo i Titani, l’unione tra Gaia e Urano genera i tre Ciclopi (Κύκλωπες: Brontes, Steropes e Arges[7])[8]; e i Centimani (Ἑκατόγχειρες , Ecatonchiri): Cotto, Briareo e Gige dalle cento mani e dalla forza terribile[9].
Urano, tuttavia, impedisce che i figli da lui generati con Gaia, i dodici Titani, i tre Ciclopi e i tre Centimani, vengano alla luce. La ragione di questo rifiuto risiederebbe, per Cassanmagnago[10], nella loro “mostruosità”. Ecco che la madre di costoro, Gaia, costruisce dapprima una falce e poi invita i figli a disfarsi del padre che li costringe nel suo ventre. Solo l’ultimo dei Titani, Kronos, risponde all’appello della madre: appena Urano si stende nuovamente su Gaia, Kronos, nascosto[11] lo evira. Il sangue versato dal membro evirato di Urano goccia su Gaia producendo altre divinità: le Erinni (Ἐρινύες: Aletto, Tesifone e Megera[12]), le dee della vendetta[13], i terribili Giganti (Γίγαντες)[14] e le Ninfe Melie (Μελίαι)[15][16].
Ponto (Πόντος, il Mare) genera[17] Nereo (Νηρεύς) detto il “vecchio”, divinità marina sincera ed equilibrata; poi, sempre Ponto ma unitosi a Gaia, genera Taumante (Θαῦμας)[18], quindi Forco (Φόρκυς)[19], Ceto (Κητώ)[20] dalle belle guance, ed Euribia (Εὐρύβια)[21].
Infine Gaia e Tartaro[22] generano Typheo (υφωεύς, anche Tifeo) “a causa dell’aurea” di Afrodite. Questo essere gigantesco, mostruoso, terribile e potente viene sconfitto dal re degli dèi, Zeus, e relegato nel Tartaro insieme ai Titani, da dove spira i venti dannosi per gli uomini.

Immagine: Discendenza di Gea

Altri miti riguardanti Gea
Apollodoro (Biblioteca I,1) sostiene che Gea abbia dapprima partorito i Centimani (Ecatonchiri) e poi i Ciclopi, Urano, loro padre, gettò questi ultimi nel Tartaro; allora Gea gli partorì i sei Titani (Oceano, Ceo, Iperione, Crio, Giapeto e, per ultimo, Crono) e le sette Titanidi (Tethys, Rea, Temi, Mnemosyne, Febe, Dione e Tia). Irata con Urano che aveva gettato nel Tartaro i precedenti figli, Gea incita i Titani a sopraffare il padre: tutti accolgono l’invito di Gea tranne Oceano. Aggredito il padre, Crono lo evira.
Apollodoro (Biblioteca I,6), ci dice che Gea partorì i Giganti, in quanto adirata per la sorte subita dai Titani; sapendo Gea che nessuno degli dèi dell’Olimpo poteva ucciderli ma solo un mortale andò alla ricerca di una pianta magica che impedisse loro di morire anche per mano degli uomini. Saputo ciò, Zeus colse per primo la pianta.
Eratostene (Catasterismi XIII), ci dice che Museo raccontò che Gea nascose in un antro la spaventosa capra, figlia del dio Elios, affidandola poi alla ninfa Amaltea (Ἀμάλθεια)[23] la quale con il suo latte nutrì Zeus infante.
Zeus celò Elara, una delle sue amanti, dalla vista di Hera nascondendola sotto terra. Talvolta viene quindi riportato che il gigante Tizio, il figlio che Zeus ebbe da Elara, sia stato in realtà figlio di Elara e di Gea.
Gea concesse l’immortalità ad Aristeo.
Alcuni studiosi credono che Gea fosse la divinità che originariamente parlava per bocca dell’Oracolo di Delfi. Ella passò i suoi poteri, a seconda delle versioni, a Poseidone, Apollo o Temi. Apollo è il dio a cui più di ogni altro è collegato l’Oracolo di Delfi, esistente da lungo tempo già all’epoca di Omero, perché in quel luogo aveva ucciso il figlio di Gea Pitone, impossessandosi dei suoi poteri ctonii. Hera punì Apollo per questo gesto costringendolo a servire per nove anni come pastore presso il re Admeto.
Nell’antica Grecia i giuramenti fatti in nome di Gea erano considerati quelli maggiormente vincolanti.

Gea nell’arte
Nell’arte classica Gea poteva essere rappresentata in due modi diversi:
Nelle decorazioni vasali ateniesi veniva ritratta come una donna dall’aspetto matronale che emergeva dalla terra soltanto per metà, spesso mentre porgeva ad Atena il piccolo Erittonio (futuro re di Atene) perché lo allevasse.
Nei mosaici di epoca successiva appare come una donna che si sta stendendo a terra, circondata da un gruppo di Carpi, divinità infantili che simboleggiano i frutti della terra.

Note
1^ Esiodo, Teogonia 116 e sgg.
2^ Si riferisce all’estensione, il Cielo stellante, semisferico, finisce là dove finisce Gaia, la linea di orizzonte indica sia la fine del Cielo stellante che della Terra (Arrighetti, p.326; Cassanmagnago p.929)
3^ Quindi le Oreadi (Ὀρεάδες)
4^ Distinto quindi da Oceano (Ὠκεανός)
5^ In Iliade, XIV 201, Oceano è detto «padre degli dèi». Aristotele, in Metafisica I (A) 3,983 intende questo, «Oceano e Teti genitori del divenire», come anticipazione delle teorie di Talete.
6^ Pindaro Istmica V la canta; da intendere come divinità della luce (cfr. Colonna p.83)
7^ Dèi con un “occhio solo”, i loro nomi richiamano rispettivamente il “Tonante”, il “Fulminante” e lo “Splendente”.
8^ Da notare la differenza con l’Odissea, IX 187, dove i Ciclopi risultano dei giganteschi e selvaggi pastori e in cui, uno di questi, Polifemo, è figlio di Posidone. Qui, nella Teogonia esiodea, sono invece tre, dèì figli di Urano e Gaia, costruttori di fulmini che poi consegneranno a Zeus; in Callimaco, Inno ad Artemide, sono gli aiutanti di Efesto, costruttori delle fortificazioni delle città dell’Argolide, ma lo scoliaste (Esiodo Theog., 139) indica questi ultimi come una “terza” categoria di Ciclopi: «perché di Ciclopi ci sono tre stirpi: i Ciclopi che costruirono le mura di Micene, quelli attorno a Polifemo e gli dèi stessi.»
9^ Così lo scoliaste (148): «Costoro sono detti venti che prorompono dalle nubi, e sono di sicuro devastatori. Per questo miticamente sono provvisti anche di cento braccia perché hanno pulsionalità guerresche. Cotto, Briareo e Gige sono i tre momenti (dell’anno): Cotto è la canicola, cioè il momento dell’estate, Briareo è la primavera in rapporto con il fiorire (‘bryein’) e crescere le piante; Gige è il tempo invernale.» (Trad. Cassanmagnago, p. 503).
10^ Cassanmagnago Op.cit. p.929
11^ Nella vagina della madre, locheòs, ( così legge Shawn O’Bryhim, Hesiod and the Cretan Cave in “Rheinisches Museum fuer Philologie” 140: 95-96, 1997.)
12^ Questi nomi sono tuttavia di origine ellenistica, mentre la loro presenza è ternaria a partire da Euripide; nell’Iliade il nome è plurale (ad es. XIX, 418) che singolare (ad es. XIX, 87).
13^ Queste dee rappresentano lo spirito della vendetta nei confronti di chi colpisce i parenti o i membri del proprio clan. Sono anche le divinità che sorvegliano il rispetto degli impegni presi sotto giuramento e che impongono il rispetto del corso “naturale” degli eventi (in quest’ultima accezione cfr. Iliade XIX, 418 ed Eraclito fr. 94 Diels-Kranz).
14^ Nell’Odissea (VII, 59) sono una tribù selvaggia che perisce insieme al loro capo Eurimedonte.
15^ Le Ninfe dell’albero di frassino. Anche queste divinità sono strettamente connesse con la guerra essendo il frassino l’albero con cui si costruivano le lance.
16^ Lo scoliaste (187) sostiene che da queste Ninfe viene la prima generazione degli uomini.
17^ Non è chiaro se per partenogenesi, o come gli altri successivi a lui, per mezzo dell’unione con Gaia, cf. Arrighetti p.294, Cassanmagnago p.931 (46).
18^ L’aspetto meraviglioso del mare, cfr. Arrighetti p.294.
19^ L’aspetto mostruoso del mare, cfr. Arrighetti p.294.
20^ Anch’esso aspetto mostruoso del mare, cfr. Arrighetti p.294.
21^ L’aspetto violento del mare, cfr. Arrighetti p.294.
22^ Cfr. vv. 820-885.
23^ Amaltea è invece il nome stesso della capra in Apollodoro I, 1, 6-7; Callimaco Inno a Zeus 46-9; Diodoro Siculo V, 70,3
Fonte: Wikipedia Italia

Fine

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The Goddess Tarot – parte 5

Dopo una quattro giorni energeticamente intensissima (domenica Luna Nuova, per le spiegazioni leggete il post relativo Luna Vulcano, lunedì Portale 11/1 con Suono Rosso e LuceStasi Energy, martedì compleanno di Elena con un regalo anche per me nelle quattro letture, e per finire ieri sera il potentissimo Rituale di Apertura dei Sette Sigilli) eccomi di nuovo con le Dee e i loro Arcani. Le prime due vengono da siti in inglese, perché vengono da posti lontani e in italiano non ho trovato nulla. Se volete copiare o riportare le informazioni, siete pregati di citare come fonte anche il mio blog, dato che la traduzione l’ho fatta io e non qualche traduttore automatico di Internet. Come sempre potete avere una lettura gratuita in inglese sul sito Tarot Goddess.

Arcano XV – Tentazione: Nyai Loro Kidul

Nyai Loro Kidul (scritto anche Nyi Roro Kidul) è uno spirito o divinità femminile leggendario Indonesiano, conosciuto come la Regina del Mare del Sud di Giava (Oceano Indiano o Samudra Kidul a sud dell’isola di Giava) nella mitologia Giavanese e Sundanese.
Secondo le credenze Giavanesi, lei è anche la mitica consorte spirituale dei Sultani di Mataram e Yogyakarta, iniziando con Senopati e continuando fino ai nostri giorni.
Lo spirito Nyai Roro Kidul ha molti nomi diversi, che riflettono le diverse storie della sua origine in una miriade di saghe, leggende, miti e folklore tradizionale. Gli altri nomi includono Ratu Laut Selatan (“Regina del Mare del Sud” intendendo l’Oceano Indiano) e Gusti Kanjeng Ratu Kidul. La casa reale di Keraton Surakarta la riveriva come Kanjeng Ratu Ayu Kencono Sari. Molti Giavanesi credono che sia importante usare vari titoli onorifici quando ci si riferisce a lei, come Nyai, Kanjeng, and Gusti. Le persone che la invocano la chiamano anche Eyang (nonna). In forma di sirena ci si riferisce a lei come Nyai Blorong.
La parola Giavanese “loro” significa letteralmente due – 2 e si fuse nel nome del mito riguardo all Spirito-Regina nato come una bellissima ragazza o fanciulla, in Giavanese Antico “rara”, scritto come rårå, (usato anche come roro). Il Giavanese Antico “rara” evolse nel Giavanese Moderno “lara”, scritto come lårå, (che significa malato, e anche morto di crepacuore, o cuore spezzato).
L’ortografia Olandese cambiò “lara” in “loro” (usato qui in Nyai Loro Kidul) così il gioco di parole cambiò da ragazza bellissima a ammalata – Giavanese Antico Nyi Rara e Giavanese Moderno Nyai Lara.

Descrizione
Nyai Loro Kidul è spesso illustrata come una sirena con la coda, sia con la parte inferiore di serpente che di pesce. Si dice che la creatura mitica prenda l’anima di chi desidera. Secondo le leggende popolari dei villaggi sulla costa sud di Giava, la Regina spesso reclama le vite dei pescatori o dei visitatori che fanno il bagno sulla spiaggia, e di solito preferisce giovani uomini di bell’aspetto.
A volte si parla di Nyai Loro Kidul come di un “naga”, o serpente mitico. Questa idea può essere derivata da alcuni miti riguardanti una principessa di Pajajaran che soffriva di lebbra. La malattia della pelle menzionata in molti dei miti riguardanti Nyai Loro Kidul poteva forse riferirsi alla muta della pelle di un serpente.
Il ruolo di Nyai Loro Kidul come Spirito-Regina Giavanese divenne un motivo popolare nel folklore Giavanese tradizionale e nei miti di palazzo, così come l’essere legata alla bellezza delle principesse Sundanesi e Giavanesi. Un altro aspetto del suo mito era la sua abilità di cambiare forma parecchie volte al giorno. Il Sultano Hamengkubuwono IX di Yogyakarta descrisse la sua esperienza riguardante incontri spirituali con lo spirito Regina nelle sue memorie; la regina poteva cambiare forma e aspetto, come una giovane donna bellissima di solito durante la luna piena, e apparire come una donna anziana in altri momenti.
Nyai Loro Kidul in una significativa quantità di folklore che lo circonda controlla le violente onde dell’Oceano Indiano dal posto dove vive nel cuore dell’oceano.
A volte ci si riferisce a lei come una delle regine o mogli spirituali del Susuhunan di Solo o Surakarta e del Sultano di Yogyakarta. La sua posizione letterale viene considerata corrispondere agli assi Merapi-Kraton-Mare del Sud nei Sultanati di Solo e Yogyakarta.
Un’altra diffusa parte del folklore che lo circonda è il color verde acqua, gadhung m’lathi in Giavanese, che è il suo preferito e si riferisce a lei, e quindi lungo la costa sud di Giava è proibito indossarlo. Spesso viene descritta indossando abiti o selendang (fasce di seta) di questo colore.

Origine e storia
Sebbene la maggior parte delle sue leggende siano connesse al Sultanato Mataram di Giava del XVI secolo, i manoscritti più antichi rintracciano la sua origine leggendaria all’era del Regno Sundanese di Pajajaran, la leggenda della sfortunata principessa Kadita. Tuttavia, gli studi culturali e antropologici Giavanesi e Sundanesi suggeriscono che il mito della Regina dei Mari del Sud di Giava probabilmente ha avuto origine da una credenza animistica preistorica, la divinità femminile dell’oceano meridionale pre Hindu e Buddista. Le potenti onde dell’Oceano Indiano della costa sud di Giava, le sue tempeste e a volte tsunami, probabilmente accrebbero la reverenza e la paura dei nativi dei poteri della natura, attribuendoli al reame spirituale di Dei e Demoni che abitavano the i mari del sud governati dalla loro regina, una Divinità femminile, più tardi identificata come “Ratu Kidul”.
Le leggende del XVI secolo Giavanesi connettono la Regina dei Mari del Sud come protettore e consorte spirituale dei Re del Sultanato di Mataram. Panembahan Senopati (1586-1601 AD), fondatore del Sultanato di Mataram, e il suo nipote Sultano Agung (1613-1645 AD) che nominarono la Kanjeng Ratu Kidul come loro sposa, sono menzionati nel Babad Tanah Jawi.
Secondo alcune leggende Giavanesi risalenti al XVI secolo, il principe Panembahan Senopati aspirava a stabilire un nuovo regno Sultanato di Mataram contro il predominio del regno di Pajang. Egli eseguì pratiche ascetiche meditando sulla spiaggia di Parang Kusumo, a sud di casa sua nella città di Kota Gede. La sua meditazione causò un potente e disturbante fenomeno sovrannaturale nel regno spirituale del Mare del Sud. La Regina venne sulla spiaggia per vedere chi aveva causato questa minaccia al suo regno. Non appena vide l’affascinante principe, la regina si innamorò immediatamente e chiese al principe di interrompere la sua meditazione. In cambio la dea regina, che governava il regno spirituale dei mari del sud, si accordò per aiutare Panembahan Senopati nel suo sforzo politico per stabilire un nuovo regno. Per poter diventare il protettore spirituale del regno, la Regina chiese di essere presa in moglie dal principe, come consorte spirituale di Panembahan Senopati e di tutti i suoi successori, i re di Mataram.
Una leggenda popolare Sundanese narra di Dewi Kadita, la bellissima principessa del Regno di Pajajaran, nella Giava Occidentale, che fuggì disperata nel Mare del Sud dopo essere stata colpita dalla magia nera. L’incantesimo oscuro fu lanciato da una strega per ordine di una rivale gelosa nel palazzo, e causò alla bellissima principessa una malattia della pelle disgustosa. Ella saltò nelle violenti onde dell’oceano dove fu finalmente curata e riguadagnò la sua bellezza, e gli spiriti e i demoni incoronarono la ragazza come la leggendaria Regina-Spirito del Mare del Sud.
Una versione simile della storia sopra narra che il re (di quel tempo), avendo lei come unica figlia, pensando di ritirarsi dal trono, si risposa. Avere una regina (al posto di un re) era proibito. La nuova moglie del re finalmente rimane incinta, ma, a causa della gelosia, forza il re a scegliere fra sua moglie e sua figlia. Era un ultimatum. Se avesse scelto sua figlia, la moglie avrebbe lasciato il palazzo e il trono sarebbe stato dato a colei che più tardi sarebbe diventata la regina. Se avesse scelto la moglie, la figlia sarebbe stata esiliata dal palazzo, e il bambino che non era ancora nato sarebbe diventato re. Il re risolve ordinando a una strega di far soffrire a sua figlia di una malattia della pelle. La figlia, ora esiliata dal palazzo, sente una voce che le dice di andare al mare a mezzanotte per curare la sua malattia. Così fece, e svanì, per non essere mai più vista.
Un’altra leggenda Sundanese parla di Banyoe Bening (che significa acqua limpida) che diventa Regina del Regno di Djojo Koelon, e, soffrendo di lebbra, viaggia verso Sud dove viene presa da un’onda gigante e scompare nell’Oceano.
Un’altra leggenda popolare di Giava Occidentale riguarda Ajar Cemara Tunggal (Adjar Tjemara Toenggal) sulla montagna di Kombang nel Regno di Pajajara. È un veggente maschio che in realtà era la bellissima prozia di Raden Jaka Susuruh. Ella si travestì da profeta e disse a Raden Jaka Susuruh di andare a est di Giava per fondare un regno in un luogo dove un albero di bael (maja) dava un solo frutto; il frutto era amaro, “pait” in Giavanese, e il regno prese il nome di Majapahit. La veggente Cemara Tunggal avrebbe sposato il fondatore di Majapahit e qualsiasi discendente di primo grado, per aiutarli in ogni faccenda. Però lo spirito della veggente sarebbe trasmigrato nello “spirito-regina del sud” che avrebbe regnato sugli spiriti, demoni e tutte le creature oscure.
Fonte: Wikipedia Inglese

