Gli Esseni

Il mistero dei rotoli del Mar Morto

in onda lunedì 14 novembre 2005

Pochi decenni fa la valle delle Cave di Qumran era visitata quasi esclusivamente da pastori e beduini. Un giorno alcuni di loro, dei ragazzi, si misero per scherzo a lanciare delle pietre dentro alcune cavità nella roccia. Ma uno dei sassi colpì qualcosa che non si aspettavano. Non lo sapevano ma stavano per compiere una delle più grandi scoperte archeologiche dell’ultimo secolo… Una scoperta che ha a che fare con l’origine della nostra religione.

Sacra per tre religioni ma da sempre al centro di scontri e conflitti, Gerusalemme è la capitale dell’antico regno di Israele. Sulla spianata delle moschee sorgeva una volta il Tempio di Salomone, mentre sotto la cupola dorata è venerata la Roccia da cui Maometto ascese al cielo. E qui, secondo il Nuovo Testamento, Gesù Cristo morì e risorse. Eventi che portarono alla nascita di una religione e di un modo di pensare che avranno importanza decisiva nei successivi duemila anni di storia. Ma cosa sappiamo storicamente del periodo in cui Gesù visse e sui testi che ci hanno tramandato questi avvenimenti così fondamentali?

Alla V fermata della Via Crucis, Simone il Cireneo aiutò Gesù a portare la croce. Ma cosa sappiamo realmente della storia di quegli anni? Nel 1947, a pochi chilometri da qui, una possibile risposta a questo interrogativo sembrò capitare per puro caso nelle mani di un semplice pastore: parliamo dei Rotoli di Qumran.

I rotoli di Qumran sono pergamene scritte in aramaico, greco ed ebraico. La loro datazione le colloca tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. Con ogni probabilità questi scritti di ambiente giudaico sono la migliore fonte che abbiamo per conoscere la Palestina ai tempi di Gesù.

Mohammed el-Hamed detto “il Lupo”, fu l’autore della sensazionale scoperta che avvenne in una vallata rocciosa e inospitale nei pressi del Mar Morto, in una Terra che allora apparteneva alla Palestina sotto mandato britannico. Il giovane beduino, insieme ad altri amici, giocava a lanciare delle pietre all’interno di alcune grotte. Improvvisamente udì un rumore sordo, come di un vaso rotto. Il giorno dopo Mohammed il Lupo trovò il coraggio di inoltrarsi nella grotta e lì trovò decine di giare, alcune intere, altre spezzate. Contenevano rotoli scritti in lingue antiche, parole che lui non poteva comprendere….

Nel 1948 fu annunciato al mondo l’eccezionale ritrovamento che suscitò immediata curiosità. Nello stesso anno però scoppiò la prima guerra arabo-israeliana. Ma tutto ciò non impedì ai ricercatori di accorrere a Qumran. In tutto furono scoperte 11 grotte, l’ultima nel 1956. I frammenti rinvenuti furono circa quindicimila appartenenti a 800-850 manoscritti. Le autorità giordane che avevano appena guadagnato il controllo del territorio, costituirono un team di studiosi di varia nazionalità che monopolizzò lo studio dei Rotoli. Durante tutti gli anni ’50 le migliaia di frammenti vennero ricongiunti, identificati e infine tradotti. Ma fino agli inizi degli anni novanta solo il 20% dei testi di Qumran era stato reso pubblico. Poi, nel 1967, Qumran e le terre circostanti cambiarono nuovamente di mano. Il controllo della Cisgiordania passò ad Israele e con esso anche l’intera collezione dei rotoli. Scoppiarono diverse incomprensioni tra le autorità israeliane e alcuni membri del comitato di ricerca, la cui direzione venne interamente sostituita. I pur numerosi conflitti di queste terre non potevano bastare però a spiegare decenni di ritardo. Il primo a muoversi fu lo studioso americano Robert Eisenman che nel 1992 pubblicò un’analisi degli ancora inediti scritti di Qumran che suscitò aspre polemiche. I giornalisti Baigent e Leight accusarono invece apertamente il Vaticano di voler insabbiare scottanti verità.