Arcano XVI – Oppressione: Le Dee Wawalak

Il Mito Australiano delle Wawalak
Le tribù Accent dell’Australia hanno un mito meraviglioso che io penso descriva adeguatamente il potere straordinario dell’amore materno. È la storia di due Dee gemelle chiamate le Wawalak.
Molti degli Aborigeni Australiani credono che il mondo sia nato quando gli antichi Dei e Dee si svegliarono dal loro sonno profondo sottoterra e decisero di esplorare il territorio soprastante. Questi esseri erano così potenti che letteralmente crearono il mondo mentre vagavano attraverso la terra. Questo viene riferito come il “Tempo di Sogno”.
I passi di questi grandi esseri divennero le valli, con le dorsali di accompagnamento formanti le soffici colline rotolanti. Il loro gentile tocco formò piante e alberi. Il loro respiro causò il soffiare dei venti gentili che propagarono ulteriormente la terra. Le loro lacrime crearono la pioggia, che era necessaria per riempire i laghi e le pozze, così come per nutrire ogni forma di vita.
La loro immaginazione creò la vita selvaggia dagli insetti ai coccodrilli e oltre. Ma sentendo che il mondo non era ancora completo del tutto, essi portarono fuori pure un’altra razza di Dei e Dee minori che furono alla fine responsabili per la creazione del genere umano. Essi passarono del tempo con loro ma alla fine ritornarono a dormire sottoterra.
Una delle più rinomate e rispettate Dee era chiamata il Grande Serpente Arcobaleno. È quella accreditata per aver creato la maggior parte della vita sulla terra, così come per aver riempito i laghi e le pozze con l’acqua.
Le Dee Gemelle conosciute come le Wawalak erano fra quelle create durante il Tempo di Sogno. Esse viaggiarono insieme con i loro neonati, esplorando la bellezza del mondo. Erano molto felici della compagnia reciproca e di quella dei loro amati bambini. Questo fu, naturalmente, finché non fecero un errore fatale.
Mentre viaggiavano, si accamparono vicino alla pozza del Grande Serpente Arcobaleno. Ma non compresero che l’acqua era considerata sacra al serpente e accidentalmente la inquinarono.
Il Grande Serpente Arcobaleno era così arrabbiata che esse avessero osato inquinare la sua acqua, che si svegliò dal suo sonno profondo e fece in modo che la pioggia inondasse l’area. Quasi spazzò via le donne, ma esse si aggrapparono disperatamente a qualsiasi cosa potevano trovare. Le madri tenevano pure strettamente i loro bambini, coprendoli e proteggendoli con i loro propri corpi.
Le sorelle pregarono e cantarono tentando di calmare la dea, ma niente sembrava funzionare. Semplicemente essa diventava sempre più arrabbiata, finché, in un impeto di rabbia incontrollata, essa inghiottì intere le due sorelle e i loro bambini.
Quasi immediatamente, comunque, il serpente si vergognò di aver fatto un’azione così drastica. Così apri la bocca e rilasciò le sorelle dal suo stomaco. Quello che fece non poté aiutarle, ma notò il fatto che le madri tenevano ancora strettamente ad esse i loro bambini. La loro determinazione di proteggere i loro piccoli a tutti i costi toccò profondamente la Dea.
Dopo che le Wawalak furono resuscitate dal Grande Serpente Arcobaleno, il luogo di tale evento divenne sacro per gli Aborigeni. Alcune delle più importanti cerimonie religiose furono tenute nel luogo dove si credeva che il Grande Serpente Arcobaleno rigurgitò le Dee gemelle.
Le Wawalak divennero un potente simbolo non solo della forza della maternità, ma pure della forza infinita della vita all’interno di ogni donna. Esse sono ancora onorate da molte tribù Aborigene oggigiorno.
Le Wawalak, come la maggior parte delle madri, furono disponibili a dare la loro propria vita per proteggere i loro bambini. È un legame che è difficile da spiegare e persino da comunicare. Semplicemente esiste, in un modo così forte che continua ad affascinare e ipnotizzare gli uomini persino oggigiorno.
Alcuni aborigeni credono anche che le donne nacquero con la conoscenza di tutti i segreti del mondo. Ma l’uomo sentì che non era giusto che le donne possedessero sia un legame indistruttibile con i loro bambini e pure tutti i segreti del mondo. Così essi ordirono un complotto per rubarglieli; lasciando le loro controparti femminili senza la conoscenza essi avevano bisogno di comandare; o così pensavano… Forse non avevano mai sentito il detto “la mano che culla è quella che governa il mondo” (“the hand that rocks the cradle, rules the world”). Ovviamente, è una lezione che le Wawalak compresero bene.
Fonte: Wet Pig – Blog Australiano

Dal sito Tarot Goddess

– XVI Oppressione – DEA: Le Wawalak

Durante il Tempo di Dogno, le Sorelle Dee Aborigene Australiane, le Wawalak, furono inghiottite intere da Yurlungur, il Grande Serpente Arcobaleno. Oppresse dall’oscurità nella pancia del serpente, le Wawalak piansero finché furono di nuovo rinate alla luce da Yurlungur.

Significato della carta
Sentirsi sopraffatto o oppresso da circostanze o emozioni. Depressione. Un nuovo inizio dopo una fine dolorosa che può aver frantumato la vostra visione del mondo.

Arcano XVII – La Stella: Inanna

La stella a otto punte, che indica il pianeta Venere, è il simbolo della dea mesopotamica Inanna/Ištar.
Inanna (anche Inana; cuneiforme sumerico: NIN.AN.NA, forse con il significato di “Signora Cielo”, anche MÚŠ con il significato di “Splendente”; in dialetto emesal: gašan.an.na) è la dea sumera della fecondità, della bellezza e dell’amore, inteso come relazione erotica (con l’epiteto di nu.gig, inteso come “ierodula”) piuttosto che coniugale (per gli studiosi «Inana non è una Dea del matrimonio, e nemmeno una Dea Madre»); successivamente assimilata alla dea accadica, quindi babilonese e assira, Ištar (anche Eštar). Inanna/Ištar è la più importante divinità femminile mesopotamica.
Il segno MÚŠ che rappresenta il suo nome deriva da un arcaico pittogramma che indica lo stelo arrotolato di una canna.

Origini
La più antica attestazione del nome di questa divinità è riscontrabile nelle tavole di argilla rinvenute nell’antico complesso templare dell’Eanna (Uruk), e risalenti ai periodi tardo Uruk-Gemdet Nasr, quindi intorno al 3400-3000 a.C., risultando i segni più antichi come pittogrammi, mentre i più recenti sono riportati in modo più astratto.
La Lista degli dèi di Fara riporta il suo nome dopo quello di An e di Enlil e prima di quello di Enki, comunque sia, le fonti pre-sargoniche non sembrano prestare particolare attenzione a questa divinità.

Genealogia
La principale tradizione sumerica (città di Uruk) la vuole figlia del dio Cielo An (in questo contesto assume il titolo di nu.gig.an.na (“ierodula di An”). Un’altra tradizione (città di Isin) la vuole invece figlia del dio Luna Nanna e sorella gemella del dio del Sole Utu.

Particolarità
Bellissime sono le poesie d’amore scritte da Inanna e rivolte al proprio amore e promesso sposo Dumuzi. Ella dona agli abitanti di Uruk, la città di cui è protettrice, i Me sottratti ad Enki con un inganno (lo fece ubriacare dopo averlo sedotto con la sua bellezza), in modo che gli uomini possano vivere in prosperità e benessere. Dopo la perdita del suo innamorato divenne una seduttrice di uomini e di Dei: nella saga di Gilgamesh, questi rifiuta le sue profferte di sesso, rinfacciandole che nessun uomo è rimasto vivo fino all’indomani mattina, dopo avere giaciuto con lei nella notte.

La discesa di Inanna agli inferi
Il testo più lungo e complesso su Inanna giunto fino a noi è il poema La discesa di Inanna, conosciuto per la maggior parte da tavolette rinvenute negli scavi archeologici eseguiti tra il 1889 e il 1900 sulle rovine della città di Nippur, nel sud della Mesopotamia (attuale Iraq).
Il mito narra come Inanna scenda nell’oltretomba (ma il testo superstite non fornisce la ragione del viaggio). Prende con sé sette Me (personificati come accessori e capi di vestiario della dea), parte con la fida ancella Ninshubur e bussa alle porte della “Terra” (termine con cui comunemente viene identificato l’oltretomba). Le viene chiesto da parte di Neti, il custode, il motivo di un tale viaggio. Inanna spiega che è venuta per rendere omaggio a sua sorella Ereshkigal, signora dell’oltretomba, e a portarle le sue condoglianze per la morte di Gugalanna, suo marito, il “toro del cielo” (ucciso da Gilgameš nell’epopea legata all’eroe). Viene fatta entrare sola e passa attraverso sette porte, ove le vengono sottratti progressivamente i Me. Infine, nuda, viene introdotta davanti ad Ereshkigal e agli Anunnaki (i giudici degli inferi in questa versione del mito), che la condannano e la mettono a morte. Ninshubur va a chiedere aiuto per la padrona e la sua supplica trova ascolto presso Enki. Il dio modella con lo “sporco” tratto da sotto le sue unghie due creature “né femmina né maschio” (che non potendo generare, non sono soggette al potere della morte): Kurgarra e Galatur. Costoro volano nell’oltretomba e circuiscono Ereshkigal con le loro lusinghe fino a che ella non promette loro come premio qualunque cosa vogliano. I due chiedono il cadavere di Inanna e, avutolo, fanno risorgere la dea aspergendola del cibo e dell’acqua della vita.
Inanna però non può tornare dagli inferi senza fornire qualcuno che la sostituisca. I Galla (demoni del destino) le propongono diversi sostituti: Ninshubur, i suoi due figli Shara e Lulal, ma la dea rifiuta di condannare a morte queste persone rimastele fedeli anche nel periodo della sua morte. Per ultimo, la conducono dal suo sposo Dumuzi. Dumuzi viene sorpreso mentre siede soddisfatto sul suo trono, sfoggiando ricche vesti, senza portare il lutto per Inanna. Presa dall’ira, Inanna lo consegna ai Galla. Dumuzi riesce a fuggire per opera del dio Utu, ma viene ripreso dopo un lungo inseguimento e condotto agli inferi. La sorella di Dumuzi, Geshtinanna, va alla sua ricerca e le sue lacrime impietosiscono Inanna, che decide di accompagnarla. La dea e la mortale vagano a lungo, finché una “mosca sacra” (sorta di deus ex machina) dice loro dove si trova Dumuzi: in Arali, luogo di confine tra il mondo degli uomini e gli inferi, dove viene raggiunto infine da Inanna e Geshtinanna. Tuttavia, per la legge dell’oltretomba, Dumuzi e Geshtinanna devono risiedere a turno per metà dell’anno nel regno di Ereshkigal.
Il mito è generalmente interpretato come una raffigurazione del ciclo della vegetazione. Dumuzi (divinità della fertilità), giace per sei mesi con Inanna (che rappresenta la potenza della generazione) e per sei mesi con la sorella “oscura” di lei, Ereshkigal (il letargo invernale, rappresentato simbolicamente dalla morte). Il dualismo Dumuzi-Geshtinanna viene messo in relazione con l’alternarsi stagionale dei frutti della terra (le messi per Dumuzi e la vite per Geshtinanna).
Non mancano peraltro le interpretazioni del mito in chiave psicoanalitica. In questa accezione, la discesa di Inanna è spiegata con la necessità per la psiche di confrontarsi con il proprio “lato oscuro” (Ereshkigal), connesso all’istintualità cieca e alla distruttività (la “pulsione di morte” di Freud), per raggiungere l’equilibrio e la completezza.
Fonte: Wikipedia Italia

segue

 

 

Luna Vulcano

Prima di proseguire con le Dee (mancano le ultime sette) vorrei parlarvi della prima Luna Nuova dell’anno, avvenuta ieri 10 gennaio alle ore 2:30 di notte. Al momento non posso inserire il grafico, ma appena riesco lo farò così lo vedete anche voi (parla da solo).

Ecco il grafico
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La prima cosa che si vede in questo grafico, e ripeto, si vede, è il Grande Trigono di Fuoco formato dai pianeti Venere e Saturno in Sagittario a sinistra e Urano in Ariete a destra, insieme al Medio Cielo in Leone. Data la sua posizione nel tema e l’energia di Fuoco così forte in una Lunazione di Terra (siamo nel segno del Capricorno) l’ho chiamata non a caso Vulcano. Il Medio Cielo, che in una carta rappresenta il punto più alto nonché la Cuspide della X Casa, in analogia con il segno del Capricorno, e in questo grafico sta proprio nel mezzo, cosa che non sempre accade, visualizza molto chiaramente la cima della montagna.

La seconda cosa che si vede in questo grafico invece, non si vede. Non è un gioco di parole. Questa Lunazione nasce senza l’Elemento Aria. Il Vulcano per ora dorme. Non è spento, l’Ascendente Scorpione parla di cose che si muovono in profondità. Ma neanche tanto, dice Marte in XII Casa in Scorpione congiunto all’Ascendente. Basta un niente, e il Vulcano erutta. Non esplode, perché come dicevo manca l’Elemento Aria, e quindi niente gas e niente lapilli. Ma la lava fa comunque danni.

Marte in Scorpione in XII Casa parla dell’energia sessuale dormiente. Il Serpente della Kundalini arrotolato alla base della spina dorsale che aspetta di essere risvegliato. Venere in Sagittario scalpita, ma Saturno la tiene a freno. Saturno fa le cose sul serio, e quindi dice: ufficiale, e per sempre. E la II casa vuole cose concrete, non si accontenta di promesse. Marte in XII parla invece di cose nascoste. In Scorpione, è tradimento. Questa Lunazione mette alla prova le coppie. Che resisteranno alla tentazione esterna solo se è vero amore. Urano, che di solito rappresenta la trasgressione, è uno dei lati del triangolo di Fuoco. Urano in Ariete invita a far bruciare il Fuoco Sacro dell’Amore. Giunone, l’asteroide della Dea Sposa, è in Scorpione proprio sopra l’Ascendente. Matrimonio Alchemico. Il Serpente si sveglia quando la coppia si sublima. E allora non è più semplicemente sesso. Se invece è solo sesso senza amore, allora cominciano i guai. Questa Lunazione ha due Lune Nere molto distanti fra di loro. La Luna Nera focale, o Media in Astrologia, è in Bilancia e esattamente opposta a Urano in V Casa, la Casa dell’Amore. Questo aspetto invita alla trasgressione, ma porta anche rotture, se il fatto viene tenuto nascosto. La Luna Nera è in XI, vuole pubblicità.

La Luna in Capricorno è fredda e razionale, pensa più alla carriera che alla famiglia e qualche volta sacrifica anche l’Amore. L’uomo con la Luna in Capricorno cerca donne più grandi di lui, anche di parecchio. Tecnicamente si dice che è in Esilio, le qualità del pianeta sono praticamente dimezzate. Ma in una Lunazione senza Elemento Aria la razionalità va a farsi friggere. La Dea Archetipo della Luna in Capricorno è Ecate Trivia. La Dea Anziana, la Dea della Magia, la Dea dei Crocicchi, la Dea Psicopompa, che attraversa i campi di notte seguita dai suoi cani demoniaci. Trivia perché ha dominio sui Tre Regni: Celeste, Terrestre, Infero. Senza l’Elemento Aria e con quel Vulcano nel mezzo, la Dea sta sottoterra, nel Regno dei Defunti. Insieme al Sole in Capricorno, segno femminile su Archetipo maschile. Il mito del Capricorno rappresenta la capra Amaltea, che nutrì e protesse il piccolo Giove in una caverna con l’aiuto di Madre Gea per difenderlo dal padre Saturno che lo voleva divorare. Tuttavia, Saturno è rimasto il Governatore del segno. La luna nuova rappresenta l’unione del maschile con il femminile, l’inizio di un nuovo ciclo. Questo inizio vorrebbe comunicare, dall’interno della Terza Casa dove si trova. Ma non c’è aria. Le emozioni sono amplificate e poi soffocate nella palude dello Scorpione. Le parole non escono. Plutone, Signore degli Inferi e dello Scorpione, precedendo la coppia mistica di pochi gradi nella stessa Casa, praticamente la sigilla nella tomba. Mercurio in Capricorno Retrogrado sull’altro lato della coppia osserva e tace, figlio non nato. Anzi, figli. Perché nella Terza Casa i figli sono due, maschio e femmina. Come i Jedi Skywalker.

Plutone rappresenta l’inconscio, l’occulto, la sessualità generante. Rappresenta anche i soldi e il potere. È un archetipo molto maschile e molto forte, persino in un segno femminile come il Capricorno. La sua sposa Proserpina non ha una corrispondenza in astrologia (ne ha invece la madre Cerere, di cui parlerò dopo). La figura femminile corrispondente è quindi Lilith, la Luna Nera. La donna forte, selvaggia, indomabile. Il luogo del piacere proibito, del desiderio, della mancanza. Un luogo così complesso che in Astrologia viene espresso in due, a volte tre, a volte quattro, punti diversi. Io ne utilizzo due: la Luna Nera Media o secondo fuoco dell’orbita lunare (il primo è la Terra, la Luna girandole intorno forma un’ellisse e non un cerchio) e la Luna Nera Vera o Lilith, Apogeo dell’orbita lunare. A volte i due punti sono vicini, a volte no. A volte cambia addirittura la Casa, o il Segno, o entrambi. In questa lunazione la Casa rimane la stessa, la undicesima, settore delle amicizie e delle associazioni, il segno no. Ho già accennato alla Luna Nera Media parlando di Urano, quello che non ho detto è che la Luna Oscura quadra la Luna Chiara, che è anch’essa oscura perché è nuova. Lo so che sembra complicato, ma seguitemi per un momento. La Luna Chiara rappresenta l’archetipo della Madre, ma non nel Capricorno. Potreste essere tentati di collegarla a madre Terra, ma quella è la Luna nel Toro, dove si dice che è in Esaltazione. Quindi abbiamo un Archetipo Madre in esilio, dominato (governato) dall’Archetipo Padre (Saturno) e congiunto a un Archetipo Sposo anch’esso dominato dall’Archetipo Padre, il cui interesse primo è il sesso (congiunzione con Plutone, governatore dello Scorpione dove si trova l’Ascendente della carta). A questo Plutone basterebbe anche solo parlarne (in Terza Casa), ma come abbiamo detto non c’è Aria… Quindi non gli rimane che agire… Una Luna Nuova così può essere molto carica, molto energetica, ma anche molto pesante. Una Luna Nera dominante tinge tutto di oscurità, se non si è disposti a scendere nel profondo e sacrificare tutto ciò che non serve più… E nel segno della Bilancia, con Urano opposto, ciò che va sacrificato è il rapporto di coppia, se non funziona più… Il mito più affine è quello di Inanna, Regina dei Cieli, che ritroveremo nell’Arcano XVII, la Stella.

La Luna Nera Apogeo, più propriamente detta Lilith, si trova in una posizione molto più delicata. Sempre in XI Casa, ma all’inizio (mentre la Media è alla fine, e quindi la sua influenza è più nascosta, risentendo già degli influssi della XII Casa) si trova nel segno della Vergine e fa più aspetti cosiddetti armonici, ovvero la sua influenza occulta si fa sentire in modo più sottile, e per un certo verso più nefasto, se non viene presa nel modo giusto. Lilith in Vergine ha a che fare con l’alimentazione e con il cibo, in senso lato. In questa Lunazione è Retrograda, e congiunta a Giove pure Retrogrado e al Nodo Lunare Nord, e in trigono al suo Governatore Mercurio, pure Retrogrado come detto sopra. Bastava già il primo fattore per farne un indicatore karmico, così ce ne sono addirittura quattro… Se fosse un Tema di Nascita e non una Carta Evento, sarebbe davvero molto dura, sia per il bambino che per la madre… Lilith Retrograda porta ferite di altre vite, altri spazi tempo, e in generale, ricorrenze storiche. Se fossimo nel Medioevo, o in un paese più povero, porterebbe carestia causata da catastrofi naturali… Le catastrofi ovviamente possiamo averle anche qui e in gran quantità, dato il dissesto idrogeologico in cui versa l’Italia, la carestia fortunatamente ancora no. Giove Retrogrado coinvolge la società, e quindi parla di disorganizzazione. Il Nodo nel mezzo però ci dice che è un passaggio evolutivo necessario. Separare il grano dalla pula. Madre Terra sa quello che fa, e per seminare il nuovo bisogna prima raccogliere il vecchio, e buttare tutto ciò che non serve più. Non è un processo razionale tuttavia, come abbiamo detto in questa Lunazione non c’è nulla di razionale. Perciò non potremo scegliere cosa tenere e cosa buttare. Solo se saremo allineati alla Saggezza Divina sapremo realmente cosa fare. E Chirone in opposizione dai Pesci ci da la sua lezione: ciò che non uccide fortifica.

Parlando di tempo atmosferico, questo mese Lunare sarà molto piovoso, dice il trigono Marte Nettuno in Segni e Case d’Acqua (di Marte ho già detto, Nettuno è in Pesci in IV Casa). Marte è quadrato a Mercurio Retrogrado, e Nettuno è quadrato a Saturno. La prima quadratura è per gradi e non per segno (Terra e Acqua di solito vanno d’accordo) quindi i meteorologi spesso non ci azzeccheranno. Se volete sapere che tempo farà, osservate i gatti. Se si leccano dietro le orecchie, pioverà. Fidatevi, ho avuto un casa un esemplare femmina per ben undici anni, e non ha mai sbagliato una previsione…

Per concludere, nell’energia delle Dee non posso dimenticare i pianetini. Di Giunone sopra l’Ascendente ho già parlato. Aggiungo solo che è il pianetino che rappresenta la donna sposata o convivente ufficialmente, e che in questa carta si trova in posizione dominante. Giunone in Scorpione è gelosa e vendicativa, a torto o a ragione. Quindi occhio, signori uomini, comportatevi bene… Pallade, il pianetino della Carriera legato alla Dea Atena, si trova in Capricorno in Terza Casa in mezzo al caos già citato, a metà strada fra la Luna Nuova e Mercurio Retrogrado. Le donne in carriera saranno confuse e non sapranno bene come gestire le loro attività. Il consiglio è di usare l’intuizione e non la ragione. Il pianetino Cerere, Madre del Grano e Dea della nutrizione, si trova all’inizio della IV Casa (Origini) nel Segno spirituale dell’Acquario. Non di solo pane vive l’uomo. Il pianetino Vesta, la Sposa Sacra, custode del Sacro Fuoco, si infiamma nel caldissimo Ariete e nella Casa dell’Amore. Hathor, Bast, Astarte, Ishtar, Venere, Afrodite. Dee dell’amore e della guerra, o amanti di Dei della guerra. La Sacerdotessa non Vergine. Amore Sacro contrapposto a amore profano. L’Arcano degli Amanti ci invita alla scelta. Il pianetino Psiche, Retrogrado, dal segno dei Gemelli si oppone al suo amante divino Eros, in Capricorno. La giovane ha acceso la luce ed è stata punita. Ma il saggio Chirone, dalla V Casa e nel segno del sacrificio ultimo, i Pesci, ci dice che l’Amore è più forte di tutto. Basta che sia con la maiuscola. E ricordate… Ciò che per il bruco è la fine del mondo, per la farfalla è solo l’inizio. Di una nuova vita.

 

 

 

The Goddess Tarot – parte 4

Nuovo gruppo di Dee con i relativi Arcani. Sito per letture gratuite in inglese: Tarot Goddess.

Arcano XII – Sacrificio: Kwan Yin

Avalokiteśvara (sanscrito, devanagari अवलोकितेश्वर, anche Lokeśvara; cinese 觀音 Guānyīn Wade-Giles Kuan-yin anche 觀世音 Guānshìyīn, Wade-Giles Kuan-shih-yin; giapponese 観音 Kannon, Kwannon, anche 観世音 Kanzeon; coreano 관음 Gwan-eum anche 관세음 Gwan-se-eum; vietnamita Quan Âm (da Quán Thế Âm); tibetano སྤྱན་རས་གཟིགས། (pr.: “Chenrezig Wangchug“); mongolo Nidubarüsheckchi ) è, nel Buddhismo Mahāyāna, il bodhisattva della grande compassione.

Origini
Se è indubbio che la figura del bodhisattva Avalokiteśvara, il bodhisattva della compassione, sia al centro di numerose pratiche religiose, meditative e di studio dell’intera Asia buddhista mahāyāna e non solo, l’origine di questa figura religiosa e del suo stesso nome è tutt’oggi controversa.
La maggioranza degli studiosi ritiene oggi che questa figura origini dalle comunità buddhiste collocate ai confini nordoccidentali dell’India. Precedenti illustri sono rappresentati dalla studiosa Marie-Thérèse de Mallmann che collegò questo bodhisattva buddhista persino alla tradizione religiosa iranica, mentre Giuseppe Tucci lo ritenne una personificazione della qualità compassionevole del Buddha Śākyamuni.
Ma, più semplicemente, secondo Raoul Birnaum nelle tradizioni mahāyāna Avalokiteśvara è:
«uno tra i molti esseri con una storia umana che furono guidati dalla dedizione e dallo sviluppo spirituale alla completa realizzazione come bodhisattva.»

Il nome e gli epiteti nelle varie tradizioni
Sono numerosi i nomi e gli epiteti con cui viene indicato Avalokiteśvara nelle varie lingue asiatiche:
-sanscrito: Avalokiteśvara, da Avalokita (colui che guarda) iśvara (signore): “Signore che guarda”. Reso da Xuánzàng (玄奘, 602-664), il famoso pellegrino e traduttore cinese, come 觀自在 (Guānzìzài, giapp. Kanjizai) ovvero come “Signore che guarda”.
Avalokitasvara è invece una diversa grafia sanscrita già presente in alcuni manoscritti risalenti al V secolo ed è all’origine di un’altra resa in cinese come 觀音 (Guānyīn, giapp. Kannon) ovvero come “Colui che ascolta il suono”.
Lokeśvara, da loka (mondo) e iśvara (signore): “Signore del mondo”.
Padmapāṇi: ” Colui che tiene in mano il loto”.
-cinese: Oltre i termini già riportati di 觀自在 (Guānzìzài) e 觀音 (Guānyīn, questo è oggi il più diffuso) vanno ricordati i termini 觀世音 (Guānshìyīn utilizzato per la prima volta da Saṃghavarman nel 252 e ripreso da Kumārajīva nel 404, vedi più oltre) e 光世音 (Guāngshìyīn, utilizzato da Dharmarakṣa nel III secolo). Da questi termini derivano termini analoghi in lingua giapponese, coreana e vietnamita.
-tibetano: sPyan-ras-gzigs dbang-phyug (pr.: “Chenrezig Wangchug”): “Signore dallo sguardo compassionevole.
-mongolo: Nidubarüĵekči (pr.:Nidubarüsheckchi): “Colui che guarda con gli occhi”.

I sūtra di riferimento
I principali e più antichi sūtra mahāyāna che trattano questa figura sono sostanzialmente tre:
Sukhāvatīvyūhasūtra (Sutra degli ornamenti della terra beata): sūtra dedicato al buddha Amitābha conservato nel Canone buddhista cinese con il titolo di 無量壽經 (Wúliángshòu jīng, giapp. Muryōju kyō) al T.D. 360 (sezione Bǎojībù); e conservato nel Canone tibetano con il titolo di Od-dpag-med-kyi bkod-pa’i mdo nella raccolta bKa’-‘gyur (Kanjur), sezione dKon-br-tegs (n.5).
Amitāyurdhyānasūtra (Sutra sulla contemplazione della vita infinita): sūtra dedicato al buddha Amitābha conservato nel Canone buddhista cinese con il titolo di 觀無量壽經 (Guān wúliángshòu jīng, giapp. Kammuryōju kyō) al T.D. 365 (sezione Bǎojībù); non esiste una sua traduzione in lingua tibetana.
-ma soprattutto, per la sua larghissima diffusione in Asia, il Saddharmapundarīka-sūtra (Sutra del Loto della buona legge): conservato nel Canone buddhista cinese con il titolo di 妙法蓮華經 (Miàofǎ liánhuā jīng, giapp. Myōhō renge kyō) al T.D. 262,263,264 (sezione Fǎhuābù); e conservato nel Canone tibetano con il titolo Dam-pa’i chos padma-dkar-po’i mdo nella raccolta bKa’-‘gyur (Kanjur), sezione mDo-sde.

Il mantra delle sei sillabe
Alla figura di Avalokiteśvara è collegato, in numerose tradizioni mahāyāna quale quella relativa al Buddhismo tibetano, il mantra composto di sei sillabe Oṃ Maṇi Padme Hūṃ avente la funzione di proteggere gli esseri senzienti.

Avalokiteśvara nella tradizione del Canone buddhista cinese
Origine del nome Guānyīn (觀音)
In tutte le lingue, che derivano questo termine dal Canone buddhista cinese, Guānyīn (觀音, primo termine) è un’abbreviazione di Guānshìyīn (觀世音, secondo termine), quindi nel suo significato di:
guān (觀): termine cinese che rende il sanscrito vipaśyanā nel significato meditativo di osservare, ascoltare, comprendere;
shì (世): termine cinese che rende il sanscrito loka quindi la “Terra”, ma originariamente riportava anche il significato di yuga (ciclo cosmico) e quindi rende anche il termine saṃsāra, il ciclo sofferente delle nascite e la “mondanità” che provoca questo ciclo;
yīn (音): termine cinese che rende numerosi termini sanscriti (come ghoṣa, ruta, śabda, svara, udāhāra) che significano suono, voce, melodia, rumore e termini simili. Accanto a shì (世), il doloroso saṃsāra, yīn (音) acquisisce il significato di “suono del doloroso saṃsāra” quindi di lamento, espressione della sofferenza.
Quindi Guānshìyīn (觀世音) : “Colei che ascolta i lamenti del mondo”, il bodhisattva della misericordia.
Guānshìyīn è infatti indicata come 菩薩 (púsà, giapp. bosatsu) quindi nella resa del termine sanscrito di bodhisattva.
Questo nome appare per la prima volta nella traduzione dal sanscrito al cinese del Sukhāvatī-vyūha-sūtra (無量壽經 Wúliángshòu jīng, giapp. Muryōju kyō, T.D. 360.12.265c-279a) operata da Saṃghavarman nel 252.
Deve tuttavia la sua popolarità alla larga diffusione della traduzione del Sutra del Loto, operata da Kumārajīva (344-413) nel 406 con il titolo Miàofǎ Liánhuā Jīng (妙法蓮華經, giapp. Myōhō Renge Kyō, T.D. 262, 9.1c-62b), dove compare sempre come resa del nome sanscrito del bodhisattva Avalokiteśvara.
Il capitolo Guānshìyīn Púsà pǔmén pǐn (觀世音菩薩普門品, T.D. 262.9.56c2, La porta universale del bodhisattva Guānshìyīn) venticinquesimo capitolo del Sutra del Loto spiega così il nome di Guānshìyīn (sanscrito Avalokiteśvara):
«In seguito il bodhisattva Wújìnyì (無盡意, sanscrito Akṣayamati, Mente indistruttibile) si alzò dal suo seggio, scoprì la spalla destra e giungendo le mani rivolto al Buddha disse:
“Per quale ragione, o Beato, il bodhisattva Guānshìyīn è chiamato Guānshìyīn?”
Il Buddha rispose a Wújìnyì:
“Uomo devoto, se l’insieme delle numerose infinite miriadi di esseri che in questo momento stanno soffrendo udisse il nome del bodhisattva Guānshìyīn e invocasse il suo nome sarebbero liberi da ogni sofferenza”»
(Guānshìyīn Púsà pǔmén pǐn (觀世音菩薩普門品, T.D. 262.9.56c2)
L’adozione del nome Guānyīn (觀音) al posto di Guānshìyīn (觀世音) fu imposta dall’imperatore Gāozōng (高宗, conosciuto anche come Lǐzhì, 李治, regno: 649-83) che emise un editto in base alla normativa sui nomi proibiti (避諱 bìhuì) ordinando di omettere il carattere 世 (shì) dal nome della bodhisattva. Tuttavia le altre forme continuarono ad essere comunque utilizzate.
Rappresentazione
Guānshìyīn è la resa in lingua cinese del termine sanscrito Avalokiteśvara, nome del bodhisattva mahāyāna della misericordia.
Nella sua evoluzione di significati, tuttavia, Guānyīn ha acquisito delle peculiarità tradizionali tipiche del popolo cinese e degli altri popoli dell’Estremo Oriente in cui il culto di questo bodhisattva si è diffuso. Se, ad esempio, Avalokiteśvara veniva prevalentemente rappresentato in India nelle sembianze maschili, in Cina esso è stato progressivamente raffigurato come una donna.
Sempre in Estremo Oriente, Guānyīn è rappresentato in trentatré differenti forme seguendo in questo l’elenco presentato nel venticinquesimo capitolo Sutra del Loto.
In una di queste forme, Guānyīn viene raffigurata con una lunga veste bianca (in sanscrito, questa forma viene denominata Pāṇḍaravāsinī-Avalokitêśvara, Avalokitêśvara vestito di bianco, in cinese 白衣觀音 Báiyī Guānyīn), sostenuta da un loto dello stesso colore. Spesso con una collana delle famiglie reali indocinesi.
Nella mano destra può reggere un vaso o una brocca (kalaśa) contenente il nettare dell’immortalità (amṛta cin. 甘露 gānlòu) che rappresenta il nirvāṇa.
In un’altra forma, nella mano sinistra regge un ramo di salice (in quest’ultimo caso viene denominata 楊柳觀音 Yángliǔ Guānyīn) simbolo della sua volontà di ‘piegarsi’ alle richieste degli esseri viventi.
La corona generalmente riporta un’immagine del buddha cosmico Amitābha (阿彌陀 Āmítuó, giapp. Amida) il maestro spirituale di Guānyīn prima che divenisse un bodhisattva oppure ritenendo Guānyīn una emanazione compassionevole e diretta del potere di Amitābha.
A volte Guānyīn è accompagnata dai suoi due discepoli: Lóngnǚ (龍女, sanscrito Nāgakanyā, principessa dei Nāga) e Shàncái (善財, sanscrito Sudhana).
Il bodhisattva dalle mille braccia e dagli undici volti
Una delle forme più diffuse, non solo in Cina, del bodhisattva Avalokiteśvara-Guānyīn è nella sua forma di Sahasrabujia (sanscrito, cin. 千手觀音Qiānshǒu Guānyīn, giapp. Senshu Kannon) ovvero con mille braccia (quattro in evidenza e miriadi di braccia sullo sfondo) le cui mani contengono un occhio. Ci sono diversi sutra che trattano di questa figura tra cui il Nīlakaṇṭha-dhāraṇī (tra le versioni il 千手千眼觀世音菩薩大悲心陀羅尼, Qiānshǒu qiānyǎn guānshìyīn púsà dàbēixīn tuóluóní) per lo più conservati nel Mìjiàobù (T.D. dal 1057 al 1064). Il singnificato di questa rappresentazione (molteplicità degli occhi e delle braccia) inerisce al ruolo di mahākaruṇā (sanscrito, cin. 大悲 dàbēi, Grande compassione) rappresentato da questo bodhisattva pronto a raccogliere le richieste di aiuto di tutti gli esseri.
Questa rappresentazione è accompagnata ad un’altra che vuole Guānyīn con undici volti (sans. Ekādaśa-mukha Avalokiteśvara, cin. 十一面觀音 Shíyī miàn Guānyīn ). Anche in questo caso vi sono molti sutra dedicati come il Avalokitêśvara-ekadaśamukha-dhāraṇī (十一面觀世音神呪經 Shíyīmiàn guānshìyīn shénzhòu jīng, T.D. 1070.20.149-152). Il significato di questa rappresentazione appartiene per lo più al Buddhismo esoterico, ma alcune leggende vogliono che alla vista delle sofferenze degli esseri confinati negli inferni, Guānyīn si spaccò la testa dal dolore in undici parti. Amithāba tramutò questi frammenti in singole teste di cui la decima è demoniaca (per spaventare i demòni) mentre l’undicesima è il volto dello stesso Amithāba di cui Guānyīn è una emanazione. Una interpretazione simbolica meno leggendaria vuole che i dieci volti collocati insieme al volto di Guānyīn indichino i dieci stadi (sans. daśa-bhūmi, cin. 十住 shízhù) del percorso del bodhisattva che si concludono con lo stadio della buddhità (indicato come 灌頂住 guàndǐng zhù).
Storia
Insieme al Buddhismo, il culto di Guānyīn fu introdotto in Cina agli inizi del I secolo d.C., e raggiunse il Giappone attraverso la Corea subito dopo essersi stabilito nel Paese alla metà del VII secolo. Le rappresentazioni del bodhisattva in Cina prima della dinastia Song erano maschili; immagini successive mostravano attributi di entrambi i sessi e ciò in accordo con il venticinquesimo capitolo del Sutra del Loto dove Avalokiteśvara ha il potere di assumere ogni forma o sesso al fine di alleviare le sofferenze degli esseri senzienti:
«Se essi [gli esseri viventi] hanno bisogno di un monaco o di una monaca, di un credente laico o di una credente laica per essere salvati, egli [Guānshìyīn] diviene immediatamente un monaco o una monaca, un credente laico o una credente laica e predica la dottrina.»
(Guānshìyīn Púsà pǔmén pǐn 觀世音菩薩普門品)
e può essere invocato/a per ottenere dei figli:
«Se una donna desidera generare un figlio maschio, dovrebbe tributare rispetto e offerte a Guānshìyīn; potrà così dare alla luce un figlio dotato di meriti, virtù e saggezza. Se invece desidera generare una figlia, darà alla luce una bambina dotata di grazia e avvenenza, una fanciulla che in passato ha piantato radici di virtù ed è amata e rispettata da tutti.»
(Guānshìyīn Púsà pǔmén pǐn 觀世音菩薩普門品)
per questo il bodhisattva è considerato la personificazione di compassione e bontà, un bodhisattva-madre e patrona delle madri e dei marinai.
Le rappresentazioni in Cina divennero tutte femminili intorno al XII secolo.
In età moderna, Guānyīn è spesso rappresentata come una donna bellissima con una veste bianca.