Nel Codice da Vinci di Dan Brown, Sir Leigh Teabing, uno dei protagonisti del romanzo, esperto di Graal e miti antichi, espone la sua personale e singolare interpretazione sui rotoli di Qumran: fortunatamente per gli storici, alcuni dei Vangeli che la chiesa cercò di cancellare riuscirono a sopravvivere come i rotoli del Mar Morto che furono trovati in una caverna nei pressi di Qumran.

Teabing accenna dunque a connessioni tra gli autori dei rotoli e i primi cristiani. Addirittura interi Vangeli apocrifi con diverse interpretazioni della figura di Cristo.

Ma cosa c’è di vero in tutto ciò?Oggi, finalmente, la quasi totalità dei frammenti sono stati pubblicati o sono comunque visitabili dagli studiosi. Cosa dicono dunque i manoscritti dei rotoli?

Secondo la catalogazione ufficiale i rotoli si possono suddividere in tre grandi categorie. Prima Categoria, testi biblici: a Qumran erano presenti almeno 100 copie della Bibbia. Sono stati rinvenuti quasi tutti i libri del Vecchio Testamento, manca solo quello di Esther. Seconda Categoria, testi apocrifi: versioni del Vecchio Testamento non incluse nella Bibbia attuale. Terza Categoria, testi comunitari: le regole e i riti di una comunità, commenti alla bibbia ma anche inquietanti Testi Apocalittici. Testi che annuncerebbero la Fine del Mondo.

Gli uomini che abitavano quelle valli erano uomini colti, che amavano scrivere di molti argomenti e che consideravano i loro testi così preziosi da conservarli e nasconderli. Ma chi erano questi uomini? Un aiuto ci può venire dalla terza categoria. Si tratta indubbiamente di testi ispirati alla cosiddetta apocalittica ebraica.

L’attenzione degli archeologi si concentrò tra le rovine di Qumran. Fino al 1948 erano sempre state identificate con una fortezza romana. Ma la scoperta dei rotoli cambiò tutto. Per il francese Roland de Vaux, un padre dominicano e primo direttore del comitato scientifico per lo studio dei manoscritti, le strutture di questo villaggio erano indubbiamente di tipo comunitario: una conferma quindi della pista essena. De Vaux riconosceva infatti nella planimetria di queste mura le vasche per le abluzioni purificatrici a cui gli esseni si sottoponevano e le stanze per le riunioni di gruppo. Infine lo storico romano Plinio, nei suoi scritti, parlò proprio di una piccola città di Esseni che avrebbero abitato proprio il deserto vicino al Mar Morto.

Ma perché nascondere i rotoli? Nell’anno 66 d.C., gli ebrei zeloti si ribellarono a Roma. Forse i profeti Esseni videro in questa insurrezione il presagio dell’imminente apocalisse, l’avvento del Messia che avrebbe punito i malvagi Romani e salvato i giusti. Ma le cose non andarono così: Roma mobilitò addirittura cinque legioni contro i ribelli e veramente solo un miracolo avrebbe potuti salvare i ribelli. L’intervento divino non si manifestò e nel 70 d.C. i romani riconquistarono Gerusalemme e rasero definitivamente al suolo il sacro tempio di Erode. E’ probabile quindi che gli esseni abbiano voluto nascondere i loro testi per salvarli dall’arrivo delle legioni romane.