Avalokiteśvara nella tradizione del Canone buddhista tibetano
Il culto di Avalokiteśvara, nel suo aspetto maschile, si diffonde sia in Nepal che in Tibet a partire dal VII secolo.
In Tibet, Avalokiteśvara diventa rapidamente il protettore del paese e il re Songtsen Gampo verrà considerato una sua emanazione. Le storie leggendarie del Mani bka’-‘bum (“Le centomila parole del gioiello”), un’opera “terma” (tib. gTer-ma; opera a carattere esoterico) che racconta le origini del popolo tibetano nato dall’amore fra una demonessa e una scimmia (che altri non è che un’emanazione di Avalokiteśvara), sono in parte all’origine di tanto fervore. In seguito numerosi maestri, in Tibet, verranno considerati sue emanazioni.
Avalokiteśvara è considerato il bodhisattva che agisce per il bene degli esseri senzienti nel periodo compreso tra il parinirvāṇa del Buddha Sakyamuni e l’avvento del Buddha Maitreya.
Fonte: Wikipedia Italia

Arcano XIII – Trasformazione: Ukemochi

Uke Mochi (保食神 Giapponese; Italiano: “Dea che possiede cibo”) è una dea del cibo nella religione shintoista del Giappone.
Quando Uke Mochi invitò Tsukuyomi (dio della luna) ad un banchetto in rappresentanza della sorella Amaterasu (dea del sole), la dea del cibo preparò la festa. Voltandosi verso l’oceano sputò un pesce, voltandosi verso la foresta fece uscire dal suo ano la selvaggina, infine, rivolgendo lo sguardo ad una risaia tossì una ciotola di riso; Tsukuyomi fu totalmente disgustato dal cibo, nonostante le pietanze fossero squisite, quindi uccise Uke-Mochi. Anche il suo corpo dopo che fu uccisa produsse cibo: miglio, riso, fagioli saltarono dal suo corpo. Le sue sopracciglia divennero anche bachi da seta.
La dea è talvolta chiamata anche Ōgetsuhime-no-kami (大宜都比売神).
Uke Mochi è anche la moglie di Inari (dio del riso) in alcune leggende, e in altre è lei stessa Inari.
Fonte: Wikipedia Italia

Inari
Inari (稲荷?), o anche Oinari, è il kami (“divinità”) giapponese della fertilità, del riso, dell’agricoltura, delle volpi, dell’industria e del successo terreno. Inari è rappresentato come maschio, femmina o androgino e alle volte considerato come costituito da un collettivo di tre o cinque kami individuali, ed è una figura popolare sia nelle credenze shintoiste, che in quelle buddiste giapponesi. Le volpi di Inari o kitsune sono di un bianco candido e agiscono come sue messaggere.
Rappresentazione
Inari è stato ritratto sia in forma maschile che femminile. Secondo la studiosa Karen Ann Smyers, le rappresentazioni più popolari sono quella di un uomo anziano che porta del riso, di una giovane dea del cibo e di un bodhisattva androgino. Non esiste un punto di vista teologico ortodosso, il genere sessuale delle sue rappresentazioni varia secondo le credenze personali. A causa della sua stretta associazione con le kitsune, Inari viene a volte ritratto come volpe, comunque sebbene questa credenza sia diffusa sia i sacerdoti shintoisti, che quelli buddisti, la scoraggiano. Inari può apparire anche in forma di serpente o drago e in un racconto della tradizione popolare appare a un uomo malvagio nella forma di un ragno mostruoso per insegnarli una lezione.
Inari viene a volte identificato con altre figure mitologiche. Alcuni studiosi suggeriscono che Inari sia la figura conosciuta nella mitologia giapponese come Uganomitama o l’Ōgetsu-Hime del Kojiki. Altri suggeriscono che Inari coincida con Toyouke. Alcuni ritengono Inari identico a ogni kami del grano.
L’aspetto femminile di Inari viene spesso identificato con Dakiniten, una divinità buddista, che deriva dalla trasformazione della divinità indiana dakini o con Benzaiten delle Sette Divinità della Fortuna. Dakiniten viene rappresentato come un boddhisatva maschile o androgino che cavalca una volpe bianca volante.
Inari viene spesso venerato come un collettivo di tre kami (Inari sanza); a volte nel periodo Kamakura questo numero veniva incrementato a cinque (Inari goza). Comunque l’identificazione di questi kami è variata nel tempo, secondo le registrazioni di Fushimi Inari, il più antico e forse principale santuario dedicato a Inari questi kami hanno incluso Izanagi, Izanami, Ninigi e Wakumusubi, in aggiunta alle divinità del cibo precedentemente menzionate. Presso la Fushimi Inari i cinque kami identificati oggigiorno sono Uganomitama, Sadahiko, Omiyanome, Tanaka e Shi. Comunque alla Takekoma Inari, il secondo più antico santuario di Inari, i tre kami sono Uganomitama, Ukemochi e Wakumusubi.
I principali simboli di Inari sono la volpe e il gioiello che esaudisce i desideri. Altri elementi associati a lui, e a volte alle sue kitsune, includono la falce, un fascio di steli o sacco di riso e una spada.
Fonte: Wikipedia Italia

Dal Sito Tarot Goddess

– XIII Trasformazione – DEA: Ukemochi

Dopo la sua morte, il corpo della Dea del cibo Giapponese Ukemochi si  trasformò per fornire il cibo all’umanità. La sua testa divenne mucche; il grano spuntò dalla sua fronte; piante di riso spuntarono dal ventre della Dea – e così,  la vita fu trasformata dalla morte.

Significato della carta
Trasformazioni. Il bisogno di permettere che qualcosa muoia in modo da poter creare spazio per il nuovo. Un cambiamento che può essere molto doloroso all’inizio, ma è necessario.

Arcano XIV – Equilibrio: Yemana

Nella mitologia yoruba, e nei culti correlati afroamericani come il Candomblé e il Vodun, Yemaja è la madre di tutti gli Orisha. A seconda della tradizione, viene indicata anche come Imanja, Jemanja, Yemalla, Yemana, Yemanja, Yemaya, Yemayah, Yemoja, Ymoja e in altre varianti. È la regina del mare; si invoca per protezione (in particolar modo delle donne incinte), purificazione e aiuto in generale, chiedendone la manifestazione nel suo aspetto più materno; un altro aspetto di Yemaja, quello distruttore, è simboleggiato dal mare in tempesta.

Aspetto, forme e attributi
La tradizione narra che Yemaja sia nata dalla spuma del mare (come Venere); la sua figura si può far corrispondere a quella generale della “Grande Madre”, propria di numerose tradizioni.
Ha insegnato l’amore a tutti gli Orisha, è sposata con Babalú Ayé. Tra le caratteristiche che la contraddistinguono vi sono la passione per la caccia, l’astuzia, l’indomabilità, la collera, la severità, l’allegria. Le sono associati i colori bianco e blu e il sabato; nei sincretismi viene identificata con la Vergine della Regola. I suoi fedeli, prima di pronunciare il suo nome, devono toccare con i polpastrelli la polvere della terra.
Tra i suoi attributi vi sono la luna e il sole, l’ancora, il salvagente, le scialuppe. Veste abitualmente con una lunga veste azzurra con serpentine simboleggianti il mare e la spuma e regge un ventaglio adornato con conchiglie.
Dea madre e patrona delle donne, specialmente di quelle in gravidanza, è patrona anche del fiume Ogun, le cui acque si dice che riescano a curare l’infertilità. I suoi genitori sono Oduduwa e Obatala. Suo figlio Orungan la violentò una volta e ci riprovò una seconda; per impedire questa violenza, Yemaja esplose dal proprio ventre quindici Orisha, inclusi Ogun, Olokun, Shopona e Shango.
Tra gli Umbandisti, Yemaja è la dea dell’Oceano e dea patrona dei sopravvissuti ai naufragi.
Fonte: Wikipedia Italia

Iemanjá
Iemanjá è una divinità orisha, originaria della mitologia Yoruba; appartiene al mare, di cui è la regina, ed è spesso rappresentata come un’entità metà donna e metà pesce dai lunghi capelli bruni e dalle forme sensuali; predilige l’azzurro, il bianco ed il blu.
La sua festa si celebra nei primi giorni di febbraio e protegge anche dai naufragi.
Fonte: Wikipedia Italia

Dal Sito Tarot Goddess

– XIV Equilibrio – DEA: Yemana –

Yemana, la Dea dell’Oceano della Santeria, viene spesso evocata per mandare la pioggia: l’acqua che porta la vita e nutre la terra, come le acque del grembo materno. Ella simbolizza il divino equilibrio fra il cielo e la terra.

Significato della carta
Temperanza. Equilibrio fra lo spirituale e il fisico. Integrazione e moderazione. Unione fra le forze consce e le forze inconsce della vita.

segue

The Goddess Tarot – parte 3

Proseguo con altre Dee e gli Arcani associati. Come sempre vi ricordo il sito in inglese per le letture gratuite: Tarot Goddess. Aggiunto spiegazione Arcano X.

Arcano VII – Movimento: Rhiannon

Nella mitologia gallese Rhiannon è la figlia di Hefeydd Hen, moglie di Pwyll e dopo la sua morte di Manawydan. La sua figura è una reminiscenza della dea celtica dei cavalli Epona.
Il cavallo era uno degli animali totem dei Celti, fedele guida per raggiungere l’Aldilà. Rhiannon è anche considerata la Dea della Terra Sacra, nonché messaggera tra i due mondi: il mondo terreno e il mondo ultraterreno.

Mabinogion
Nel Primo Ramo del Mabinogion Rhiannon appare a Pwyll come una bella donna vestita con un broccato di seta d’oro e a cavallo di uno splendido cavallo bianco. Pwyll manda i suoi migliori cavalleggeri al suo inseguimento, ma non riescono a raggiungerla perché il suo cavallo è un’illusione creata da lei a vantaggio suo e di Pwyll. Dopo tre giorni Pwyll la raggiunge e le chiede di fermarsi. Rhiannon risponde che preferirebbe sposare lui piuttosto che Gwawl, l’uomo a cui è stata promessa. Rhiannon fugge con Pwyll. Dopo un anno Pwyll vince Gwawl con l’aiuto di Rhiannon: con un inganno Gwawl entra dentro il sacco magico che Rhiannon ha dato a Pwyll e per uscirne accetta di scambiare Rhiannon con la libertà.
Pwyll e Rhiannon si sposano. Dopo tre anni nasce un bambino che scompare la notte della sua nascita. Temendo di essere messe a morte e per non essere incolpate, le sei dame di compagnia cui era affidato il bambino spargono il sangue di un cucciolo su Rhiannon mentre dorme e pongono le sue ossa attorno al suo letto. Rhiannon si sveglia e le dame di compagnia affermano che il bambino è stato divorato da lei. I consiglieri di Pwyll puniscono Rhiannon relegandola nella corte di Arberth per sette anni, seduta vicino al palo dei cavalli fuori dall’entrata a raccontare la sua storia ad ogni passante. Inoltre deve portare sulle spalle ogni invitato compiacente a corte.
Il bambino appare davanti alle stalle di Teyrnon, che ha tagliato la zampa ad una misteriosa creatura che veniva a prendere i puledri nati dalla sua cavalla ogni anno. Teyrnon e sua moglie adottano il bambino e lo chiamano Gwri Wallt Euryn (Gwri dai Capelli d’Oro). Il bambino cresce precocemente: dopo sette anni diventa adulto e riceve il puledro nato la notte del suo ritrovamento. Teyrnon capisce di chi è figlio e lo riporta a Pwyll e Rhiannon che lo chiamano Pryderi (“Preoccupazione”).
Nel Terzo Ramo del Mabinogion Pryderi sposa Cigfa e diventa re del Dyfed dopo la morte del padre Pwyll. Allora invita Manawydan a sposare sua madre Rhiannon e a vivere con lui. Dopo poco il Dyfed diventa una terra sterile e tutti i suoi abitanti scompaiono. Solo Pryderi, Cigfa, Rhiannon e Manawydan rimangono vivi. Mentre sono a caccia, Manawydan e Pryderi avvistano un cinghiale bianco e lo inseguono. Pryderi entra dentro un castello misterioso e non fa ritorna. Rhiannon va a cercarlo e lo trova immobilizzato con la mano su una coppa d’oro. Rhiannon tocca la coppa d’oro e rimane incantata. Manawydan e Cigfa non sanno come aiutarli. Il raccolto viene rovinato da un’invasione di topi e Manawydan ne cattura uno. Lo condanna all’impiccagione, ma Llwyd rivela che è sua moglie. Per salvarla, fa riapparire Pryderi e Rhiannon e toglie la maledizione che aveva lanciato per vendicare il suo amico Gwawl.

Etimologia
Il nome Rhiannon sembra derivare dalla radice proto-celtica *rigani, “regina” combinato al suffisso accrescitivo -on. Quindi significherebbe “Grande Regina”. Alcuni studiosi ricostruiscono la forma romano-britannica come *Rigantona e la identificano con una dea collegata alla sovranità e alla terra.
Fonte: Wikipedia Italia

Epona
Epona è una figura della religione celtica passata poi alla religione romana, era la dea dei cavalli e dei muli. La presenza della cornucopia che, in alcuni casi, costituisce un simbolo tipico di questa divinità, pone ancora più in rilievo la sua funzione di protettrice e dispensatrice di doni e fertilità.
È verosimile l’esistenza di una dea pre-romana con le medesime attribuzioni, ma Epona era una divinità di origine gallica e il suo nome è celtico.
Taluni la indicano come incarnazione di un antico culto in onore dei cavalli, comune ai popoli venuti dalle praterie dell’Asia centrale, che si espansero lungo la valle del Danubio in Europa centrale ed occidentale.
Fonte: Wikipedia Italia

Dal Sito Tarot Goddess

– VII Movimento – DEA: Rhiannon

Si crede che la Dea Britannica dei cavalli Rhiannon appaia ai suoi seguaci mentre cavalca un cavallo bianco ultraterreno. In questo modo, Rhiannon simbolizza le incessabili forze del movimento che spingono tutta la vita insieme ad essa.

Significato della carta
Movimento nella prossima fase di vita. Se ti senti impaziente, non preoccuparti – la transizione avverrà dolcemente, come se tu fossi spinto dalle forze gemelle del fato e della fortuna. Avanzamenti di carriera.

Arcano VIII – Giustizia: Atena

Nella mitologia greca Atena (in attico Ἀθηνᾶ, traslitterato in Athēnâ), figlia di Zeus e della sua prima moglie Meti, è la dea della sapienza, delle arti (le abilità tecniche e manuali nei vari aspetti della vita), della tessitura e della strategia militare, ovvero gli aspetti più nobili della guerra (gli aspetti più crudeli e violenti rientrano invece nel dominio di Ares). La sapienza rappresentata da Atena, quindi, comprende le conoscenze tecniche usate nella tessitura, nell’arte di lavorare i metalli, nel campo agricolo, navale, e, più in generale, in tutti i vari tipi di artigianato. In tempo di pace gli uomini la veneravano poiché a lei erano dovute tutte le invenzioni tecnologiche, mentre in tempo di guerra, fra coloro che la invocavano, aiutava solo chi combatteva con l’astuzia (metis), propria di personaggi come Odisseo. L’astuzia e la furbizia erano delle doti che Atena poteva donare ai suoi protetti. In generale Atena era, quindi, una divinità molto amata dal popolo.
I suoi simboli sacri erano la civetta e l’ulivo; lei ha spesso con sé il suo animale sacro e indossa un mantello, realizzato con la pelle della capra Amaltea (un materiale indistruttibile e resistente a qualsiasi colpo), chiamato Egida (per alcuni storici l’Egìda è in realtà uno scudo magico raffigurante la testa della Gorgone Medusa) donatale dal padre Zeus.
Spesso Atena è accompagnata dalla dea della vittoria Nike, che, come appunto nel caso dell’Atena Parthenos, viene raffigurata nella mano della dea. Nella tarda età classica il legame fra Atena e Nike diventò così forte che si fusero nella divinità Atena Nike, spesso raffigurata come un’Atena dallo sguardo più acuto e munita delle ali di Nike, alla quale è dedicato l’omonimo tempio sull’acropoli di Atene.
Atena la troviamo sempre ad aiutare giovani eroi: infatti è una dea guerriera ed armata; nella mitologia greca appare come protettrice di eroi quali Eracle, Giasone ed Odisseo. Immune alle frecce di Eros (personificazione dell’amore), resta, per sua scelta, eterna vergine, e per questo è conosciuta come Athena Parthenos (la Vergine Atena); da questo appellativo deriva il nome del più famoso tempio a lei dedicato, il Partenone sull’acropoli di Atene. Dato il suo ruolo di sacra protettrice della città di Atene, è stata venerata in tutto il mondo greco, ed era considerata protettrice della Grecia. Il suo rapporto con la sua città era davvero speciale, come dimostra chiaramente la somiglianza fra il suo nome e quello di quest’ultima.
Il culto della Dea Atena nell’area Egea risale probabilmente ad epoche preistoriche. Si sono trovate prove del fatto che nell’antichità Atena fosse vista essa stessa come una civetta, o comunque si trattasse di una Dea-uccello o una “dea alata”: nel terzo libro dell’Odissea assume la forma di un’aquila di mare. La sua egida decorata potrebbe rappresentare ciò che rimane delle ali di cui era dotata, dal momento che sulle decorazioni di antichi vasi in quel modo viene ritratta.
La dea equivalente ad Atena nella Religione romana è Minerva, che aveva anch’essa come animale sacro la civetta, talvolta il gufo.

Etimologia ed origini del nome
È possibile che il nome ‘Athena’ sia di origine Lidia. Potrebbe trattarsi di una parola composta, derivata in parte dal tirreno ati, che significa “madre”, ed in parte dal nome della Dea hurrita Hannahannah che spesso è abbreviato in Ana. Sembrerebbe fare la sua comparsa in una singola iscrizione in lingua micenea nelle tavolette in scrittura Lineare B: in un testo facente parte del gruppo delle “Tavolette della stanza del carro” rinvenute a Cnosso, la più antica testimonianza di scrittura lineare B, si trova “A-ta-na-po-ti-ni-ja”, “/Athana potniya/”. Sebbene questa frase venga spesso tradotta come “Padrona Atena”, letteralmente significa “la potnia di At(h)ana”, che probabilmente vuol dire “La dama di Atene”: non è comunque possibile stabilire con certezza se vi sia una connessione con la città di Atene. Si è rinvenuta anche la forma “A-ta-no-dju-wa-ja”, “/Athana diwya/”, la cui parte finale è la scomposizione in sillabe in Lineare B di quella che in greco è conosciuta come Diwia (in miceneo di-u-ja o di-wi-ja), ovvero “divina”- Atena, attributo della Dea della tessitura e delle arti.
Nel suo dialogo Cratilo, Platone fornisce un’etimologia del nome di Atena basata sul punto di vista degli antichi Ateniesi, sostenendo che derivi da “A-theo-noa” (A-θεο-νόα) o “E-theo-noa” (H-θεο-νόα), che significa “la mente di Dio”. Platone ed Erodoto notarono anche che in Egitto, nella città di Sais, si adorava una dea il cui nome in egiziano era Neith e la identificano con Atena.

I nomi e gli appellativi di Atena
– Atena glaukopis (glaucopide)
Da Omero in poi, l’epiteto di Atena più comunemente usato in poesia è ”glaukopis” (γλαυκώπις), che viene solitamente tradotto come con lo sguardo scintillante o dagli occhi lampeggianti. Il termine è una combinazione di glaukos (γλαύκος, che significa “lucente”, “argenteo” e, in epoche più tarde “blu-verdognolo” e “grigio”) e ops (ώψ, “occhio” o talvolta “viso”). È interessante notare che glaux (γλαύξ, civetta) deriva dalla medesima radice, probabilmente per i particolari occhi di cui è dotato l’animale. La figura di quest’uccello capace di vedere di notte è strettamente legata alla Dea della saggezza: a partire fin dalle prime raffigurazioni è dipinta con la civetta appollaiata sulla testa. In epoca arcaica Atena potrebbe essere stata una Dea-uccello simile a Lilith o alla Dea raffigurata con ali ed artigli da civetta sul Rilievo Burney, un rilievo in terracotta mesopotamico degli inizi del secondo millennio a.C.
– Atena Tritogenia
Nell’Iliade (4.514), negli Inni omerici, nella Teogonia di Esiodo e nella Lisistrata di Aristofane viene attribuito ad Atena il singolare epiteto di Tritogeneia. Il significato di questo termine non è chiaro: sembrerebbe voler dire “nata da Tritone”, forse riferendosi al fatto che secondo alcuni antichi miti suo padre è il Dio del mare o, ipotesi ancor più dubbia, che fosse nata nei pressi del lago Tritone che si trova in Africa. Un altro possibile significato è tre volte nata o terza nata, riferendosi a lei come terza figlia di Zeus oppure alludendo al fatto che era nata da Zeus, da Metide e anche da sé stessa; varie leggende la indicano infatti come figlia successiva rispetto ad Artemide e Apollo, al contrario di altre che ne parlano come della primogenita.
Pallade Atena
Un suo appellativo molto frequente è Pallade Atena (Παλλάς Αθηνά). L’epiteto deriva da un’ambigua figura mitologica chiamata Pallade, maschio o femmina che, al di fuori della sua relazione con la dea, è citata soltanto nell’Eneide di Virgilio. Secondo alcune versioni della leggenda Atena uccise Pallade per errore, come ad esempio in una versione pelasgica secondo la quale Pallade era una compagna di giochi della giovane Atena, che la uccise per sbaglio mentre simulavano un combattimento: Atena prese quindi il nome di Pallade in segno di lutto per dimostrare il suo rimorso. Nell’Inno omerico a Ermes, Pallade era invece il padre della Dea della Luna Selene. In altre versioni ancora si trattava di uno dei Giganti che Atena uccise nella Gigantomachia. Le cose però potrebbero essere andate in maniera ancora diversa, ed Atena avrebbe soppiantato una precedente mitica Pallade assorbendola nella sua figura in modo meno “traumatico”, quando questa divenne dapprima Pallas Athenaie, Pallade di Atene (come Hera di Argo era Here Argeie), e infine Pallade Atena, cambiando lentamente ma completamente identità. Per gli Ateniesi, d’altronde, ella era semplicemente La Dea (è thèa), senz’altro un epiteto molto antico.
Altri epiteti
Atena Ergane (industriosa) – Come patrona di artisti ed artigiani ed ideatrice dei lavori femminili come la filatura, tessitura, ecc.
Atena Parthenos (vergine) – Il nome con cui veniva adorata sull’Acropoli, specialmente durante le celebrazioni per lo svolgimento delle Panatenee.
Atena Promachos (prima in battaglia) – Come condottiera di eserciti in battaglia.
Atena Polias – Ovvero “Atena della città”, come protettrice di Atene ma anche di altre città tra le quali Argo, Sparta, Gortyna, Lindos e Larissa. In tutte queste città il tempio di Atena era il più importante dell’acropoli.
Atena Areia – Per il suo ruolo di giudice al processo di Oreste (che viene assolto) per l’assassinio della madre Clitennestra nonché per l’istituzione del tribunale per giudicare il comportamento degli uomini.
Atena Itonia – Detta così da Itono, figlio di Anfizione. Le era dedicato un tempio a Coronea (Beozia) abbellito con statue di Agoracrito. In onore di Atena Itonia si celebravano le Pambeozie.
Atena Atritonia – Dal verbo greco tryo, “logorare”, “distruggere”, più alfa privativo e quindi “l’instancabile” (cfr. per esempio “Ascolta anche me ora, figlia di Zeus, Atritonia […]”)

Atena nell’arte classica
L’iconografia classica di Atena prevede che sia ritratta in piedi mentre indossa l’armatura e l’elmo, tenuto alto sulla fronte; porta con sé una lancia ed uno scudo sul quale è fissata la testa della Gorgone Medusa. Proprio in questa posizione è stata scolpita da Fidia nella sua famosa statua crisoelefantina, alta 11 metri – ora perduta – l’Athena Parthenos che si trovava nel Partenone. Spesso, poggiata sulla sua spalla, si trova la civetta, simbolo di saggezza.
A prescindere dagli attributi tipici, a partire dal V secolo a.C. sembra esserci stata una sostanziale uniformità di vedute tra gli artisti su quale dovesse essere l’aspetto della Dea. Un naso importante con un alto ponte che sembra essere la naturale continuazione della fronte, occhi profondi, labbra piene, una bocca stretta ed appena più larga del naso, il collo allungato ne tratteggiano una bellezza serena ma un po’ distaccata.

La nascita di Atena
Tra gli dei dell’Olimpo Atena viene ritratta come la figlia prediletta di Zeus, nata già adulta ed armata, dalla testa del padre o dal polpaccio secondo altri, dopo che lui ne aveva mangiato la madre Meti. Varie sono le versioni riguardo alla sua nascita; infatti una versione dice che Atena è solo figlia di Zeus. Quella più comune dice che Zeus si coricò con Meti, Dea della prudenza e della saggezza, ma subito dopo ebbe paura delle conseguenze che ne sarebbero derivate: una profezia diceva che i figli di Metide sarebbero stati più potenti del padre, fosse stato anche lo stesso Zeus. Per impedire che questo si verificasse, subito dopo aver giaciuto con lei, Zeus indusse Meti a trasformarsi in una goccia d’acqua oppure, a secondo della tradizione, in una Mosca od in una cicala e la inghiottì, ma era ormai troppo tardi: la Dea aveva infatti già concepito un bambino. Meti cominciò immediatamente a realizzare un elmo e una veste per la figlia che portava in grembo, ed i colpi di martello sferrati mentre costruiva l’elmo provocarono a Zeus un dolore terribile. Così Efesto aprì la testa di Zeus con un’ascia bipenne ed Atena ne balzò fuori già adulta ed armata e Zeus in questo modo uscì, malconcio ma vivo, dalla brutta disavventura.
Alcuni frammenti attribuiti alla storia dal semi-leggendario Sanchuniathon, che si dice essere stata scritta prima della guerra di Troia, suggeriscono che Atena sia invece la figlia di Crono, il re dei Titani, padre di Zeus, Dio del cielo, Poseidone, Dio del mare, e di Ade, Dio degli inferi, fatto a pezzi dalla sua stessa arma per mano dei figli e gettato nel Tartaro (la parte più profonda degli Inferi).

Leggende e racconti relativi ad Atena
Erittonio
Secondo quanto racconta lo Pseudo-Apollodoro, Efesto tentò di fare l’amore con Atena ma non riuscì nell’intento. Il suo seme si sparse al suolo e dalla Terra nacque Erittonio. Atena decise comunque di allevare il bambino come madre adottiva. Una versione alternativa dice che il seme di Efesto cadde sulla gamba della Dea, che se la pulì con uno straccetto di lana che gettò poi a terra: Erittonio sarebbe così nato dalla terra e dalla lana. Un’altra leggenda narra che Efesto avesse voluto sposare Atena ma che la Dea scomparve all’improvviso dal talamo nuziale, cosicché lo sperma di Efesto finì per cadere a terra. Atena affidò poi il bambino, che aveva la parte inferiore del corpo a forma di serpente a tre sorelle – Herse, Pandroso e Aglauro figlie di Cecrope – chiuso dentro a una cesta, avvisandole di non aprirla mai. Agraulo, curiosa, aprì ugualmente la cesta, e la vista dell’aspetto mostruoso di Erittonio fece impazzire le tre sorelle che si uccisero lanciandosi giù dall’Acropoli.
Una versione diversa dice che, mentre Atena era andata a prendere una montagna per usarla per costruire l’Acropoli, due delle sorelle aprirono la cesta: un corvo vide la scena e volò a riferirlo alla Dea che accorse infuriata lasciando cadere la montagna, che ora è il Monte Licabetto. Herse e Pandroso impazzirono per la paura e si uccisero lanciandosi da una scogliera, e neppure il corvo fu risparmiato dall’ira di Atena che, si narra, fece diventare da allora nere le piume di quest’animale.
Erittonio diventò in seguito re di Atene, ed introdusse molti cambiamenti positivi nella cultura ateniese. Durante il suo regno Atena fu frequentemente al suo fianco per proteggerlo.
Achille
Nella guerra di Troia Atena combatte dalla parte dei Greci, nonostante i Troiani custodiscano il Palladio, un simulacro ligneo della Dea a protezione della loro città. L’intervento di Atena, invisibile a tutti tranne che ad Achille, impedisce all’eroe, che viene trattenuto per i capelli dalla Dea, di uccidere Agamennone in un impeto d’ira.
Aglauro
In un’altra versione del mito di Aglauro, narrata nelle Metamorfosi di Ovidio, Ermes si innamora di Herse. Quando le tre sorelle si recano al tempio per fare un’offerta sacrificale in onore di Atena, Ermes si avvicina ad Aglauro e le chiede il suo aiuto per sedurre Herse. Questa in cambio chiede a Ermes dei soldi e il Dio le dà il denaro che avevano sacrificato ad Atena. Atena, per punire l’avidità di Aglauro, ordina all’Invidia di possedere Aglauro: questa obbedisce e Aglauro ne resta pietrificata.
Poseidone
Atena era in competizione con Poseidone per diventare la divinità protettrice della città che, all’epoca in cui si svolge questa leggenda, ancora non aveva un nome. Si accordarono in questo modo: ciascuno dei due avrebbe fatto un dono agli Ateniesi e questi avrebbero scelto quale fosse il migliore, decidendo così la disputa. Poseidone piantò al suolo il suo tridente e dal foro ne scaturì una sorgente. Questa avrebbe dato loro sia nuove opportunità nel commercio che una fonte d’acqua, ma l’acqua era salmastra e non molto buona da bere. Atena invece offrì il primo albero di ulivo adatto ad essere coltivato. Gli Ateniesi scelsero l’ulivo e quindi Atena come patrona della città, perché l’ulivo avrebbe procurato loro legname, olio e cibo. Si pensa che questa leggenda sia sorta nel ricordo di contrasti sorti nel periodo Miceneo fra gli abitanti originari della città e dei nuovi immigrati. Alcuni credono che Atena avesse addirittura condiviso una relazione con Poseidone precedentemente alla contesa per la città.
Una diversa versione della leggenda dice che Poseidone offrì in dono, anziché la sorgente, il primo cavallo, ma gli Ateniesi scelsero comunque il dono di Atena. Si può fra l’altro supporre che uno dei motivi per cui la scelta dei cittadini si orientò in questo senso, fu che Poseidone era considerato una divinità molto difficile da compiacere, che spesso aveva causato distruzioni anche nelle città delle quali era patrono. Atena rappresentava quindi un’alternativa migliore per il suo carattere meno violento.
Aracne
Una donna di nome Aracne un giorno si vantò di essere una tessitrice migliore di Atena, che di quest’arte era la Dea stessa. Atena andò così da lei travestita come una vecchia e consigliò Aracne di pentirsi della sua arroganza (hybris), ma la donna invece la sfidò ad una gara. Atena allora riassunse le sue vere sembianze ed accettò la sfida. La Dea realizzò un arazzo che rappresentava lo scontro fra Poseidone e la città di Atene, mentre Aracne ne fece uno in cui si derideva Zeus e le sue numerose amanti. Finiti gli arazzi la dea defini che era un pareggio, ma il pubblico li presente la derise intimoriti dalla presenza della dea. La ragazza per evitare l’umiliazione si impicco, la dea indegnata da codesto gesto la trasformò in un ragno obbligandola a tessere la sua tela per l’eternità ed a tramandare il suo sapere ai suoi discendenti.
Giudizio di Paride
Eris, Dea della Discordia, gettò una mela d’oro nell’Olimpo con incisa sopra la scritta “alla più bella”. Per evitare contese fra le Dee, Zeus mandò Ermes con Atena, Afrodite ed Era sulla terra dove il giovane pastore Paride dovette fare da giudice su chi fosse la Dea più bella tra loro. Ogni Dea promise un dono a Paride in caso di vittoria: Era di renderlo ricco e potente(donandogli l’Asia minore), Atena di farlo il più saggio degli uomini (o, secondo una versione diversa, di renderlo invincibile in guerra) ed Afrodite di dargli in sposa la donna più bella del mondo. Paride scelse Afrodite, causando così involontariamente la guerra di Troia.
Perseo e Medusa
Atena aiutò Perseo ad uccidere Medusa, e le fu così data, per decorare il suo scudo o la sua egida, la testa della Gorgone, capace di pietrificare chi l’avesse guardata. Era stata tuttavia Atena stessa a rendere Medusa ciò che era. Originariamente Medusa era soltanto la più bella delle tre sorelle Gorgoni. Una notte però Poseidone giacque con lei nel tempio di Atena, e quando la Dea scoprì che il suo tempio era stato così profanato, per punire Medusa ne mutò l’aspetto rendendola mostruosa insieme alle sue sorelle Steno ed Euriale: i loro capelli si trasformarono in serpenti e qualsiasi creatura vivente ne avesse incrociato lo sguardo sarebbe stata mutata in pietra. Atena trasformò anche la parte inferiore del loro corpo in modo tale da renderle impossibilitate ad avere rapporti sessuali.
Eracle
Atena spiegò ad Eracle come scuoiare il leone di Nemea usando i suoi stessi artigli per tagliare la spessa pelle dell’animale. La pelle del leone, da lui successivamente indossata, diventò uno dei tratti caratteristici dell’eroe, insieme con la clava di legno di ulivo che aveva usato durante la lotta.
Tiresia e Cariclo
In una versione del mito, Atena accecò il giovane Tiresia dopo che l’aveva sorpresa mentre faceva il bagno nuda. Sua madre, la ninfa Cariclo, la supplicò di ritirare la sua maledizione, ma Atena non aveva il potere di farlo e decise, come riparazione, di dotarlo del dono della profezia.
Odisseo
L’indole astuta e scaltra di Odisseo lo aiutò a conquistare rapidamente la benevolenza e la protezione di Atena, che però non fu in grado di aiutarlo nel viaggio di ritorno verso Itaca fino a quando giunse sulla costa dell’isola dove Nausicaa stava lavando i suoi panni. Atena entrò nei sogni di Nausicaa per spingerla a soccorrere Odisseo e a rimandarlo quindi a Itaca. Dopo il suo arrivo sull’isola Atena va da Odisseo sotto mentite spoglie e gli dice, mentendo, che sua moglie Penelope si era risposata e che si crede che Odisseo sia morto, ma Odisseo le mente a sua volta, dato che è riuscito a capire con chi ha a che fare nonostante il travestimento. Compiaciuta dalla sua risolutezza e sagacia, Atena rivela la propria natura a Odisseo e gli spiega tutto quello che ha bisogno di sapere per riconquistare il suo regno. Muta le sembianze dell’eroe in quelle di un vecchio in modo che non venga riconosciuto dai Proci e lo aiuta a sconfiggerli, intervenendo a risolvere anche la disputa finale con i loro parenti.