Il tempio di Salomone avrebbe custodito leggendarie ricchezze. E uno dei ritrovamenti più curiosi è proprio una sorta di mappa del tesoro che indicherebbe il luogo dove sono nascoste le reliquie. Il documento 3Q15, dei rotoli, a differenza degli altri, è scritto su rame. Un accorgimento particolare, forse pensato per conservare informazioni vitali? Nelle grotte di Qumran giunse 40 anni più tardi rispetto agli altri e su di esso sono indicati i nomi di 64 siti in cui sarebbero nascosti altrettanti tesori. Il punto è che molti dei nomi indicati sulla mappa si sono persi nel tempo e ora nessuno è più in grado di orientarsi sulla mappa. Esiste però un’eccezione: il rotolo di rame nomina il mausoleo di Av Solom che si trova qui alle pendici del monte degli ulivi: “otto talenti di argento possono essere trovati scavando sotto il lato occidentale del Mausoleo di Av Solom. Diciasette talenti sono nascosti sotto il bacino d’acqua alla base dei bagni. Oro e cesti di offerte sono in questa vasca ai suoi quattro angoli”. Proprio nel lato occidentale del mausoleo hanno scavato in molti, senza trovare nulla. Le cose sono due: o uno scherzo vecchio migliaia di anni oppure non si è scavato abbastanza.

I testi di Qumran rivelano o no un legame con le origini del cristianesimo? Per rispondere a questa domando siamo giunti al Museo israeliano di Gerusalemme. Qui sono esposti i rotoli. Il primi due sono in ebraico e sono stati scritti poco prima dell’anno zero. Ecco cosa dice il primo: "Egli sarà chiamato il figlio di Dio; essi lo chiameranno figlio dell’altissimo. … Il suo regno sarà un regno eterno ed egli sarà giusto in tutte le sue vie. …". Queste parole fanno certamente un certo effetto se le si confronta con l’annunciazione dell’angelo a Maria nel Vangelo di Luca: "Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine. Frasi come questa fanno pensare ad uno stretto legame tra gli autori dei rotoli e i primi cristiani. E’ possibile che i primi abbiano anticipato alcuni concetti del cristianesimo?

Veniamo ora al cuore di questo museo, il libro di Isaia: il profeta Isaia [testo mancante] un rampollo uscirà dal tronco di Jesse [testo mancante] il rampollo di Davide. Essi entreranno in giudizio con il [testo mancante] ed il Principe della Comunità lo metterà a morte. In questo frammento si parla evidentemente dell’avvento di un messia – il principe della Comunità – che mette a morte i suoi nemici, cioè i malvagi. Concetto perfettamente in linea con la tradizione apocalittica ebraica. Ma Eisenman ne fornì una traduzione diversa. E’ tutto uguale tranne l’ultima frase: Ed essi metteranno il Principe della Comunità a morte. In questa versione sono i malvagi a mettere a morte il messia. Se la traduzione fosse corretta, si tratterebbe di una clamorosa anticipazione del martirio di Gesù. Se Einsenman avesse ragione ciò potrebbe quindi significare che quanto scritto nel Nuovo Testamento è una copia di quanto già si tramandava da tempo nei circoli esseni.

Bisogna rivedere la Storia del Cristianesimo? Quale delle due interpretazioni è più esatta?

Da un punto di vista linguistico entrambe le traduzioni sono possibili. Ma c’è da aggiungere una cosa. Il frammento in questione sembra proprio il passo del libro di Isaia in cui si parla del Messia che metterà a morte i malvagi. E’ più facile pensare a una riproposizione del Vecchio Testamento che ad un’anticipazione profetica del Nuovo Testamento.

Infine l’ultimo frammento: quest’ultimo sembra sia stato scritto nei primi anni dell’era cristiana. Sicuramente non dopo il 70 d.C. Vi ricordate le tesi proposta dal Codice da Vinci riguardo alla presenza di vangeli apocrifi tra i rotoli? Per ora abbiamo visto che i testi di Qmran erano tutti di ambiente ebraico. Di testi cristiani neanche l’ombra. Ma c’è una possibile eccezione… Nel 1972 il papirologo gesuita Jose O’ Callaghan annunciò di aver trovato tra i frammenti la citazione di un passo del Vangelo. Non un testo apocrifo ma un brano ufficiale del vangelo di Marco. Questo frammento è il numero 7Q5: “…non avevano capito riguardo ai pani, ma era il loro cuore accecato. Ed avendo attraversato, giunsero a Genezaret ed approdarono”. In realtà la condizione estremamente frammentaria di questo pezzo di papiro rende impossibile darne una traduzione univoca e sicura. Il frammento contiene circa 20 lettere di cui solo 11 sono sicure. Se anche fosse veramente il Vangelo di Marco il frammento è stato trovato nella settima grotta di Qumran: una grotta particolare che conteneva solo 19 frammenti, scritti in greco, e che secondo diversi studiosi potrebbero essere gli unici rotoli nascosti in epoche successive alla distruzione del Tempio, nel 70 d.C.

Quasi tutti i frammenti sono oggi stati pubblicati. Proviamo a fare il punto della situazione. I rotoli furono nascosti dalle persone che abitavano a Qumran.
E’ molto probabile che gli abitanti di Qumran fossero i cosiddetti esseni.
I rotoli non contengono quasi sicuramente materiale cristiano, tanto meno fantomatici vangeli apocrifi. Rimane un’ultima domanda: Gesù era un esseno?

Proprio sul Mar Morto, forse, Giovanni Battista praticava i suoi primi battesimi. Alcuni riti – come appunto le abluzioni – venivano praticati dagli esseni e sono stati ripresi dai primi Cristiani ma tutto ciò non basta di certo a sostenere che l’avvento di Gesù potesse essere stato profetizzato da questa setta antica e misteriosa. In questa storia, scritta su pergamene vecchie di duemila anni, l’unica cosa importante sono le parole. Parole che raccontano le radici della nostra civiltà e della nostra religione. Tutto il resto – le fantasie dei romanzieri, le illazioni di chi vuole vedere misteri ovunque – sono solo polvere. Polvere portata via dal Vento della Storia…

I Regali di Natale

Natale è passato… e i regali di KiKi si sono aperti… sono belli vero? (Sotto com’erano chiusi)
 
        

  

A seguire i regali dell’anno scorso (da un altro Forum). Quelli di Stella di Mare invece sono insieme all’albero.

Buone Feste a tutti e Benedizioni Luminose dalla vostra Fata della Luna 

Il Solstizio d’Inverno

Yule – Solstizio d’inverno

 

Mentre l’anno volge al termine, le notti si allungano e le ore di luce sono sempre più brevi, fino al giorno del Solstizio invernale, il 21 dicembre.

II respiro della natura è sospeso, nell’attesa di una trasformazione, e il tempo stesso pare fermarsi. E’ uno dei momenti di passaggio dell’anno, forse il piö drammatico e paradossale: l’oscuritá regna sovrana, ma nel momento del suo trionfo cede alla luce che, lentamente, inizia a prevalere sulle brume invernali.

Dopo il Solstizio, la notte piö lunga dell’anno, le giornate ricominciano poco alla volta ad allungarsi.
Come tutti i momenti di passaggio, Yule è un periodo carico di valenze simboliche e magiche, dominato da miti e simboli provenienti da un passato lontanissimo.

Il Natale e’ la versione cristiana della rinascita del sole, fissato secondo la tradizione al 25 dicembre dal papa Giulio I (337-352) per il duplice scopo di celebrare Gesù Cristo come “Sole di giustizia” e creare una celebrazione alternativa alla più popolare festa pagana.

Sin dai tempi antichi dalla Siberia alle Isole Britanniche, passando per l’Europa Centrale e il Mediterraneo, era tutto un fiorire di riti e cosmogonie che celebravano le nozze fatali della notte più lunga col giorno più breve.

Due temi principali si intrecciavano e si sovrapponevano, come i temi musicali di una grande sinfonia. Uno era la morte del Vecchio Sole e la nascita del Sole Bambino, l’altra era il tema vegetale che narrava la sconfitta del Dio Agrifoglio, Re dell’Anno Calante, ad opera del Dio Quercia, Re dell’Anno Crescente.