Psicologia
Atena, la guerriera saggia e forte, rappresenta le qualità intellettuali, sia dell’uomo sia della donna (infatti la Dea era la protettrice delle arti femminili). Nella città di Atene erano gli uomini a prendere ogni decisione (anche riguardo alla vita delle proprie mogli o figlie), tuttavia la Dea Atena era considerata la custode del Tribunale, colei a cui spettava l’ultima parola, in caso di parità di voti. Tale prerogativa veniva fatta risalire al mitico giudizio di Oreste, accusato di matricidio. Forse, il carattere della Dea va collegato all’idealizzazione delle donne di Sparta di condizione sociale elevata: dovevano essere atletiche, combattive, forti e sagge. Il culto femminile di Atena è attestato dai numerosi ex voto ritrovati presso i templi; la dea viene anche invocata come protettrice delle nascite e dei bambini, in collegamento con il mito di Erittonio, suo figlio adottivo. Ad Atene, nella processione annuale delle feste Panatenaiche veniva donato alla statua della dea un prezioso peplo tessuto dalle fanciulle della città.
Fonte: Wikipedia Italia

Arcano IX – Contemplazione: Chang O

Ch’ang Ô (in lingua originale 嫦娥 trascritto come Ch’àng’é) è la Dea Cinese della Luna, moglie di Hou Yi.

Leggenda
Ch’ang Ô o Heng He era la moglie di Hou Yi, l’arciere. Egli uccise 9 dei 10 soli che illuminavano il pianeta. L’imperatore gliene fu grato, e gli regalò una pillola (o un frutto) capace di dare l’immortalità. Hou Yi aveva però un lavoro e ben altro a cui pensare, quindi nascose la pillola sotto il letto e decise che l’avrebbe presa dopo aver finito di lavorare. Ch’ang Ô vide la pillola e, attirata dalla fragranza della pillola, ne mangiò un pezzo. Allora iniziò a fluttuare verso il cielo, piangendo e chiedendo aiuto, e il marito dalla terra la vide, ma non poté correre in suo aiuto. Intanto la ragazza era giunta sulla Luna dove aveva costruito un palazzo. Intanto l’altro pezzo di pillola fu mangiato da Hou Yi, che si stabilì sul sole e una volta al mese va a trovare Ch’ang Ô e allora la luna diventa piena.

Altre leggende e miti
Un mito di origine Buddhista
Ch’ang Ò si trasformò in una mendicante e in suo soccorso vennero una scimmia, un coniglio e una volpe. La volpe rubò del cibo e la scimmia raccolse della frutta. Ma il coniglio non le seppe procurare niente, quindi decise di darle la sua carne arrostita e si gettò fra le fiamme. Ma Ch’ang Ô lo salvò dalle fiamme e lo portò con sé sulla Luna.

Altri Nomi
Ch’ang E
Chang O
Heng O
Heng He
Shi Yu
Fonte: Wikipedia Italia

Arcano X – Fortuna: Lakshmi

Nell’induismo, Lakshmi (devanagari लक्ष्मी, IAST Lakṣmī, talvolta traslitterato in Laxmi) è la devi dell’abbondanza, della luce, della saggezza e del destino, ma anche (secondariamente) fortuna, bellezza e fertilità. È comunemente considerata consorte (Shakti) di Viṣṇu, e madre con lui di Kama, deva dell’amore.

Altri nomi
Lakshmi è anche nota come:
– Nārāyaṇi (नारायणि), o sposa di Viṣṇu;
– Shri, usato anche come termine onorifico per le divinità ma che è soprattutto suo attributo;
– Vidya, o conoscenza;
– Dharidranashini, o distruttrice della povertà;
– Dharidradvamshini, o che combatte la povertà.
Inoltre è strettamente associata al loto (Padma in sanscrito), e molti suoi nomi sono legati al fiore, tra cui:
– Padmapriya: amante del loto,
– Padmamaladhara devi: dea con la ghirlanda di loto,
– Padmamukhim: dal volto di loto,
– Padmakshi: dagli occhi belli come un loto,
– Padmahastam: che regge un loto,
– Padmasundari: affascinante come un loto.
Un altro suo nome è Bhargavi, in quanto si sarebbe reincarnata come figlia di Sage Bhrigu.

Origini
Le origini della dea Lakshmi sono descritte nello Shri Sukta (“Inno a Shri”), aggiunto al Rig Veda tra il 1000 e il 500 a.C.
Il saggio Durvasa donò a Indra, re dei deva, una ghirlanda di fiori che non sarebbero mai appassiti; Indra diede la ghirlanda al suo elefante sacro, Airavata. Quando Durvasa vide l’elefante calpestare la ghirlanda maledisse Indra, e desiderò che tutti gli dei perdessero il loro potere, che li aveva resi così altezzosi e irrispettosi.
Naturalmente, grazie alla maledizione, gli asura, da sempre in lotta con i deva, riuscirono a scacciarli dal cielo; gli dei sconfitti si rifugiarono dal Creatore Brahma, che chiese a deva e asura di zangolare l’oceano di latte per ottenerne il nettare dell’immortalità. Gli dei allora chiesero l’aiuto di Viṣṇu, che prese le sembianze della tartaruga Kurma e fornì la base per sostenere il monte Mandara, che fu usato come bastone, mentre il re dei naga, Vasuki, fece da corda.
Tra i tesori divini apparsi dalla zangolatura dell’oceano di latte, ci fu anche Lakshmi, che scelse subito Viṣṇu come compagno in quanto l’unico in grado di controllare la māyā (illusione).
In conseguenza di queste origini, Lakshmi è anche detta figlia del mare, e sorella della luna, anch’essa apparsa dalla zangolatura.

Attributi
Nell’induismo puranico Lakshmi è Madre dell’Universo e Shakti di Viṣṇu, e in quanto tale sono considerate sue incarnazioni le consorti di molti avatar del dio: Sita, moglie di Rama, Rukmini, moglie di Krishna, Alamelu, moglie di Venkateshwara (l’identificazione di Venkateshwara e Alamelu con Viṣṇu e Lakshmi è però abbastanza recente).

Venerazione
Come divinità della ricchezza è venerata da coloro che vogliono guadagnare o mantenere i propri guadagni; si crede che Lakshmi (e quindi la ricchezza) visiti solo case pulite e abitate da gente che lavora, mentre si tiene lontana dalla sporcizia e dai pigri.
La dea Lakshmi è incorrettamente identificata col denaro; questo è certo parzialmente vero, ma è conseguenza del suo attributo principale, la prosperità o abbondanza. È inoltre dea anche della purezza e della santità, oltre che del Brahma-vidya (conoscenza divina); è a lei che ci si rivolge per chiedere felicità in famiglia, amici, matrimonio, bambini, cibo e ricchezza, bellezza e salute.
È una divinità molto venerata, e oltre ad essere oggetto di culto da parte di ogni confessione induista (abbastanza raro per i deva), lo è anche da parte di molti giainisti e buddhisti.
Tra le preghiere a Lakshmi le più famose sono il Lakshmi Stuti (tratta dallo Shri Viṣṇu Purana) e lo Shri Sukta.

Otto tipi di ricchezza
Come dea della ricchezza ha 8 aspetti;
– Adi Lakshmi (आदि लक्ष्मी, Ādi Lakṣmī) — abbondanza di santità;
– Dhanya Lakshmi (धान्य लक्ष्मी, Dhānya Lakṣmī) — abbondanza di cibo;
– Dhairya Lakshmi (धैर्य लक्ष्मी, Dhairya Lakṣmī) — abbondanza di coraggio;
– Gaja Lakshmi (गज लक्ष्मी, Gaja Lakṣmī) — elefanti, simbolo di ricchezza;
– Santana Lakshmi (सन्तान लक्ष्मी , Santāna Lakṣmī) — abbondanza di progenie;
– Vijaya Lakshmi (विजय लक्ष्मी, Vijaya Lakṣmī) — abbondanza di vittorie;
– Vidya Lakshmi (विद्या लक्ष्मी, Vidyā Lakṣmī) — abbondanza di conoscenza;
– Dhana Lakshmi (धन लक्ष्मी, Dhana Lakṣmī) — abbondanza di denaro.

Festività induiste
La principale festa dedicata a Lakshmi è la Diwali, la festa delle luminarie; per tradizione in tutte le case si pongono delle piccole candele alle finestre e si prega Lakshmi di passare a benedirle.
In Uttaranchal, dopo la cerimonia in onore della dea nella notte della Diwali, lo Shankh non viene suonato, perché anch’esso sarebbe nato dall’oceano come la dea, perciò gli si dà un giorno di riposo.
Lakshmi è la patrona della città di Kolhapur, Maharashtra.

Iconografia
Fisicamente, la dea Lakshmi è generalmente rappresentata come una bella donna, con quattro braccia, seduta su un loto, vestita con vesti preziose e gioielli; ha un atteggiamento benevolo, è giovane ed ha un aspetto materno.
Il particolare più evidente dell’iconografia di Lakshmi è la sua costante associazione al fiore di loto; questo perché tale pianta, che nasce dal fango ma fiorisce sulla superficie dell’acqua, senza che il fiore porti traccia alcune del fango, è simbolo di purezza, forza spirituale, perfezione e autorità. Inoltre, la posizione seduta su un loto è un elemento ricorrente dell’iconografia di molte altre divinità induiste e buddhiste, ed indica che l’essere in questione trascende le limitazioni del mondo (il “fango” dell’esistenza) per muoversi liberamente in una sfera di purezza e spiritualità (come il loto sulla superficie dell’acqua).
Il veicolo di Lakshmi è il gufo (ulooka in sanscrito).
Fonte: Wikipedia Italia

Dal Sito Tarot Goddess

– X Fortuna –  DEA: Lakshmi

Dea Indù della fortuna e della prosperità, si crede che Lakshmi sia attratta dai gioielli scintillanti, che sono come le ricchezze che lei dona ai suoi amanti preferiti.

Significato della carta
La generosità dell’universo. Opportunità, occasione, sorte. La capacità di essere aperti all’abbondanza. Sentimenti di espansione. Capricci.

 

Arcano XI – Forza: Oya

Oyá è un dea della mitologia Yoruba (Nigeria) e dei culti afroamericani derivati. È Orisha, semidio che governa il vento, il terremoto, il tornado, il fulmine e i fenomeni naturali intensi ed impetuosi. Incarna diverse potenze.

Attributi e forme
Viene definita “Madre del Caos”, in quanto propiziatrice di cambiamenti e spesso di devastazioni; forse per questa ragione è considerata signora di quel fuoco, che spesso tiene in mano nelle sue rappresentazioni. Inoltre è anche dea “guerriera”, patrona dell’abilità femminile di governare.
Tra le molteplici funzioni di Oyá vi è quella di accompagnatrice dei morti.
È stata la moglie di Ogun, ma successivamente ha sposato Shango, il dio del tuono.
È una dea dotata di un grande potere, e forse per ricordarlo ai suoi devoti, nelle raffigurazioni spesso danza con un’arma in pugno, il machete, che lei utilizza, per scacciare i fantasmi.
Come capita spesso alle divinità diffuse presso vari popoli, anche Oyá è denominata in modo diverso: in Brasile è conosciuta come Yansa ed è considerata una delle più significative divinità nel culto Candomblé; invece, nella Santeria cubana viene chiamata Olla, e ad Haiti Aido-Wedo.
Vive alle porte dei cimiteri ed insieme ad Obatala, Eleggua e Obba è uno dei 4 venti che comanda con i suoi “iruche” (i suoi attributi code di cavallo) e la sua gestualità è uguale a quella dello sposo. Il suo giorno è il venerdì ed il suo numero è il nove, le appartengono tutti i colori tranne il nero. Nella religione europea è santa Barbara, Nostra Signora della Calderia, Giovanna d’Arco e Santa Teresa del Bambin Gesù. Si festeggia il 4 di dicembre ed il 2 di febbraio. Il suo giorno è il sabato. I suoi numeri sono il 9, il 19, il 29, il 39, il 49, il 99 e i multipli di 9.

Oyá in Nigeria
In Africa, nella religione tradizionale Yoruba, le è stato assegnato il ruolo di patrona del fiiume Niger e i suoi nove figli sono i nove affluenti del fiume. Viene invocata affinché trasmetta quella saggezza necessaria per superare situazioni difficili.
In Nigeria, il suo culto è praticato dai devoti nelle loro stesse abitazioni, all’interno delle quali viene allestito un altare, caratterizzato da un vaso coperto circondato da amuleti e vari oggetti magici caricati di valenze simboliche: corone di rame, una spada, perle di vetro colorato, corna di bufalo. Per ingraziarsi la dea, i suoi seguaci le offrono i suoi cibi preferiti, quali melanzane e torte a base di fagioli.

Narrazioni mitologiche
Oyá viene identificata con “Nostra Signora de la Candelaria” (N.S. della conflagrazione) e questo appellattivo è giustificato perché un giorno la dea, di nascosto al marito, bevve una sua pozione magica che le diede il potere di sputare fuoco dalla bocca.
Un’altra leggenda narra che fu proprio Oyá a salvare il giovane Shango dalle ire e dalle cattive intenzioni di Agayu, riuscendo a mettere in fuga quest’ultimo, che aveva sequestrato Shango, grazie al lancio di un fulmine contro la foresta.
Fonte: Wikipedia Italia

segue

The Goddess Tarot – parte 2

Ecco altre Dee del bellissimo mazzo The Goddess Tarot. Nella prima parte ho inserito in calce ad ogni Dea il significato esoterico dell’Arcano preso dal sito.

Ricordo che è possibile fare delle letture gratuite in inglese sul sito ufficiale Tarot Goddess

Arcano III – Fertilità: Estsanatlehi

Estsanatlehi è una divinità della natura, appartenente al culto religioso Apache e Navajo. Il nome della Dea significa: “Donna che si rinnova”, “Donna della conchiglia”. La Dea ha contribuito, secondo la mitologia Navajo, alla creazione del cielo e della terra.

Aspetto, forme e attributi
Nella mitologia dei Navajo, Estsanatlehi rappresenta la “Madre di tutti”, che si rinnova quattro volte l’anno, creando in tal modo le stagioni. In armonia con i cicli della natura e della donna, fiorisce in primavera, va in letargo d’inverno, invecchia con l’arrivo dell’autunno, matura con l’estate.
La divinità trasmise al popolo Navajo le chiavi per aprire le porte della conoscenza e della saggezza, insegnò la pratica del canto e delle celebrazioni, regolamentò i cicli lunari e quelli mestruali.
Insegnò agli antenati, dopo averli creati, quali regole dovessero rispettare per vivere in armonia con la natura.
Durante il cerimoniale, i suoi fedeli le offrono dono e anche cibi, inneggiano i canti specifici, e narrano racconti sacri. Il rito più importante celebrato in suo onore è quello della pubertà.

Narrazioni mitologiche
In base ai racconti mitologici, fu rintracciata dal Primo Uomo e dalla Prima Donna, che l’adottarono e la educarono. Quando si stava avvicinando il periodo della maturazione sessuale, la riportarono nel luogo dove l’avevano trovata e celebrarono, per la prima volta nella storia, il rito della pubertà.

Rituale della pubertà
Il rito dura quattro giorni, durante i quali si alternano racconti, danze, festeggiamenti, riti magici.
Lo sciamano prega e invoca l’assistenza della divinità per rendere feconda la ragazza; se le invocazioni sono efficaci, allora lo spirito della divinità si impossessa della donna che, per il periodo della festa, diventa l’incarnazione della Dea.
Uno dei rituali più significativi consiste nella preparazione di un amuleto magico, che dovrebbe raccogliere tutti i poteri della divinità, e che deve essere custodito dalla ragazza, per poterlo utilizzare in caso di bisogno.
La ragazza che, simbolicamente, consente alla divinità di ricongiungersi con il sole, al termine dei quattro giorni assurge ad un simbolo di pace e di prosperità.

Altri nomi
Asdząą Nádleehé
Etsanatlehi
Adząą Nádlene
Fonte: Wikipedia Italia

Arcano IV – Potere: Freyja

Freyja è una divinità della mitologia norrena, chiamata anche Gefn, Hörn, Mardöll, Sýr, Valfreyja e Vanadís. Dapprima della stirpe dei Vanir, ma dopo la pace che concluse il conflitto fra le due stirpi divine, viene mandata dagli Æsir come ostaggio e diviene una di loro.