Un terzo tema, forse meno antico e nato con le prime civiltà agrarie, celebrava sullo sfondo la nascita-germinazione di un Dio del Grano…

Se il sole è un dio, il diminuire del suo calore e della sua luce è visto come segno di vecchiaia e declino. Occorre cacciare l’oscurità prima che il sole scompaia per sempre.

Le genti dell’antichità , che si consideravano parte del grande cerchio della vita, ritenevano che ogni loro azione, anche la più piccola, potesse influenzare i grandi cicli del cosmo. Così si celebravano riti per assicurare la rigenerazione del sole e si accendevano falò per sostenerne la forza e per incoraggiarne, tramite la cosiddetta “magia simpatica” la rinascita e la ripresa della sua marcia trionfale.

Presso i celti era in uso un rito in cui le donne attendevano, immerse nell’oscurità, l’arrivo della luce-candela portata dagli uomini con cui veniva acceso il fuoco, per poi festeggiare tutti insieme la luce intorno al fuoco.

Yule, o Farlas, è insieme festa di morte, trasformazione e rinascita. Il Re Oscuro, il Vecchio Sole, muore e si trasforma nel Sole Bambino che rinasce dall’utero della Dea: all’alba la Grande Madre Terra dà alla luce il Sole Dio.
La Dea è la vita dentro la morte, perché anche se ora è regina del gelo e dell’oscurità, mette al mondo il Figlio della Promessa, il Sole suo amante, che la rifeconderà riportando calore e luce al suo regno. Anche se i più freddi giorni dell’inverno ancora devono venire, sappiamo che con la rinascita del sole la primavera ritorna.

La pianta sacra del Solstizio d’Inverno è il vischio, pianta simbolo della vita in quanto le sue bacche bianche e traslucide somigliano allo sperma maschile. Il vischio, pianta sacra ai druidi, era considerata una pianta discesa dal cielo, figlia del fulmine, e quindi emanazione divina. Equiparato alla vita attraverso la sua somiglianza allo sperma, ed unito alla quercia, il sacro albero dell’eternitá, questa pianta partecipa sia del simbolismo
dell’eternità che di quello dell’istante, simbolo di rigenerazione ma anche di immortalità. Ancora oggi baciarsi sotto il vischio è un gesto propiziatorio di fortuna e la prima persona ad entrare in casa dopo Farlas deve portare con sé un ramo di vischio. Queste usanze solstiziali sono state trasferite al gennaio, il Capodanno dell’attuale calendario civile.

Celebrare Farlas o Yule

La natura in questo tempo si riposa per prepararsi a vivere un nuovo ciclo e anche per noi sarebbe fisicamente opportuna una pausa, approfittando magari delle vacanze natalizie per dedicarci alla lettura, alla meditazione, a esercizi di rilassamento.

Una cosa piacevole sarebbe l’idromassaggio, una pratica rilassante e al tempo stesso simboleggiante le acque uterine da cui vogliamo rinascere per l’anno a venire. Purtroppo tutto congiura contro un salutare riposo solstiziale. Infatti questo periodo dell’anno, per l’accumularsi di celebrazioni, feste e acquisti di regali può portare a stress e ansia. La forzata allegria, la routine quotidiana, il consumismo esasperato, sono tutti elementi che possono condurre a sentimenti di depressione e isolamento. Sarà la minor quantità di luce solare, sarà l’essere costretti a mostrare un aspetto felice, ma questo è uno dei periodi dell’anno con il più alto picco di suicidi…
Tuttavia, se ricordiamo che questo tempo è quello in cui siamo più lontani dal sole e contemporaneamente anche consapevoli della sua rinascita, possiamo provare a trattenere questa piccola luce in noi.
Il Solstizio può essere per noi un momento molto calmo e importante, in cui nella silenziosa e oscura profondità del nostro essere, noi contattiamo la scintilla del nuovo sole. Questa è anche una opportunità per gioire e abbandonarci a sentimenti di ottimismo e di speranza: come il sole risorge, anche noi possiamo uscire dalle tenebre invernali rigenerati.
Ci sono tanti modi per celebrare a livello spirituale questa festa: possiamo decorare la nostra casa con le piante di Farlas oppure fare un albero solstiziale. Non un solito albero natalizio, bensì un albero decorato con tante piccole raffigurazioni del sole.

O ancora possiamo alzarci all’alba e salutare il nuovo sole. Si possono accendere candele o luci per rappresentare la nascita delle nostre speranze per il nuovo anno.

Possiamo anche compiere una celebrazione più rituale, con l’accensione del ciocco. Anche se non abbiamo un caminetto in casa possiamo accenderlo nel nostro giardino, o in un prato insieme ai nostri amici. Si prende un grosso pezzo di legno di quercia e lo si orna con rametti di varie piante: il tasso (a indicare la morte dell’anno calante), l’agrifoglio (l’anno calante stesso), l’edera (la pianta del dio solstiziale) e la betulla (l’albero delle nascite e dei nuovi inizi). Si legano i rametti al ciocco usando un nastro rosso. Se abbiamo celebrato questo rito anche l’anno precedente e abbiamo un pezzo non combusto del vecchio ciocco, accenderemo il fuoco con questo, Si dice: “Come il vecchio ciocco è consumato, così lo sia anche l’anno vecchio”. Quando il ciocco prende fuoco si dice: “Come il nuovo ciocco è acceso, coso inizi il nuovo anno”. Una volta che il fuoco è acceso osserviamo le sue fiamme e meditiamo sulla rinascita della luce e sulla nostra rinascita interiore.

Accogliamo le nostre speranze, i nostri sogni per il futuro e salutiamo questa luce dicendo: “Benvenuta, luce del nuovo sole!”.

Brindiamo con vin brulè e consumiamo dolci, lasciando una parte del nostro festino per la Madre Terra. Più tardi le ceneri del ciocco potranno essere sparse nel nostro giardino o nei vasi delle piante che teniamo in casa per propiziare la salute e la fertilità della vegetazione.

Un altro modo per celebrare Farlas è quello del ramo dei desideri, un rituale della tradizione celtica bretone. Nove giorni prima del Solstizio occorre procurarsi un ramo secco di buone dimensioni, pitturarlo con vernice dorata e appenderlo nell’anticamera della propria abitazione, con un pennarello e alcune strisce di carta rossa da tenere lì vicino. Chiunque entri in casa se vuole, potrà scrivere un proprio desiderio su una striscia di carta, che verrà ripiegata per garantire la segretezza del desiderio e legata al ramo con un nastrino colorato. Quando nove giorni dopo si accende il fuoco del Solstizio (nel caminetto di casa o in un falò nel giardino o nel campo) il ramo viene sistemato sulla legna da ardere e i desideri che sono appesi ad esso bruciando saliranno col fumo sempre più in alto, finché verranno accolti da entità celesti e chissà, forse esauditi. Per quanto riguarda il cibo, gli alimenti tradizionali sono le noci, la frutta come mele e pere, i dolci con il cumino dei prati, bagnati col sidro. Le bevande adatte sono il Wassil, il Lambswool, il té di ibisco o di zenzero.

Olio per Yule

5mL di olio di pino
5mL di olio di cannella
5mL di olio di oliva
1 cucchiaio di radice di zenzero rotta a piccoli pezzi
3 cucchiai di sale marino
Usatelo per ungere le candele (la cannella irrita la pelle!)