Manifestazioni e caratteristiche di Freyja
Freyja ha molte manifestazioni ed è considerata la dea dell’amore, della seduzione, della fertilità, della guerra e delle virtù profetiche. È figlia di Njörðr e di Skaði, sorella di Freyr e moglie di Óðr, a causa del quale soffre le pene d’amore, dato che la lascia per intraprendere lunghi viaggi, costringendola ad infruttuosi inseguimenti, durante i quali si lascia andare a pianti di lacrime d’oro. Assieme al consorte, mette al mondo due splendide fanciulle, dai nomi emblematici: Görsimi e Hnoss, sinonimi di “tesoro”.
Loki la definisce una ninfomane, sempre pronta a saziare le sue voglie con qualunque tipo di partner, dai giganti agli elfi, ed in effetti il suo irrefrenabile desiderio è cantato nelle Mansöngr, letteralmente canzoni per uomini, liriche amorose, ufficialmente vietate, ma diffusissime nelle alcove.
Tra le sue numerose peculiarità, Freyja annovera quella di esperta nelle arti magiche seiðr, con cui poteva realizzare divinazioni e incantesimi a distanza.
Possiede la collana Brísingamen, forgiata dai nani che gliela donarono a patto che giacesse con loro.
Il suo giorno sacro è il venerdì e ne rimane traccia nel termine inglese Friday e in quello tedesco Freitag.
Il suo nome, Freyja in norreno, dal significato di Signora, si trova a volte scritto in altre forme (Freia, Freya). Freyja, nella mitologia norrena, viene a volte confusa con Frigga, dea Æsir moglie di Odino, con la quale condivide la salvaguardia della fertilità e della fecondità e il ruolo di protettrice delle partorienti.

Freyja nella letteratura norrena
Ne parla l’Edda di Snorri che afferma che la Dea ama i canti d’amore e incita gli innamorati ad invocarla; aggiunge anche che Freyja cavalca nei campi di battaglia ed ha diritto alla metà dei caduti che guiderà in battaglia durante il Ragnarök, mentre l’altra metà è del Dio Odino.
Alla fine della guerra fra i Vanir e gli Æsir va a vivere con il fratello fra questi ultimi. Dimora nel palazzo Sessrumnir, che significa “dalle tante sedie”, che si trova in Folkvang, “campo di battaglia”; ne esce ogni giorno viaggiando su un carro scintillante tirato da due gatti (si presume di razza delle foreste norvegesi).
Nell’Edda poetica, Freyja è citata e compare nei poemi Völuspá Grímnismál, Lokasenna, Þrymskviða, Oddrúnargrátr e Hyndluljóð.
Völuspá contiene una stanza nella quale si riferisce a lei come “giovane Óð’s”, essendo Freyja la moglie di Óðr. In questa stanza si narra che Freyja fu una volta promessa ad un innominato costruttore, poi rivelatosi uno jötunn e quindi ucciso da Thor (narrato in dettaglio Gylfaginning, capitolo 42). Nel poema Grímnismál, Odino, travestito da Grímnir, dice al giovane Agnar, che tutti i giorni Freyja distribuisce seggi a metà di coloro che sono uccisi nel suo Fólkvangr, mentre Odino possiede l’altra metà.
Fonte: Wikipedia Italia

Arcano V – Tradizione: Giunone

Giunone è una divinità della mitologia romana, legata al ciclo lunare dei primitivi popoli italici. Era l’antica divinità del matrimonio e del parto, spesso rappresentata nell’atto di allattare, la quale assunse, in seguito, le funzioni di protettrice dello Stato: dagli antichi Romani, infatti, fu gradualmente sovrapposta a Era della mitologia greca, divenendo la moglie di Giove, quindi la più importante divinità femminile. Figlia, come Giove, di Saturno e Opi, corrispondenti nella mitologia greca a Crono e Rea. Giunone era anche la protettrice degli animali, in particolare era a lei sacro il pavone.

Epiteti
Regina.
Moneta. In suo onore erano stati eretti templi, nei quali veniva venerata come Moneta (“colei che ammonisce”, a cui era dedicato il tempio di Giunone Moneta sul Campidoglio), e in questo ruolo si sarebbe distinta salvando i romani durante l’assalto portato dai Galli nel IV secolo a.C.
Lucina. Giunone Lucina proteggeva le nascite e i bambini: in suo onore venivano celebrate le Matronalia e le feste Caprotine il 7 luglio.
Sospita.
Curiti.
Viriplaca.

Nemica di Troia
Si narra che Giunone fosse nemica giurata dei Troiani per tre motivi mitici:
– Il torto subito da Paride perché aveva dato la mela della bellezza a Venere anziché a lei.
– Il rapimento di Ganimede da parte di Giove, che ne fece il suo amante e il coppiere degli dèi.
– La profezia che si racconta nell’Eneide, secondo la quale la sua città prediletta, cioè Cartagine, sarà distrutta dai discendenti di Troia e quindi i Romani.
Fonte: Wikipedia Italia

Arcano VI – Amore: Venere

Venere (in latino Venus, Venĕris) è una delle maggiori dee romane principalmente associata all’amore, alla bellezza e alla fertilità, l’equivalente della dea greca Afrodite. Sono molte le ipotesi sulla nascita della dea. C’è chi sostiene che essa scaturì dal seme di Urano, dio del cielo quando i suoi genitali caddero in mare dalla castrazione subita dal figlio Saturno, per vendicare Gea, sua madre e sposa di Urano. Un’altra ipotesi è che essa sia nata da una conchiglia uscita dal mare. Venere è la consorte di Vulcano. Veniva considerata l’antenata del popolo romano per via del suo leggendario fondatore, Enea, svolgendo un ruolo chiave in molte festività e miti della religione romana.

Amori della dea
In quanto dea, Venere amò numerosi dèi o mortali, dai quali ebbe figli. Dalla sua unione con Anchise sarebbe nato Enea, il padre di Ascanio e il capostipite della futura Roma. Si dice che dagli amori di Venere e Marte nacquero invece Eros (detto anche Cupido), Deimo e Fobo.

Culto
A Roma venivano celebrati i Veneralia in onore di Venere Verticordia, “che apre i cuori”, e del suo compagno, Fortuna Virile (o Fortuna Vergine, una dea, come risulta da studi recenti).
Sempre a Roma fu eretto un tempio, il Tempio di Venere e Roma, dedicato alla dea e alla città.
Venere si distingue per il carattere capriccioso, vanitoso e volitivo.
Esistono diversi racconti della nascita di Afrodite, ma i più noti sono quelli che risalgono a Esiodo e Omero. Secondo il primo, quando il Titano Crono recise i genitali del padre Urano e li gettò in mare, il sangue e il seme in essi contenuti divennero schiuma dalla quale, presso l’isola di Cipro, emerse Afrodite (aphròs in greco significa proprio schiuma). Secondo il secondo, invece, Afrodite sarebbe figlia di Zeus e della ninfa degli oceani Dione.
A causa della sua immensa bellezza, Zeus temeva che Afrodite sarebbe stata causa di disputa tra gli altri dei e la diede quindi in sposa a Efesto, il dio del fuoco, fabbro degli dei, di brutto aspetto, ma caratterizzato da un carattere fermo e costante e sempre dedito al lavoro. Il matrimonio non soddisfò, però, la dea, che intrecciò molte relazioni amorose, sia con umani che con dei. In particolare, è nota la relazione con il dio della guerra Ares. I due furono scoperti da Efesto e, imprigionati in una rete metallica da lui stesso lavorata, furono esposti al ludibrio degli altri dei. L’unico in grado di resistere al fascino di Venere fu Narciso, un giovane di tale bellezza che chiunque lo vedesse, uomo o donna, giovane o vecchio, si innamorava di lui, ma Narciso, orgogliosamente, li respingeva tutti, inclusa la dea dell’amore. Offesa Venere lo condannò a soffrire per un amore non corrisposto. Il ragazzo, mentre era nel bosco, si imbatté in una pozza profonda e si accucciò su di essa per bere. Non appena vide la sua immagine riflessa, si innamorò perdutamente del bel ragazzo che stava fissando, senza rendersi conto che era lui stesso. Solo dopo un po’ si accorse che l’immagine riflessa apparteneva a lui; comprendendo che non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore, si lasciò morire struggendosi inutilmente e si trasformò nel fiore che da lui prende il nome.
Dalle relazioni di Afrodite nacquero diversi figli. Uno dei più famosi è certamente il dio dell’amore Eros (Cupido, nella tradizione romana), di cui non si conosce con sicurezza il padre (Ares? Efesto? Ermes?), probabilmente ignoto anche alla dea, vista la grande promiscuità che la caratterizza. Eros collaborò sempre con la madre, tranne in un caso. Gelosa della bellezza di una donna mortale di nome Psiche, Afrodite chiese al figlio di farla innamorare del più brutto degli umani. Eros dapprima accettò l’incarico ma poi si innamorò egli stesso della donna. Psiche superò tutte le prove richieste da Afrodite e alla fine fu ricompensata da Zeus che benedisse l’unione con Eros.
Un altro figlio della dea è Enea, uno dei protagonisti della guerra di Troia scaturita dalla rivalità fra Era, Atena e Afrodite. Le tre divinità volevano aggiudicarsi la mela destinata da Eris, dea della discordia, alla più bella tra le dee. Zeus, interpellato sulla questione, scelse il principe troiano Paride come giudice. Era cercò di corrompere Paride offrendogli l’Asia Minore, mentre Atena gli offrì fama, saggezza e gloria in battaglia, ma Afrodite promise a Paride la più bella delle donne mortali, ed egli scelse quest’ultima. Questa donna era Elena, figlia di Zeus e Leda e moglie del re di Sparta Menelao. Sotto l’influsso di Afrodite Paride rapì Elena e la condusse a Troia. Menelao, insieme al fratello Agamennone, radunò un imponente esercito e mosse guerra a Troia. L’assedio della città durò molti anni e gli dei si schierarono a fianco dell’una o dell’altra fazione. Successivamente Zeus ordinò agli dei di cessare qualsiasi interferenza nella guerra troiana. Fu l’astuto Odisseo, re di Itaca, ad escogitare lo stratagemma del cavallo per far penetrare soldati greci all’interno delle mura troiane. Fu così che i greci vinsero la guerra ed Enea, insieme a pochi altri superstiti, lasciò per sempre Troia e, approdato sulle coste Italiche, fondò una nuova città, da cui viene generalmente fatta discendere la civiltà romana. I romani adottarono il pantheon greco, modificando i nomi e spesso i caratteri degli dei. Afrodite fu da allora conosciuta con il nome di Venere.

I sette difetti
si possono identificare sette tratti definiti del corpo della dea Venere, qualificati come “difetti” ma dette anche “buchi” o “ali”:
-capelli biondi con colore differente all’attaccatura;
-dito medio della mano più lungo del palmo;
-rughe a circonferenza sul collo;
-il piede alla greca (ovvero col secondo dito più lungo dell’alluce);
-lo strabismo di Venere;
-linee addominali oblique;
-le fossette di Venere (i 2 piccoli incavi simmetrici sul fondoschiena).

Fonte: Wikipedia Italia

Le Tre Grazie.
Le Grazie (in latino Gratiae) sono Dee nella Religione romana (mitologia romana), le quali sono tuttavia solamente una replica latina delle Cariti greche (in greco antico Χάριτες). Questi nomi fanno riferimento alle tre divinità della grazia ed erano, probabilmente sin dall’origine, alle forze legate al culto della natura e della vegetazione. Sono anche le Dee della gioia di vivere infatti sono proprio queste fanciulle divine ad infondere la gioia della Natura nel cuore degli Dèi e dei mortali.

Origini
Queste Dee benefiche sono ritenute figlie di Zeus e di Eurinome e sorelle del dio Fluviale Asopo [Esiodo, Teogonia]; secondo altri la madre sarebbe Era [Nonno di Panopoli, Dionysiaca]. Secondo altri autori, le Dee greche Cariti sono nate dal Dio Sole (Elios) e dall’Oceanina Egle [Pausania]. Altrettanto accettata è la versione che vede come madre delle Grazie proprio la Dea della bellezza e fertilità, sia sessuale (Afrodite è anche la Dea della “vita” sessuale) sia vegetale (non a caso dove camminava spuntavano fiori), Afrodite la quale le avrebbe generate insieme a Dioniso, Dio della vite, e non solo.
Le versioni che riguardano il numero delle Grazie sono ancor più diverse; secondo Esiodo, esse sono tre:
– Aglaia l’Ornamento ovvero lo Splendore
– Eufrosine la Gioia o la Letizia
– Talia la Pienezza ovvero la Prosperità e Portatrice di fiori
Si veneravano solo due Cariti a Sparta: Cleta (l’Invocata) e Faenna (la Lucente) ed ad Atene Auxo (la Crescente) ed Egemone (Colei che procede).

Nell’immaginario poetico, letterario e culturale, sia ellenico-romano che successivamente nei secoli fino ad oggi, sono rappresentate quasi sempre come tre giovani nude, di cui una voltata verso le altre, le quali incarnano la perfezione a cui l’essere umano dovrebbe tendere, nonché, secondo alcuni autori, le tre qualità essenziali della donna in prospettiva classica. Lo studioso Edgar Wind (1900-1971) scrive nel suo libro “Pagan Mysteries in the Renaissance” di come Seneca nel “De beneficiis” spiega come le tre Dee, che il filosofo romano voleva vestite, siano il triplice ritmo della generosità (l’offrire, l’accettare ed il restituire), simboleggiato dall’intreccio delle mani delle Grazie. Infatti già i Romani usavano l’espressione gratias agere ovvero “rendere grazie”. Nel medesimo libro E. Wind dedica un intero capitolo sulla “Nascita di Venere”, dilungandosi nell’analisi della celeberrima “Primavera” di Sandro Botticelli. In questa analisi, Wind dà per certo che Botticelli sia “fiancheggiatore” o accolito del Neoplatonismo, segnatamente di Marsilio Ficino. Nella “Primavera” Botticelli avrebbe reso manifesta la visione neoplatonica dell’unità dell’Amore (Venere-Afrodite) con la triade, anzi “trinità delle Grazie” (Pico della Mirandola). In breve le tre Dee sarebbero le tre forme dell’Amore: Castitas (la Castità, colei a cui è rivolta la freccia di Cupido e la più sobria nella veste nonché disadorna), Voluptas (la Voluttà) e Pulchritudo (la Bellezza).

Fonte: Wikipedia Italia

segue

The Goddess Tarot

Buon anno a tutti! Dovevo scrivere questo articolo nei giorni di Natale, ma per vari motivi non l’avevo ancora fatto. Il 23 dicembre durante la festa del Solstizio d’Inverno ho utilizzato per la lettura un mazzo molto bello, i Tarocchi della Dea, in inglese The Goddess Tarot. Purtroppo la versione italiana è nata senza il manuale di istruzioni, o meglio, ne ha uno piccolo ma molto generico, che potrebbe essere utilizzato per un mazzo classico ma non per questo. Per ovviare in qualche modo ho fatto ricerche in Internet sulle 22 Dee degli Arcani maggiori, e posterò qui il materiale trovato un po’ per volta. Esiste però un sito in inglese dove è possibile fare letture gratuite con questo bellissimo mazzo, quindi se capite la lingua vi invito a sperimentarlo. Link: Sito Tarot Goddess

Il percorso parte dall’Arcano 0 (zero) e arriva fino al XXI (ventuno), ma in realtà non è lineare, bensì circolare, quindi lo Zero diventa 22. Nei mazzi classici la Lama 0 equivale al Matto o Folle, l’Iniziato, che compie un percorso esperienziale fino a diventare l’Illuminato, e quindi il 22. Ma il mio scopo non è illustrarvi il percorso classico, che potete trovare in qualsiasi mazzo o sito di Tarocchi, sebbene prima o poi posterò qualcosa anche qui… Iniziamo quindi il nostro viaggio con una Dea poco conosciuta ma attualmente incarnata.

Arcano 0 – Origini: Tara

Tārā (letteralmente in sanscrito: Stella) o Arya Tārā, nota in tibetano come Dölma (sGrol-ma) o Jetsun Dölma (in cinese come Duo Luo 多羅 o come Du Mu 度母), è un Bodhisattva trascendente femminile del Buddhismo tibetano. Rappresenta l’attività compassionevole (sanscrito: karuna) e la conoscenza dell’intrinseca vacuità di ogni dualismo (prajñāpāramitā).

Gli aspetti di Tārā
Con Tārā in effetti si intendono numerose diverse emanazioni e forme, come diversi aspetti di un bodhisattva trascendente, preso cioè metaforicamente per incarnare una particolare qualità. Tārā stessa potrebbe essere considerata una emanazione di Avalokiteśvara o addirittura la sua variante femminile nel Buddhismo tibetano e nel Buddhismo Mahayana indiano. Infatti Avalokiteśvara stesso nel Buddhismo estremo orientale (in Corea, Cina, Giappone e Vietnam) è rappresentato come una donna (Guanyin) o come un essere sessualmente ambiguo.
Il mantra (“Che domina la mente”) a lei connesso è: Om tare tuttare ture swaha (Svaha è generalmente pronunciato SOHA in tibetano). “Om, Liberatrice, che elimini ogni paura, e che concedi ogni successo, possano le tue benedizioni radicarsi nel nostro cuore”. Esiste anche una serie di 108 lodi a Tārā che possono essere recitate accompagnandosi dal rosario buddhista di appunto 108 grani.

Genesi del culto di Tārā
Introdotta nel culto buddhista mahayanico verso il VI secolo, Tārā era una divinità del pantheon induista associata a Sarasvati, Lakshmi, Parvati, e Shakti. Quindi un’espressione archetipa del principio femminile.
La sua introduzione è posteriore alla diffusione del Sutra della Prajñāpāramitā: naturale quindi che divenisse inizialmente la Madre della Perfezione della Conoscenza (la Prajñāpāramitā stessa), cioè l’applicazione del principio femminile al senso di non-dualità trasmesso dal testo, e che solo in seguito, come Usnisavijaya, sia divenuta madre di tutti i Buddha, ovvero origine della loro illuminazione.
Con l’associare a Tārā del concetto di madre si produsse l’ulteriore associazione con le qualità materne di compassione e pietà. Per i fedeli comuni nell’India del VI secolo fu più facile riuscire a visualizzare come oggetto di culto una madre o una ragazza piene di energia caritatevole e disinteressata, che il suo effettivo ruolo di manifestazione della conoscenza (prajña) dell’intrinseco vuoto che permanea ogni dualismo, ovvero la consapevolezza, sulle prime piuttosto inquietante, che non esiste affatto distinzione tra Saṃsāra e Nirvāṇa.