Il vischio

 

Era molto importante per i Gallo-Celti. Le consuetudini sull’uso del vischio come elemento apportatore di buona sorte derivano in effetti in buona parte dalle antiche tradizioni celtiche, costumi di una popolazione che considerava questa pianta come magica (perché, pur senza radici, riusciva a vivere su un’altra specie) e sacra. Lo poteva raccogliere infatti solo il sommo sacerdote, con l’aiuto di un falcetto d’oro. Gli altri sacerdoti, coperti da candide vesti, lo deponevano (dopo averlo recuperato al volo su una pezza di lino immacolato) in una catinella (pure d’oro) riempita d’acqua e lo mostravano al popolo per la venerazione di rito. E per guarire (per i Celti il vischio era “colui che guarisce tutto; il simbolo della vita che trionfa sul torpore invernale) distribuivano l’acqua che lo aveva bagnato ai malati o a chi, comunque, dalle malattie voleva essere preservato. I Celti consideravano il vischio una pianta donata dalle divinità e ritenevano che questo arboscello fosse nato dove era caduta la folgore, simbolo della discesa della divinità sulla terra. Plinio il Vecchio riferisce che il vischio venerato dai Celti era quello che cresceva sulla quercia, considerato l’albero del dio dei cieli e della folgore perché su di esso cadevano spesso i fulmini. Si credeva che la pianticella cadesse dal cielo insieme ai lampi. Questa congettura – scrive il Frazer nel suo “Ramo d’oro” – è confermata dal nome di “scopa del fulmine” che viene dato al vischio nel cantone svizzero di Argau. “Perché questo epiteto – continua il Frazer – implica chiaramente la stessa connessione tra il parassita e il fulmine; anzi la scopa del fulmine è un nome comune in Germania per ogni escrescenza cespugliosa o a guisa di nido che cresca su un ramo perché gli ignoranti credono realmente che questi organismi parassitici siano un prodotto del fulmine”. Tagliando dunque il vischio con i mistici riti ci si procura tutte le proprietà magiche del fulmine.

Le leggende che considerano il vischio strettamente connesso al cielo e alla guarigione di tutti i mali si ritrovano anche in altre civiltà del mondo come ad esempio presso gli Ainu giapponesi o presso i Valo, una popolazione africana.
Inoltre queste usanze, chiamate anche druidiche (i sacerdoti dei Celti erano infatti i Druidi), continuarono (specie in Francia) anche dopo la cristianizzazione. La natura del vischio, la sua nascita dal cielo e il suo legame con i solstizi non potevano infatti non ispirare ai cristiani il simbolo del Cristo, luce del mondo, nato in modo misterioso. “Come il vischio è ospite di un albero, così il Cristo – scrive Alfredo Catabiani nel suo “Florario” – è ospite dell’umanità, un albero che non lo generò nello stesso modo con cui genera gli uomini”.

L’albero Solstiziale e l’albero di Natale

Sono origini molto antiche, quelle che collocano il famoso abete nelle feste del Solstizio d’inverno, ovvero il Natale.
I popoli germanici, lo usavano nei loro riti pagani, per festeggiare il passaggio dall’autunno all’inverno. In seguito era usanza bruciarlo nella stufa, in un rito di magia simpatica (secondo cui il simile attira il simile), in modo che con il fuoco si propiziasse il ritorno del sole.
Fu scelto l’abete perché è un albero sempre verde, che porta speranza nell’animo degli uomini visto che non muore mai, neppure nel periodo più freddo e difficile dell’anno.
Era un simbolo fallico, di fertilità ed abbondanza associato alle divinità maschili di forza e vitalità. Ecco che addobbarlo, prendeva quindi i connotati di un piccolo rito casalingo che portava fortuna ed abbondanza alla famiglia.
Il Solstizio d’inverno, è il momento in cui la divinità maschile muore, per poi rinascere in primavera. Questo ciclo di morte-nascita, lo si ritrova in moltissime culture, oltre quella cristiana. E’ presente in Egitto, con la morte di Osiride e nel mito di Adone che si evirò proprio sotto ad un pino.

Addobbare l’albero di Natale con le luci, accendendolo di mille riflessi, ricorda il rituale del grande falò dell’abete, che spesso si prolungava fino all’attuale festa della Befana. In alcune popolazioni europee, con il fuoco dell’abete, si bruciava simbolicamente le negatività del passato, e le streghe leggevano nel fuoco i presagi per il futuro.
La tradizione dell’albero prese piede in Italia nel 1800, quando la regina Margherita, moglie di Umberto I, ne fece allestire uno in un salone del Quirinale, dove la famiglia reale abitava. La novità piacque moltissimo e l’usanza si diffuse tra le famiglie italiane in breve tempo.

Molte leggende cristiane sono poi nate nel tempo attorno all’albero di Natale, come quella americana che racconta di un bambino che si era perso in un bosco alla vigilia di Natale si addormentò sotto un abete. Per proteggerlo dal freddo, l’abete si piegò fino a racchiudere il bambino tra i suoi rami. La mattina i compaesani trovarono il bambino che dormiva tranquillo sotto l’abete, tutto ricoperto da cristalli che luccicavano alla luce del sole. In ricordo di quell’episodio, cominciarono a decorare l’albero di Natale.

 

Conto alla rovescia…

… per Natale! Ormai manca solo una settimana… a casa ho messo una piccola capanna e degli angioletti, mentre qui ci metto l’albero con i regali. Auguri!!! 

  

27/12/2007 – Ed ecco i regali aperti!!! Che belli che sono… grazie, Stella di Mare… augurissimi!

La “nostra” canzone

Sabato è stata una giornata caotica, ma davvero bella. Al pomeriggio la conferenza di Saras sulla Madre Celeste (la sala era strapiena… e Giuliano è stato bravissimo e coinvolgente come sempre, anche se stava poco bene) e alla sera una serata movimentata al karaoke (peccato che eravamo in pochi… pochi ma buoni, cmq)
E alla fine, una sorpresa: la scoperta che i filmati che Max gira da un po’ sono su Youtube… quello che vi propongo stasera, prima di andare a casa, è di un mesetto fa, ma ho scelto questo xché è la "nostra" canzone , mia e del mio Angelo… e poi l’interpretazione è strepitosa… attendo commenti…
Baciotti e benedizioni luminose dalla vostra Fata della Luna
 
 
 
 
Soundtrack: Ghost
Titolo: Unchained Melody – The Righteous Brothers

Whoa! My love, my darling,
I hunger for your touch,
Alone. Lonely time.
And time goes by, so slowly,
And time can do so much,
Are you still mine?
I need your love.
I need your love.
God speed your love to me.

Lonely rivers flow to the sea, to the sea,
To the open arms of the sea.
Lonely rivers sigh, wait for me, wait for me,
I’ll be coming home, wait for me.

Whoa! My love, my darling,
I hunger, hunger!, for your love,
For love. Lonely time.
And time goes by, so slowly,
And time can do so much,
Are you still mine?
I need your love.
I need your love.
God speed your love to me

Pozioni e Folletti

Ecco le sorprese di Kiki e Stella in apertura nei prossimi giorni. Se volete prelevarle anche voi, questo è il link: Sorpresine Dicembre – KiKimMa’s Forum

10/12/2007 Sono nate!!! Che carucce!!! Metto qui sotto com’erano prima.

     

  

Buone Feste!!!

Arrivano le Feste Natalizie!

Domani è San Nicola di Bari (Patrono anche di Lecco, la mia città natale), il Vescovo che ha ispirato la figura di Santa Claus.
E’ la festa che inaugura il lungo periodo natalizio, che si concluderà con l’Epifania esattamente fra un mese, il 6 gennaio.
I miei colleghi ascoltano melodie in tema… e io inizio a caricare le sorprese, che si apriranno il 25. Auguri e benedizioni a tutti.

28/12/2007 – Purtroppo questi di sopra rimarranno chiusi… il Bosco dei Lillà non esiste più…

Quelle sopra sono del sito "Fabulatia", mentre quelle sotto sono del Forum "Folletti Laboriosi"

27/12/2007 – Si sono aperte!!! Sono bellissime!!! Inserisco sotto anche com’erano chiuse..

 

Voci precedenti più vecchie