Il culto di Tārā nel Buddhismo tibetano
Deità della Compassione nel Mahayana e nel Vajrayana assume un ruolo rilevante in Tibet dal VII-VIII secolo. Secondo le Cronache Tibetane, la prima comparsa di Tara in Tibet è dovuta alla principessa Nepalese Tritsun, figlia di Amsurvarman e moglie del re Songtsen Gampo (569-650), che ne porta una statua in legno di sandalo con sé. A quell’epoca, però, Tara non è oggetto di particolare venerazione : solo più tardi, quando i Tibetani considereranno il re Songtsen Gampo come un’emanazione di Avalokitesvara, le sue due mogli principali ( la principessa Nepalese Tritsun e la Cinese Wengcen) verranno ritenute rispettivamente delle emanazioni della Tara Bianca e della Tara Verde, oppure di Tara e Bhrkuti. Di Tara si fa menzione più volte nei Mandala del Manjusrimulakalpa. Nel Mahavairocanasutra figura quale emanazione di Avalokitesvara, mentre diventa la Deità centrale del Tantra a lei dedicato, il Sarvatathagatamatr-Taravisvakarmabhavatantranama ( Tib. De-bzhin gshegs-pa thams-cad-kyi yum sgrol-ma las snat-shogs ‘byung zhes.bya-ba’i rgyud ), ” Il Tantra detto all’origine di tutti i riti di Tara, Madre di tutti i Tathagata “, in cui si trova la celebre Bhagavatyaryataradevya namaskaraikavimsati ( Tib. Sgrol-ma-la phyag-tshal nyi-shu rtsa-gcig-gi bstod-pa ), ” Lode a Tara in ventun’omaggi ” . Sotto la forma di Kurukulla, le è dedicato il Tantra dell’Aryatarakurukulletantra ( Tib. ‘Phags-ma-sgrol-ma Kurukulle’i rtog-pa ). Questi testi e altri sono stati tradotti in Tibetano nell’XI secolo e figurano nel Kanjur. Fra i Commentari, si trova quello di Taranatha, ” Il Rosario d’oro ” ( Tib. gSer-gyi’phren ba ). Gli inni e le lodi a Tara sono numerosi e fra i più celebri si trovano il Muktikamalanama ( Tib. Mu-tig’phreng-ba ) ” Il Rosario di perle “, di Candragomin, l’Astabhayatrana ( Tib. ‘Jigs-pa brgyad-las skyod-pa ), ” La Protezione dalle otto grandi paure “, di Atisa, e gli inni di lode di Nagarjuna, Matrceta, Sarvajnamitra e Suryagupta .

Leggende popolari su Tārā
La nascita di Tārā è usualmente associata ad Avalokiteśvara, il Bodhisattva della compassione. Questi, visualizzati i mondi più bassi in cui il ciclo delle rinascite porta gli esseri, mosso a compassione e deciso di dedicarsi alla salvezza di tutti, versò delle lacrime. Da queste si formò un lago in cui nacque un fiore di loto. Allo sbocciare del fiore al centro si trovava Tārā.
In un’altra leggenda si narra che Tārā, in una sua antichissima manifestazione come Yeshe Dawa (Luna della Consapevolezza Primordiale), dedicasse offerte al Buddha Tonyo Drupa per milioni di anni e da questi l’abbia istruita sul concetto di bodhicitta.
In seguito, avvicinata da dei monaci, si sentì dire che avrebbe dovuto mirare a una rinascita come maschio, per poi raggiunge l’illuminazione. Ella prontamente ribatté che l’essere di sesso femminile era una barriera per raggiungere l’illuminazione solo per gli ottusi che ancora illuminati non erano. Prese quindi la decisione di rinascere come bodhisattva femminile fino a che il Saṃsāra non si fosse svuotato. Dopo decine di milioni di anni di meditazione Yeshe Dawa manifestò la sua illuminazione suprema come Tārā.
Riguardo a questa storia così si espresse il XIV Dalai Lama:
“C’è un vero movimento femminista nel buddhismo che è collegato alla deità Tārā. Perseguendo la sua educazione alla bodhicitta, ovvero la motivazione del bodhisattva, lei pose lo sguardo su quanti si sforzavano di conseguire il pieno risveglio, e si rese conto che erano troppo pochi quanti raggiungevano la buddhità come donne. Così fece un voto: “Io in quanto donna ho sviluppato la bodhicitta. Per tutte le mie vite lungo il percorso faccio il voto di rinascere donna e, nella mia ultima vita quando conseguirò la buddhità, anche allora sarò una donna.” Questo è vero femminismo.”
Fonte: Wikipedia Italia

Dal Sito Goddess Tarot

– 0 Origini – DEA: Tara

I Tibetani credono che la Dea Tara abbia il potere di guarire tutti i dispiaceri e realizzare ogni desiderio. Tara è onorata come la protettrice contro le molte paure che bloccano uomini e donne impedendogli di vivere in felicità e armonia.

Significato della carta
Tempo per una nuova partenza di un grande viaggio. Innocenza che ci permette di essere aperti alle benedizioni. Nuovi inizi. Ottimismo e fiducia.

Arcano I – Magia: Iside

Iside, o Isis o Isi, in lingua egizia Aset (traslitterato 3s.t) ossia sede, è la dea della maternità, della fertilità e della magia nella mitologia egizia, originaria di Behbet el-Hagar nel Delta. Divinità in origine celeste, associata alla regalità per essere stata primariamente la personificazione del trono come dimostra il suo cartiglio che include il geroglifico “trono”, faceva parte dell’Enneade. È chiamata anche Isis, Aset, Is, Iset.

Mito
Figlia di Nut e Geb, sorella di Nefti, Seth ed Osiride, di cui fu anche sposa e dal quale ebbe Horus. Fu colei che grazie alla sua astuzia e alle sue abilità magiche scoprì il nome segreto di Ra. Secondo il mito, raccontato nei Testi delle Piramidi e da Plutarco nel suo Iside ed Osiride, con l’aiuto della sorella Nefti recuperò e assemblò le parti del corpo di Osiride, riportandolo alla vita. Per questo era considerata una divinità associata alla magia ed all’oltretomba. Aiutò a civilizzare il mondo, istituì il matrimonio ed insegnò alle donne le arti domestiche.

Iconografia
Solitamente viene raffigurata come una donna vestita con una lunga tunica, che reca sul capo il simbolo del trono, mentre tiene in mano l’ankh o l’uadj. Più tardi, in associazione con Hathor, è stata raffigurata con le corna bovine, tra le quali è racchiuso il sole. Nell’iconografia, per sincretismo, è rappresentata spesso come un falco o come una donna con ali di uccello e simboleggia il vento. In forma alata è anche dipinta sui sarcofagi nell’atto di prendere l’anima tra le ali per condurla a nuova vita. Frequenti anche le rappresentazioni della dea mentre allatta il figlio Horus. Il suo simbolo è il tiet, chiamato anche nodo isiaco.

Culto
Iside, la cui originaria associazione con Osiride fu sostituita dalla Dinastia tolemaica con quella al dio Serapide, fu una delle divinità più famose di tutto il bacino del Mediterraneo come attestato dal tempio di Deir el-Shelwit del periodo greco-romano, dedicato esclusivamente alla dea mentre un altro si trova a Maharraqa nella bassa Nubia e risalente ad epoca greco-romana.
Dall’epoca tolemaica la venerazione per la dea, simbolo di sposa, madre e protettrice dei naviganti, si diffuse nel mondo ellenistico, fino a Roma. Il suo culto, diventato misterico per i legami della dea con il mondo ultraterreno e nonostante all’inizio fosse ostacolato, dilagò in tutto l’Impero romano. Gli imperatori augustei si opposero sempre all’introduzione del suo culto e nel 19 a.C. Tiberio fece distruggere il tempio di Iside, gettare nel fiume Tevere la sua statua e crocifiggere i suoi sacerdoti, a causa di uno scandalo, come riportato da Giuseppe Flavio nelle Antichità giudaiche. Ciononostante, il culto della divinità femminile si diffuse nei circoli colti della città, in particolare tra le ricche matrone.
Successivamente Iside venne assimilata con molte divinità femminili locali, quali Cibele, Demetra e Cerere, e molti templi furono innalzati in suo onore in Europa, Africa ed Asia. Il più famoso fu quello di Philae, l’ultimo tempio pagano a essere chiuso nel VI secolo per ordine dell’imperatore Giustiniano I.
Durante il suo sviluppo nell’Impero il culto di Iside si contraddistinse per processioni e feste in onore della dea molto festose e ricche.
La dea Iside era venerata anche nell’antica Benevento, dove l’imperatore Domiziano fece erigere un tempio in suo onore. Molti studiosi ricollegano il culto della dea egizia della magia alla leggenda delle Janare, che fa di Benevento la città delle streghe. All’interno del Museo del Sannio, un’intera sala è dedicata alla dea, Signora di Benevento.
Le sacerdotesse della dea vestivano solitamente in bianco e si adornavano di fiori; a Roma, probabilmente a frutto dell’influenza del culto autoctono di Vesta, dedicavano talvolta la loro castità alla dea Iside.
La decadenza nel Mediterraneo del culto di Iside fu per lo più determinata dall’avvento di nuove religioni quali lo stesso Cristianesimo.

Sincretismo con altre figure
Iside era una dea dai molti nomi e fu assimilata con Afrodite e Demetra, la dea della fecondità.
Esistono tratti comuni nell’iconografia relativa a Iside e quella posteriore della Vergine Maria, tanto che alcuni hanno supposto che l’arte paleocristiana si sia ispirata alla raffigurazione classica di Iside per rappresentare la figura di Maria: comune è ad esempio l’atto di tenere entrambe in braccio un infante, che è Gesù nel caso della Madonna mentre è Horus per Iside, o gli appellativi di Madre di Dio, Regina del Cielo, Immacolata concezione, Consolatrice degli afflitti.
Ancora, con il primo vero affermarsi del Cristianesimo nell’Impero romano, sotto imperatori come Costantino I e Teodosio I e con il conseguente rifiuto delle altre religioni a Roma e nei suoi domini, alcuni templi consacrati a Iside furono riadattati e consacrati come basiliche, come la Basilica di S. Stefano a Bologna.
Fonte: Wikipedia Italia

Dal Sito Goddess Tarot

– I Magia – DEA: Iside

La grande Dea Egiziana della fertilità Iside è un potente simbolo della trasformazione alchemica suggerita da questa carta. Ella soltanto era il possessore del nome segreto di Ra, il Dio Egiziano governante, il che le dava poteri magici illimitati.

Significato della carta
Una brama di crescere al di là dei limiti percepiti. La capacità di trasformare la propria vita attraverso la forza dell’originalità e del potere personale. Rinnovata creatività e vigore. Una nuova consapevolezza del proprio potere non appena si entra in contatto con uno scopo superiore.

Arcano II – Saggezza: Sarasvati

Sarasvatī (sanscrito सरस्वती, “colei che scorre”) è la prima delle tre grandi dee dell’induismo, insieme a Lakshmi e Durga, e la consorte (o shakti) di Shri Brahmā, il Creatore.

Origine e contesto nell’induismo
Sarasvatī è venerata sin dall’epoca vedica come dea della conoscenza e delle arti, della letteratura, musica, pittura e poesia, ma anche della verità, del perdono, delle guarigioni e delle nascite; è spesso menzionata nel Rig Veda e nei Purana come divinità fluviale.
Nei Vedānta viene invece citata come energia femminile e aspetto (shakti) di Brahma, in particolare come personificazione della sua conoscenza; come nei testi più antichi, è venerata anche come dea delle arti. I fedeli che seguono l’insegnamento dei Vedānta credono che solo attraverso l’acquisizione della conoscenza è possibile intraprendere il cammino che porta al moksha, liberazione dal Saṃsāra, e quindi solo pregando Sarasvatī di concedere la vera conoscenza è possibile raggiungere l’illuminazione necessaria per il moksha.

Il fiume Sarasvatī
Gli inni del Rig Veda dedicati a Sarasvatī la citano come un possente fiume dalle acque creatrici, purificanti e nutrienti; la teoria più accreditata al riguardo è che questo antico fiume fosse costituito dal vecchio percorso dell’attuale fiume Yamuna, che scorreva per un tratto parallelamente al fiume Indo sul letto dell’attuale fiume Ghaggar-Hakra, per andare a sfociare nel Rann di Kutch, che all’epoca era parte integrante del Mar Arabico.
Lungo il corso del Sarasvatī sarebbero quindi nate e sviluppate le civiltà di Harappa e Saraswati-Sindhu; le più antiche tracce di scrittura note in India sono state proprio trovate nelle rovine delle città che costeggiavano l’antica via fluviale. È stato ipotizzato che proprio il ruolo svolto dal fiume nello sviluppo della lingua scritta abbia ispirato l’associazione della dea come personificazione della conoscenza e delle arti della comunicazione.
Tra il XX e il XVII secolo a.C., il fiume cambiò il suo corso a causa dell’attività sismica sul suo percorso, e lo Yamuna divenne un affluente del Gange, mentre alcuni suoi affluenti confluirono nell’Indo, riducendo notevolmente la portata d’acqua del fiume; seguendo lo spostamento del fiume, gran parte della popolazione che abitava le sue rive si spostò nella valle del Gange. I testi vedici più tardi parlano del fiume che sparisce al Vinasana (letteralmente, “la sparizione”), e confluisce nel Gange come fiume invisibile; secondo alcune interpretazioni la moderna sacralità del Gange gli deriva anche dalla presenza in esso delle acque dell’antico fiume Sarasvatī, donatore di vita.

Epoca Post-Vedica
Come divinità fluviale Sarasvatī è sempre stata associata alla fertilità e alla prosperità, ma anche alla purezza e alla creatività. Nell’epoca post-vedica, avendo perso il suo status di divinità fluviale, il suo nome “colei che scorre” fu applicato al pensiero e alla parola, associandola alle arti letterarie e figurative; divenne Madre Divina e consorte di Brahmā il Creatore, elevando ulteriormente la sua simbologia, come personificazione di creatività e conoscenza, venerata non solo per la conoscenza del mondo, ma anche e soprattutto per quella del divino, chiave di volta del moksha.
Il Sarasvatī Stuti dichiara che la dea è l’unica ad essere venerata da tutti i tre elementi della trimurti, Brahmā, Viṣṇu, e Śiva, così come da tutti i deva, gli asura, i gandharva e i naga.

Raffigurazione
Sarasvatī è spesso rappresentata come una bella donna vestita di bianco, spesso seduta su un loto bianco o sul suo veicolo (vaahan), un cigno; è associata al bianco in quanto colore della purezza della vera conoscenza, ma occasionalmente anche al giallo, colore dei fiori di senape, che fioriscono nel periodo delle sue festività. Non è generalmente adornata da gioielli e preziosi come Lakshmi, ed anzi è spesso in abiti austeri.
Spesso ha quattro braccia che rappresentano la mente, l’intelletto, la coscienza e l’ego, i quattro aspetti della persona coinvolti nell’apprendimento. Le mani in questi casi reggono:
I Veda, che rappresentano l’universale, divina, eterna e vera conoscenza.
Un mālā di perle bianche, che rappresentano il potere della meditazione e della spiritualità.
Un’ampolla di acqua sacra, che rappresenta la forza creatrice e purificatrice.
Una vina, che rappresenta le arti.
Il suo veicolo, un cigno bianco, simboleggia il discernimento tra bene e male e tra l’eterno e l’effimero: si dice che se gli si offre una mistura di acqua e latte egli riesca a bere solo il latte.
È spesso rappresentata accanto a un fiume, in relazione alle sue origini di divinità fluviale ed al suo stesso nome; anche il cigno potrebbe essere collegato alle sue origini.
Talvolta è seduta su un pavone, che rappresenta l’arroganza e la vanità; sedendo su di esso dimostra si essere superiore a queste qualità, e simboleggia il distacco dalle apparenze esteriori.

Festività
La festa principale in onore di Sarasvatī cade durante il Navaratri; in particolare nel Sud dell’India, il Sarasvatī Puja è una cerimonia molto sentita; gli ultimi tre giorni del Navaratri, a partire dal Mahalaya Amavasya (il giorno di luna nuova) sono dedicati alla dea; nel nono giorno di Navaratri (Mahanavami), tutti i libri e gli strumenti musicali sono raccolti vicino alle statue della dea all’alba e venerati con preghiere speciali, e non è permesso studiare né praticare le arti, perché la dea lasci la sua benedizione sui libri e sugli strumenti. Il puja si conclude nel decimo giorno di Navaratri (Vijaya Dashami) e la dea è nuovamente venerata prima che si proceda a portar via libri e strumenti; è tradizione che questo giorno sia speso studiando e praticando le arti, ed esso è noto come Vidya-aarambham (inizio della conoscenza).
Durante il Basant Panchmi, che cade alla fine di gennaio o all’inizio di febbraio, le si rivolgono preghiere e puja, specialmente da parte di artisti, scienziati, dottori e avvocati.
A Pushkar, nel Rajasthan, c’è un tempio a lei dedicato su una montagna più alta di quella del tempio di Brahmā.

Sarasvatī al di fuori dell’induismo
Come già per Tara, anche il culto di Sarasvatī fu assorbito nel pantheon buddhista e in particolare nel Sutra della Luce Dorata, che ha una sezione a lei dedicata; attraverso le prime traduzioni in cinese si diffuse in Cina, dove oggi è per lo più scomparso, e da qui in Giappone dove la dea è tuttora venerata col nome Benzaiten.
Tra gli altri nomi con cui è nota citiamo:
Arya
Bharati: “Colei che irradia conoscenza e saggezza”
Brāhmī o Brāhmani: “Sposa di Brahmā”
Hamsavahini: “Colei che cavalca un cigno (hamsa)”
Shāradā
Shonapunya
Vagishvari: “Dea della parola”
Vānī
Vinidra: “Colei che è sempre sveglia”
La dakini del buddhismo tibetano Yeshey Tsogyel è talvolta considerata manifestazione di Sarasvatī.
Sarasvatī è venerata in Myanmar come Thuyathati, ed è rappresentata come una vergine seduta su uno hintha (hamsa); è molto venerata nel buddhismo burmese, soprattutto prima di prove ed esami.
Fonte: Wikipedia Italia

Dal sito Goddess Tarot

– II Saggezza – DEA: Sarasvati

Sarasvati, la Dea Indù della conoscenza e della cultura, è l’incarnazione della vera saggezza. Seduta sul suo trono di loto, simbolizza la conoscenza spirituale, così come la raffinatezza delle arti.

Significato della carta
Un interesse nella conoscenza spirituale. Un insegnante che condividerà con te quello che stai cercando, o forse sei tu quell’insegnante. Saggezza ottenuta in modo aggraziato.

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